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ATTUALMENTE IN ARCHIVIO 437 ARTICOLI

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CHE BORDELLO I GOGOL 

ALLA PICCOLA WOODSTOCK DI VILLA ARCONATI

Una piccola Woodstock a Castellazzo di Bollate? Forse più un mini Primo maggio "zumpa zumpa" ma con una musica decisamente migliore. I Gogol Bordello sono una vera icona fricchettona, con la forte carica spettacolare, la musica di chiarissime origini centroeuropee, il fatto che anche se non si guarda il palco, va bene lo stesso. Ecco, questo intendevamo. Difficile contare i presenti sotto il palco. Diciamo quasi tremila, ma poi c'erano tutti quelli "dislocati" nell' ampio parco della villa, con supporto di innocenti droghe d' antàn (quelle che puzzano e fanno venire mal di testa, per intenderci) più qualche centinaio tranquillamente in fila alla cassa del bar, perché pare che i panini e la birra siano buoni. E il buon Eugene Hutz, ucraino trapiantato a New York ma di lungo passaggio anche in Italia, che si danna sul palco fino all' ultima goccia di sudore ed oltre, con i compagni di avventura vecchi e nuovi. Perché i Gogol vanno avanti dal 1993, ma non la fanno pesare. Ecco allora che lo show, come dicevamo diventa multiuso: eccitante, tranquillante, nutriente con retrogusto pic nic. Chi c'era ieri sera me ne darà certamente atto. Poi che Hutz sia un vero "disgraziato" lo dimostra il fatto che, munitosi di una bottiglia di mediocre Merlot da supermercato (abbiamo letto la marca), dopo averci giocato un po' ne ha lanciato il contenuto in direzione del pubblico. Peccato che il "pit" fosse largo dieci metri, e la gittata del vino ben più corta. Ne hanno fatto le spese i fotografi. Io su pantaloni e scarpe, salvando le fotocamere. Ma il mio amico Massimo, di bianco vestito per l' occasione, porterà tutto in lavanderia.

FOTONOTIZIA!

GOGOL BORDELLO ANTEPRIMA DAL 2006... 

STASERA 18 LUGLIO A VILLA ARCONATI NEAR MILANO

GRATTA IL SANANDA E TROVERAI IL TERENZIO!

 LIVE AL CASTELLO SFORZESCO DI MILANO

 E CON LA "LUISONA"!

Quando nel 1987/88 Terence Trent d'Arby esplose a livello planetario con "Wishing Well" (tredici milioni di dischi - non download! - venduti, e più di due milioni l' anno dopo con l' album) l' Italia fu tra i primi Paesi a volerlo vedere in tivù e poi dal vivo. Anzi, fu Vittorio Salvetti che lo portò al Festivalbar, chiamandolo appunto "Terenzio" (ma chiamava anche "la trans" quella meraviglia di Gianina Facio, oggi moglie di Ridley Scott). E così gira che ti rigira che ti rigira ancora dal 2002 l' artista newyorkese è cittadino milanese, sposato con Francesca Francone dal 2003 e con due bimbi, Mingus ed Elvis. Per par condicio ovviamente. Terenzio ci era simpatico a quei tempi, e così eccoci nell' eclatante Cortile delle Armi del Castello Sforzesco di Milano. Sedie sold out e più ancora. Diciamo alla fine un migliaio di persone (molte "sciure" e "sciurot" della Milano che lavora... ma non sempre). Adesso si chiama legalmente Sananda Francesco Maitreya e, complice una accurata gestione di quei soldini d' antàn, se la canta e se la suona come vuole. Dal vivo è sempre lui, e le overdose di risotto giallo non ne hanno mitigato la verve soft-rock che ci ha sempre ricordato un po' di Prince, anche se le differenze sono molteplici. Una Luisa Corna in formissima poi (miracolo della Natura. Io lo dico: 53 a dicembre... ) ha presentato, duettato con il Terenzio in "The Birds Are Singing"; e a buon titolo, perché ha partecipato alle più recenti registrazioni dell' artista. Non chiedeteci i titoli delle canzoni perché, un po' come per il jazz, quello che conta è l' atmosfera. E allora aggiungiamo che se Sananda volesse, e basterebbe il pezzo giusto da sparare forte urbi - Milano - et orbi, basterebbe veramente poco per tornare alle arene da diecimila posti. Se volesse, appunto. Meglio un ossobuco ogni tanto, la bella moglie, e Mingus ed Elvis da mettere d' accordo sul che fare da grandi.
CINQUANTACINQUE FOTO IN GALLERIA

TORNA L'AKOUSTIC BAND DI CHICK COREA CON JOHN PATITUCCI E DAVE WECKL 

PRIMA DATA A VILLA ARCONATI E SUCCESSONE

Da sempre Chick Corea mi mette buonumore. Il suo jazz è una forma di entertainment molto liquida. Sarà anche per questo motivo che va così d' accordo con gente come il nostro Stefano Bollani, sempre più "sporco" di Brasile. I Due hanno fatto faville un paio di anni fa per un breve tour a pianoforti opposti. Un po' come aveva fatto il pianista italo-americano negli anni Settanta con  Herbie Hancock, trovando platee da rock come a Parigi (il mio pezzo in archivio). A Villa Arconati - tanta gente! - ha riproposto il suo progetto degli anni Novanta con John Patitucci al basso e, adesso, Dave Weckl alla batteria. Lo show è jazz puro, con intro, assoli e ritorni in chiusura come da prassi. Corea è rilassato e divertito; ama il nostro pubblico da sempre, ed è pienamente ricambiato. Serata jazz, suoni jazz, pubblico jazz e foto... jazz! Forse un po' imbolsite, ma di farle storte per renderle più "acchiappose" non ce la siamo proprio sentita. Cinquanta in Galleria.

I JETHRO TULL, PER LA MISERIA! SEI DATE IN ITALIA PER I

CINQUANT'ANNI DELLA BAND

LE NOTIZIE E L' INTERVISTA STORICA PER CIAO 2001 DEL 1978 (GIA' IN ARCHIVIO)

Come sapete, non è mia abitudine mettere le date dei tour, e cose del genere. Non è la "mission" di questo sito. Però i Jethro Tull di Ian Anderson sono qualcosa di unico e particolare. Ricordo ancora un articolo dell' amico Armando Gallo su Ciao 2001 che intervistava la band a Londra. Ricordo la foto fatta sulle seggioline del teatro vuoto, prima dello show. E ricordo ovviamente "Living in the Past", brano rivoluzionario, ed ero presente, non ancora diciottenne, ai due show al palasport di Novara, il 5 e 6 febbraio 1972 in cui presentavano Aqualung. Esiste un bootleg. La band che apriva erano i Gentle Giant, Miezzeca! Prima data ad ascoltare lo show; la seconda, di domenica pomeriggio, con due amiche curiose a farmi compagnia. Mi fermo qui perché sotto attacco la famosa intervista a Ciao 2001 che compare anche come "best of" nei sito dei Tullians, i fan italiani del gruppo. E' stata realizzata a Monaco di Baviera nel 1978, dopo lo show all' Olimpiahalle (foto in restauro) nel ristorante dell' hotel Hilton. Con me c'era la capo ufficio stampa della Polygram Gianna Morello, personaggio mitico purtroppo scomparsa troppo presto. 

PLAGIATO: TRAGEDIA SEMISERIA

Da quando, molto modesta­mente incominciai ad occupar­mi di cose musicali, scrivendo­ne sulla carta stampata, ho avuto una sola aspirazione/frustrazione: vendicarmi. Sì. ven­dicarmi di tanti anni passati in estatica ammirazione di ogni suo gesto. Le sue liriche mi affascinavano, la musica poi mi faceva rinnegare l’amore da sempre nutrito per i sacri Bea­tles.- e la gioia di vederlo on stage, nel '72, paragonabile ad un amore di gioventù... Mai che mi fosse riuscito di trova­re un suo LP infelice (I solchi di « War Child » passati più volte ai raggi X), una sua « trovata » fuori luogo. Poi, pre­so il coraggio a due mani, con­sultati numerosi psicanalisti, presi, un anno fa. la decisione di andarlo a riascoltare, coi sublimi Jethro, In quel di Basi­lea (vi ricordate?), nella spe­ranza che incappasse in una giornata infelice, cosicché po­tessi alfine scatenare le mie angosce represse in « parole di fuoco ». Probabilmente vi ricor­date anche cosa accadde: tut­to perfetto e, da parte mia nuove malcelate lacrime... Non rimaneva che una possibilità: affrontarlo! Ma come, data la sua nota diffidenza verso i giornalisti? Immaginatevi la mia emozione quando venni in­formato che, primo tra gli ita­lici, ed in esclusiva per il no­stro giornale, avrei potuto par­largli. Rendez-vous » a Monaco di Baviera in coincidenza con un trionfale tour europeo A\ presentaziore del nuovo discusso LP « Heavy Horses »Ho potuto così constatare che mister lan Anderson esi­ste davvero.

UN AMABILE SIGNORE

 «Ah, 2001? Pensa che è il numero di telefono del mio ufficio di Londra! ».

Cominciamo bene!

Un passo indietro. A due passi dall'Austria, immersa in un manto di verde così perfet­to da sembrar finto. Monaco di Baviera odora d'estate. Non ho il tempo materiale di fare pe­rò il turista: un rapido viaggio dall’aeroporto all'Hotel, e poi di corsa alla Olimpia Halle, fantascientifica arena, posta a la­to dell’altrettanto eclatante Sta­dio Olimpico. La compagnia si fa in quattro per rendere pia­cevole l’attesa del concerto.

I discorsi vertono, come al so­lito, sul problema dei concerti in Italia...

Il live act del Jethro Tull mi è ben noto: ogni gesto dei musicisti, ogni nota sono sin­cronizzati al millesimo di se­condo. La successione dei bra­ni (scelti tra il meglio della produzione del gruppo inglese) si snocciola per più di due ore, suddividendo lo spettacolo in due tempi. Si prova un piace­re Indefinibile, nell'intulre, ad ogni nuovo riff della band, co­sa succederà dopo, quale sarà il brano successivo, e come verrà arrangiato. Due sole dif­ferenze, rispetto allo spettaco­lo dell’anno prima: il ritorno tra i brani presentati di «Too old to R&Roll, Too young to die », e il preistorico, splendido « Li­ving in the Past». Come mai questi nobilissimi revivals? For­se, a questo punto, conviene passare alla fàmosa intervista/ vendetta... Anderson. Carpisco la sua attenzione, spostandola dalla ciotola di crema di ver­dura, alla quale era preceden­temente rivolta. L’uomo che ho davanti mi sembra la personifi­cazione della tranquillità e del­l’armonia: discute un po' con tutti, non sembra per niente disturbato dal clima assordan­te della discoteca/ristorante, all’ultimo piano del Munchen Hilton, teatro appunto del mi­sfatto...

2001 - Come mai sei così attivo c fecondo sul lavoro; perché scrivi e suoni, quindi, così tanto?

ANDERSON - L'Inghilterra è un paese molto povero, forse povero quanto l’Italia, lo sono inglese e voglio lavorare mol­to per il mio paese: io vivo c pago le tasse in Inghilterra, e ne sono fiero. Voglio che tutti stiano bene; desidero che i bambini poveri che vivono nel mio paese abbiano sempre, ogni giorno, latte da bere!

2001 (insisto) - Mi sembra che tu abbia ulteriormente per­fezionato la tua tecnica di ese­cuzione. è vero?

ANDERSON - Si, ma non è tecnica, è pratica, lo ho molta pratica nel mio strumento. Il flauto è il mio amico: io vor­rei avere la possibilità di eser­citarmi e suonare il classico, ma non ho tempo, non mi al­leno mai. Suonare ogni sera con l Tuli è il migliore allena­mento: si fanno un po’ di pro­ve prima di iniziare il tour, ma si mette tutto a punto « on stage ». Ho bisogno del pub­blico, da solo mai: quando ho tempo libero preferisco legge­re un libro, o guardare la te­levisione.

2001 • Dopo la morte di Ro­land Kirk, sei rimasto abba­stanza solo, nell’ambito dello stage « elettrico » del flauto, sei d’accordo?

ANDERSON - Sì. ma tutto sommato non sono un vero flautista. Mi interessano tutti gli strumenti, provo piacere a suonarne molti. Il mio stile e quello di Roland Kirk sono si­mili, ma non identici: io ho quindi subito la suggestione di un importante musicista: è nor­male. Ma amo suonare il flau­to, come la chitarra, come so­prattutto comporre.

2001 • A proposito, una cu­riosità: ti sci avvicinato prima al flauto o alla chitarra?

ANDERSON • La chitarra, per prima.

2001 - Veniamo al nuovo di­sco: « Heavy Horses » mi sem­bra che sia un po’ la continua­zione logica e voluta di « Song from the Wood », è vero?

ANDERSON - Bene:musi­ca inglese, o europea, se vuoi. Troppo a lungo abbiamo subi­to l’influenza delia musica ame­ricana, sul rock&roll. Sono stan­co della musica americana,.pre­ferisco un suono europeo, quin­di faccio dischi come « Song from the Wood » e Heavy Horses ». Si. ci sono affinità fra I due dischi.

2001 Sei sempre stato con­siderato uno scorbutico, spe­cialmente con la stampa. Mi sembra, invece, che da un paio d’anno a questa parte ti sei realizzato dal punto di vista umano, e la tua musica ne risente.

ANDERSON - Hai perfetta­mente ragione. Il motivo ò che adesso ho una moglie e dei bambini (la signora Anderson mi fa notare che il secondo è in arrivo): è evidente che que­sta serenità indirizza ai\che la mia attività artistica: futi una ragione in più per fare bene.

2001 E i cavalli... (da man­tenere).

ANDERSON - Ah, già: anche i cavalli!

2001 •Sperava di vedere Dar­ryl Way (ex Curved Air) « on stage », dopo averlo sentito nel disco?

ANDERSON - Darryl è un ra­gazzo meraviglioso. Il violino è uno strumento molto « emo­zionale », e va suonato, con molto temperamenfo?''E’. diffì­cile suonarlo bene dal .vivo: specialmente durante ' questi tours stressanti; io almeno la penso così, non è stato pos­sibile.

2001 - Anche in "H.H." è presente una concept song. Come del resto è un'abitudine nei tuoi dischi.

ANDERSON - E’ il mio mo­do di essere: penso molto e mi piace esprimere dei concet­ti. Avendo tante cose da di­re, è quindi logico, ò giusto che lo faccia anche nella mia musi­ca, .sopratutto nella musica.

2001 - E’ vero che stai rea- tx lizzando il primo disco dal vi­vo dei Tuli?

ANDERSON - SI. uscirà ad Ottobre: è da molto tempo che ce lo chiedono. Registriamo in questi giorni: domani, ad esem­pio, in Svizzera. Mi dici che ci saranno molti italiani? Li saluterò di sicuro: « I like ltaly»Se saremo messi in grado di farlo, durante il prossimo tour torneremo in Italia.

2001 - E’ una promessa?

ANDERSON • Ah, sì.

Bruno Marzi


"A PRESCINDERE": SUZANNE VEGA LIVE A MILANO

Ho incontrato Suzanne Vega nel 1987, proprio nell' anno di "Luka". Volendo, c'è l'intervista per Il Gazzettino, le foto posate in albergo e quelle dal vivo pochi mesi dopo al teatro Orfeo, se non ricordo male (Ci sono sempre i "sacri testi"... ). Cordiale, diversamente bella, cioè non bellona ma fine, e sempre attenta a ogni parola e gesto. Ci fu reciproca simpatia. Aveva 27 anni. Adesso ne ha 58. Dopo l' apparizione madonnesca alla Notte della Taranta del 2017 è tornata a Milano per suonare all' Auditorium di Largo Mahler, dove ha sede anche l' orchestra La Verdi. Uno show particolare, senza fronzoli, accompagnata solo dal chitarrista Gerry Leonard (un passato anche con Bowie) Suzanne lo ripropone in Italia: 12 luglio Cagliari, 14 Corigliano d' Otranto (Le) e il 16 a Roma alla Casa del Jazz. Va subito detto che Milano ha risposto così così, con circa seicento spettatori in platea, peraltro osannanti. Ho già espresso il mio pensiero sul senso del discernere del pubblico italiano, per il quale "Luka" è un pezzo di Paola Turci, e nemmeno il più famoso. Ma quando al secondo brano "Marléne on the Wall" si mette il cappello a cilindro per citare la Dietrich de' L' Angelo Azzurro (forse un po' troppo calcato sugli occhi, che "spariscono". Foto buttate via... ) si capisce quanto la bravura compositiva della ragazza newyorkese dall' infanzia e dall' adolescenza complessa, studente prodigio della scuola nota per "Fame", sia qualcosa di non comune anche in quei complessi anni Ottanta. Impegno civile, sentimenti, struttura armonica, voce particolare. Appunto, anche la voce "diversamente bella" e dalle frequenze cristalline colpirono anche le nuove alchimie sonore digitali cosicché "Tom's Diner", e in particolare il suo inizio a soliloquio, fu utilizzata come parametro per la campionatura e la compressione dei primi file audio mp3.  Insomma, un po' di storia della musica la ragazza l'ha fatta. Eppure, quando lo show termina e i riti notturni e le cene sono finiti, da brava ragazza "contro" non si fa problemi a seguire chitarrista e tecnici sul nemmeno grandissimo pulmino dalla targa inglese con "davanti un altro viaggio e una città per cantare" (mi è scappata... ). Un po' casa e bottega.
Immagini del concerto in Galleria Foto

POLDARK SU CANALE 5 MA INTANTO IN UK SIAMO GIA' ALLA QUARTA STAGIONE

Da stasera, 8 luglio, le domeniche sera di Canale 5 vivranno delle storie e degli amori del capitano Ross Poldark e di sua moglie Demelza. Con contorno di cattivi, cattivissimi e pressoché carogne. In realtà la storia è già alla quarta serie, e il nostro Eroe - unico spoiler che diamo - è arrivato al Parlamento. In realtà questo mito letterario della Cornovaglia è già comparso nelle prime due serie su La Effe, la rete di Feltrinelli, che però ha sempre avuto la bruttissima abitudine di non pubblicizzare, o in malo modo, quello che di buono manda in onda. Penso per esempio alle serie danesi poliziesche e di costume di cui non si conosceva mai la programmazione (leggi: perdersi gli episodi) e di conseguenza l'impossibilità di fidelizzare il pubblico, me compreso. Quindi Mediaset, che a sua volta sbagliò mandando Broadwalk Empire e - udite udite! - Downton Abbey su Retequattro, fa ammenda presentando una serie che, nei fatti, risulta quasi inedita. Vale la pena seguirla? Sicuramente. I libri di WInston Graham, nati a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, trovano quella epicità molto cara al mondo anglosassone (vedi Outlander di Diana Gabaldon e la bella serie tv) che ha molto a cuore la propria genesi storica e in particolare il momento precedente all' inizio della rivoluzione industriale: quello di maggiore sofferenza per le classi disagiate. Questo epico feuilleton fatto di grandi spazi e mare in tempesta, cavalcate sia in senso letterario sia di altro genere, e di radicalizzazione dei personaggi tra dignità e disprezzo, piacerà anche al disinibito pubblico italiano in vacanza o meno. Comme d'habitude ormai nella fiction che non può perdere di vista i giovanissimi, anche in questo caso i personaggi sono belli da far schifo. Poldark è l' attore Aidan Turner, mentre Eleanor Tomlison, meraviglia della Natura, è la rossa Demelza moglie del capitano e personaggio ricco di sfumature. Non manca la "ex" di lui, la stucchevolmente bella Heida Reed nel ruolo di Elizabeth, mentre il super carognone George Warleggan è un bravissimo Jack Farthing. Non finisce qui, perché il modo di Poldark ha una serie di sottofiloni emotivo-popolari che  vede donzelle date in moglie a ignobili religiosi, i loro veri innamorati in angoscia, e un popolo alla fame pronto a fare la "rivoluzion" anche per molto meno che la pappa col pomodoro. Nota a margine, ma molto importante, Poldark ha avuto una prima edizione inglese nel 1975, interpretata da Robin Ellis (che molti in Gran Bretagna considerano il vero Poldark) e da Angharad Rees nel ruolo di Demelza, mentra una giovanissima Jill Townsend era Elizabeth e Ralph Bates il perfido George. Cosa altresì sfuggita ai più, Raidue trasmise la serie nel 1978 e poi Canale Cinque replicò negli anni Ottanta. La differenza fondamentale tra le due serie è ovviamente tecnico-interpretativa, con l' evidente e abbondante uso di set interni e il solo intento, diciamo, panoramico degli esterni in Cornovaglia. Per contro, l' odierno Poldark enfatizza le scene dinamiche e le ambientazioni. Con l' aiuto anche di Santa Tecnologia Digitale, ovviamente.

PER UNA VOLTA IL DIAVOLO FA ANCHE I COPERCHI

Ben prima dello sfavillante arrivo del presidente Trump, gli americani hanno sempre dimostrato di saperla lunga per come gestire il mondo dello show business. Quanti bei telefilm cancellati perché magari non raggiungevano i numeri previsti, mentre da noi augurano vita eterna a Camilleri e al suo Montalbano, per non parlare di Don Matteo che, il più tardi possibile ovviamente, passerà dalla bicicletta al lento pede cum bastone. Le nostre serie televisive sono eterne. Per chiudere La Piovra alla decima stagione dovettero non ammazzare, ma massacrare il povero commissario Cattani. Eccezione ha fatto, forse, Un Posto al Sole, in onda su Raitre da ventidue anni, perché anni fa la rete penso di chiudere definitivamente il leggendario condominio napoletano dove succede di tutto. Ci fu una vera rivolta dei telespettatori, pure attori e tecnici temettero per il loro lavoro e protestarono ai Sindacati. Tutto finì in Gloria (non so bene se quelle di Tozzi o l' altra... ). Negli Stati Uniti è successa una cosa del genere, che in poche ore ha fatto sottoscrivere a oltre trecentomila fan inviperiti una secca protesta alla rete Fox. Parliamo di Lucifer, una gaudente serie poliziesca con Tom Ellis nella parte del Diavolo (Lucifer Morningstar) che salito sulla Terra per noia si mette a risolvere a modo suo casi polizieschi e si invaghisce della intrigante poliziotta Chole Decker (Laure German). Dopo tre annate con ottimi risultati la Fox ha deciso di cancellare la serie non tanto per lo scarso successo quanto per voler spendere i soldi in alcune novità. La protesta dei fan ha avuto un recentissimo lieto fine perché Lucifer è stato acquistato da Netflix, che produrrà l' intera quarta stagione. La cosa si fa intrigante perché, a differenza della bigotta Fox, Netflix non si fa problema a rendere le trame e le scene più piccanti. Senza esagerare, per non perdere una fascia giovanile di pubblico, è quasi scontato che il cast belloccio della serie darà il meglio di sé e non solo nella recitazione.

EDITORIALE

CRITICO MUSICALE? MA MI FACCIA IL PIACERE...

Contrariamente all’ incipit della poesia “Invidia” di Evtuscenko (che comunque trae in inganno) io non sono e non sono mai stato invidioso dei miei colleghi di lavoro, fossero giornalisti, fotografi autori televisivi o conduttori radiofonici. Perché questi sono i mestieri che ho fatto, spesso in logico connubio tra loro. E non sono nemmeno invidioso, per così dire “difendendomi” alla mia età, del look o delle stranezze che ostentano gli attuali operatori nel mio mondo professionale, quello della musica e dell’ arte, avendo altresì dato a suo tempo. Mi ritrovo allora un po’ spiazzato, specialmente nel momento attuale di congiuntura gravissima per la categoria, nel venire a conoscenza di un’ iniziativa futura rivolta – leggo – a creare un’ “associazione dei Giornalisti e critici italiani di Musica legata ai linguaggi Popolari”. Il tutto avviene e avverrà al Mei di Faenza, il benemerito Meeting delle Etichette Indipendenti creato molti anni da Giordano Sangiorgi e che già l’anno scorso ha organizzato tavole rotonde sul nostro presunto mestiere. Ho chiesto a loro la bozza dello statuto e, gentilmente, me l’hanno inviata. In sostanza, lo status di giornalista musicale, addirittura “critico” sembra qualcosa di semplice e scontato. Bastano due anni di pubblicazioni, magari anche gratis. Di conseguenza all’ Associazione potranno aderire tutti: dall’ illustre o presunta tale “firma” di quotidiano nazionale all’ oscuro blogger specializzato in canti ottocenteschi della Valsugana, ma non di tutta la Valsugana, ovviamente. Qualcuno dirà: “Ma come ti permetti di criticare – appunto – questa lodevole iniziativa?”. La prima risposta è la più semplice: evitare un marasma di presuntuosi disoccupati. A meno che gli stessi “critici” non abbiano un secondo lavoro per esempio come responsabile dei fidi in banca. Mi immagino già il dialogo con il malcapitato cliente. “Sa cosa sono le launeddas?”. “Ma, veramente qui in Trentino… “. Richiesta cassata. Procedendo a vista, bisogna ricordare che la categoria di “critico” non è qualcosa di appuntabile come una medaglietta in vermeil, ma uno status giuridico aziendale che, appunto, al giornalista-critico, di cinema per esempio, consente di non rispettare gli orari redazionali, essere appunto pagato quando va a vedere un’anteprima, e di conseguenza usufruire anche in trasferta di tutti i diritti del redattore al desk, con in più una serie di privilegi economici. In tutta Italia ce ne saranno al massimo dieci. Essendo io stesso critico – ma va? – nei confronti dell’ indifferenza dell’ Ordine dei Giornalisti verso le problematiche drammatiche dei non assunti (i gloriosi tesserini verdi) arroccandosi invece sugli enormi privilegi economici acquisiti, sarei il primo a supportare, su un ipotetico pianeta Agorà (o qualcosa del genere) il proliferare di cazzute categorie di professionisti delle cultura, nate non sotto un cavolo ma all’ ombra di esperienze, pratica e certa capacità professionale. Il fatto è che l’ associazionismo tra deboli non funziona. Come direbbero giustamente i veri sindacalisti, non c’è una piattaforma programmatica, un carnet di richieste, una serie di lotte per difendere alcuni diritti e crearne dei nuovi. L’idea di questa Associazione funzionerà, inizialmente, per la grande quantità di reclutati, ma poi di fronte alla certa mancanza di risultati pratici a favore della categoria, le fila si scolleranno gradualmente ma anche velocemente. Perché lo dico? Perché è già successo. Attorno al 1993, su iniziativa anche del sottoscritto, e comunque di un gruppo iniziale di giornalisti tutti molto qualificati e molto attivi nel panorama dell’ editoria nazionale, tutti con eccellenti rapporti sia con la discografia sia con gli artisti, nacque a Milano il “Gruppo Giornalisti Musicali”, sotto l’egida dell’ Ordine e del Sindacato, con uno statuto redatto da fior di notai e finalità molto chiare: migliorare i rapporti tecnici con gli uffici stampa per esempio, affinché, come succedeva e succede, non si accavallassero gli impegni. Far sì che chi doveva veramente lavorare a un’ evento (giornalisti, fotografi, radio) potesse farlo al meglio e con uguale trattamento. Alla seconda riunione, al Circolo della Stampa di Milano, eravamo in centocinquanta. Peccato però che alla fine molti tra gli iscritti continuassero a fare affari “pro domo sua” con manager e discografici, e via dicendo. Risultato: tre o quattro anni dopo ci fu una splendida cena di scioglimento per la quale il tesoriere spese ogni lira rimasta in cassa. E’ ovvio che nel nostro ambiente occorra una rivoluzione in primis emotiva, ma perché funzioni deve partire dal basso. E poi, se proprio vi va di sorridere, andate su Google e digitate Gruppo Giornalisti Musicali; e poi guardate qual è il primo titolo che esce…


PATRICK MELROSE O DEL DIFETTO D'ORIGINE

SU SKY ATLANTIC

L’attore inglese Benedict Cumberbatch sta facendo talmente tanto, e bene (è pure un ottimo essere umano. A Londra ha salvato dalle botte un estraneo per strada) che ormai il ruolo-culto di Sherlock Holmes risulta un punto di partenza; un po’ come Idris Elba con Luther, per un Oscar al cinema che non tarderà (con quella faccia un po’ così… ). Dal 9 luglio in cinque puntate (ma quelle originali sono sei) e una possibile seconda serie Sky Atlantic manda in onda “Patrick Melrose”, serie anglo americana, voluta dallo sceneggiatore e regista David Nicholls e tratta dai libri semi autobiografici – lo si può comprendere per il “semi” - di Edward St Aubyn. E’ una storia quasi contemporanea, partendo dagli anni Ottanta e dalla morte del padre a New York, dove Patrick/Benedict si recherà per prenderne le ceneri, con un susseguirsi di avvenimenti tragicomici, a causa della dipendenza del protagonista da qualsiasi droga. In quel momento, dall’ eroina e dall’ alcool. La storia di Patrick è ripercorsa, nel corso di tutte le puntate, dal fil rouge del rapporto col padre David (Hugo Weaving, il “carognone” di Matrix) figura di bon vivant un po’ pianista, a spese della ricca moglie con doppi paraocchi e bottiglia al seguito Eleaonor (Jennifer Jason Leigh, che nei ruoli da fuori di zucca umana è perfetta) dedita più alla beneficienza e a un hippismo sui generis. Perché al centro di tutto c’è un bambino violato e un padre pedofilo (probabilmente “di ritorno”) che ne abusa per anni, fino a quando un giorno, dopo essersi chiuso in bagno per paura, Patrick affronterà il genitore: “Da adesso non devi più toccarmi. Mai più!”. E il padre obbedirà. La storia, che ci sembra degna almeno di una seconda serie, arrivando fino ad un certo punto, con Patrick sposato e padre di famiglia ovviamente, e normalmente, apprensivo, mentre la madre fuori di melone dilapida le sostanze e regala la splendida villa in Francia a una specie di setta. Sembra che abbia raccontato tutto, ma in realtà, a causa dei flashback massicci, sono cose che si intuiscono subito o quasi. Il senso di redenzione di Patrick è fortemente voluto ma sempre un po’ precario, all’affacciarsi di fantasmi dal passato. La bravura e l’ interesse della trama (e, lo ammettiamo, la figura veramente schifosa del padre di Patrick, con grande prova attorale) non devono far pensare a qualcosa di pesante, perché in realtà – e la faccia di Benedict in questo senso aiuta – il tutto è condito da un british humor che pervade l’ azione anche nei momenti evidentemente più duri. Un cast eccellente, che riconoscerete anche tra gli altri protagonisti (cito solo la vecchia amante di lui Julia, l’ attrice Jessica Raine e l’ astro nascente prezzemolina Holliday Grainger, Lucrezia Borgia e partner del già celebrato Strike).


CHIUDE ANCHE IL MUCCHIO SELVAGGIO

E NON CI SONO PIU' PAROLE

TORNA ROCK TARGATO ITALIA FUCINA DI TALENTI DA OLTRE TRENT'ANNI

Veramente, non ce ne sono più. Quando chiude un giornale popolare, anche se di alto lignaggio (e penso a Epoca o L'Europeo e ai loro bellissimi servizi fotografici) si resta male, ma poi si pensa che ne uscirà uno nuovo, ancora più bello. Non capita quasi mai, dai tempi di FMR - Franco Maria Ricci, ma potrebbe succedere, anche in tempi di crisi e mancanza di coraggio editoriale. La chiusura di un mensile di nicchia però (sopra la prima copertina con Springsteen) fa male due volte, perché non chiude solo la pubblicazione, ma l' idea di quella pubblicazione. Rimarrà solo il sito, gratis. E più sotto copio e incollo il comunicato redazionale. Il problema è che chiudono le riviste di musica, quando il mondo è pieno di musica, sempre di più. Si dirà: "Ma la musica che va è usa e getta, e forse non è neanche proprio musica". Una buona ragione - penso io - per invertire la rotta. Giuro che il mio nuovo sito (intanto un' ideuzza della mia vis polemica l' avete già) andrà in quella direzione. Ci stiamo lavorando. E' complicatissimo ma porterà  avanti la bandiera, a modo mio e con le mie sole forze. Ho già visto troppe chiusure. Se leggete, bontà vostra, la mia bio sapete che parlo di Ciao 2001, di Gong, del Rolling Stone milanese del 1980 (dove sono le mie foto di Angus Young col culo fuori?... ) e via via, fino al grande dolore di Musica e Dischi, ancora online come archivio, che ha portato il gentile e perbene Mario de Luigi alla malattia e alla morte. Le ragioni per la chiusura del Mucchio le spiegano loro, e sembrano quelle delle crisi e rinascite di altre testate storiche come Buscadero, agli sforzi di gente come Paolo Carù, e via dicendo. Solo poche righe sotto si parla dei "mastodonti" iper milionari che riempiono gli stadi, mentre quegli stessi artisti faticano a vendere un decimo di quello che vendevano dieci anni fa. Certo, noi che ce la tiravamo negli anni Settanta/Ottanta, con i discografici che ci portavano in giro per il Mondo a loro spese e che avevamo "aggratis" pacchettate di dischi dagli stessi, nella maggioranza dei casi non solo eravamo e siamo in buona fede (Non tutti, non tutti... ) ma anche speravamo che il nostro lavoro, non una passione coi soldi di papà, diventasse qualcosa di più. Nel nostro piccolo, siamo finiti nel tritacarne della storia, chi più chi meno. Oppure abbiamo dovuto abbassare il capino e fare buon viso. Sia come sia, non si può non versare una lacrimuccia, oggi.
L' editoriale del Mucchio Selvaggio di oggi 29 giugno 2018

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Il giorno in cui la decisione è stata presa non è stato il peggiore. Peggiori sono stati quelli che l’hanno preceduto quando, alla consapevolezza della crisi inarrestabile della carta stampata e della discografia, è subentrata la frustrazione di non potervi rimediare. Non stavolta, non davanti a una sentenza del Tribunale a nostro sfavore e resa esecutiva alla fine di maggio.

Così, il numero 767 del Mucchio Selvaggio tuttora in edicola è anche l’ultimo. La sua storia, iniziata nell’anno di American Stars’n Bars di Neil Young, Heroes di David Bowie e The Clash, purtroppo termina qui. Resterà attivo solo il sito ilmucchio.it dove pubblicheremo gratuitamente contenuti inediti.

41 anni per una rivista sono un’enormità e, per quanto sciocchi e inutili suonino gli anniversari, siamo dispiaciuti al pensiero che non ne festeggeremo altri. Mai avremmo immaginato una conclusione tanto brusca e improvvisa da negarci la possibilità di salutare i lettori alla nostra maniera, rispettando un ultimo, sebbene definitivo, appuntamento in edicola. Tuttavia, non ci è davvero possibile fare altrimenti.

Nata nel pieno del movimento del ’77 e inevitabilmente influenzata da quello spirito, Il Mucchio Selvaggio ha avuto una vita redazionale complessa e burrascosa, da vero rock magazine. Negli anni ha diviso il suo pubblico, ha scontentato alcuni ma ha anche lasciato un’eredità innegabile: è stata presente al proprio tempo per raccontare le mutazioni del mondo, non solo inglobandole – ad esempio, è l’unica rivista musicale italiana ad aver fatto emergere con vigore le firme femminili –, ma anche fornendo gli strumenti per orientarsi con consapevolezza. Così, ha formato generazioni di lettori e di critici la cui esperienza resta motivo di orgoglio.

La nostra scelta, resa inevitabile e non procrastinabile da un’ingiunzione di pagamento mossa dalla precedente direzione, ha le sue radici in un contesto editoriale e culturale fin troppo minato. Da anni ci muoviamo in un mercato in dissoluzione con le vendite e gli investimenti pubblicitari in costante calo, mentre il sistema di distribuzione continua a richiedere uno spreco di carta e risorse ormai insostenibile. Se per esistere sei costretto a una tiratura di quattro volte superiore al tuo venduto, allora anche la miglior misura di riorganizzazione assomiglia a una resistenza, mai a un reale rilancio malgrado i riconoscimenti internazionali (la copertina dello scorso giugno dedicata a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles ha ricevuto un premio di merito agli SPD Awards di New York, la cerimonia che valorizza le eccellenze nel design editoriale).

Senza un grosso sponsor a investire per brandizzare i contenuti, il futuro è segnato e non è scritto.

Probabilmente senza il supporto degli abbonati che hanno sempre risposto con generosità alle nostre iniziative questa storia sarebbe già chiusa. Ringraziandoli di vero cuore per la fiducia che ci hanno dimostrato, provvederemo entro il mese di ottobre al rimborso attraverso la spedizione di arretrati del Mucchio Selvaggio, del Mucchio Extra e dei libri della società editrice. A tal fine l’indirizzo mail abbonamenti@ilmucchio.it resta il riferimento per tutte le informazioni e i chiarimenti del caso.

Senza dubbio non tutto è stato giusto, altroché, ma in tutto siamo stati mossi dal convincimento di fare una cosa piccola ma utile per noi stessi e per i nostri lettori.

Il nostro grazie va a tutte le persone che, numero dopo numero, hanno reso possibile Il Mucchio Selvaggio, condividendo questa meravigliosa avventura: dai collaboratori, cui va dato atto di essersi spesi con entusiasmo e dedizione oltre ogni umana aspettativa, ai colleghi e ai professionisti con cui abbiamo avuto il piacere di lavorare: uffici stampa, etichette, tipografi, addetti alle spedizioni, informatici, commercialisti e avvocati. Stiamo parlando di voi!

Joe Strummer una volta ha detto: “Penso che la gente debba sapere che noi siamo antifascisti, contro la violenza, siamo antirazzisti e per la creatività. Noi siamo contro l’ignoranza.”

Non ci incontreremo più sulle pagine del Mucchio Selvaggio, ma restiamo fieramente parte di questa minoranza informale, amante del mondo e indignata dalle sue ingiustizie.

Ieri, oggi, sempre. Vi vogliamo bene,

Il Mucchio











Gli amici milanesi di Divinazione, che cento ne pensano e mille ne fanno (Vabbè... ) mi inoltrano il comunicato che, bello fresco vi giro ad usum delphini. Son cose brutte, lo so, ma qualcuno comunque...

I siti non sono direttamente cliccabili in quanto trattasi di jpeg

L'ULTRA BARACCONE DEI NEGRAMARO

(MA NON E' COLPA LORO)

Una volta si diceva: "Big in Japan!". Nel senso che qualsiasi artista straniero arrivasse nel Sol Levante negli anni Settanta e Ottanta aveva un sicuro successo e molto denaro. In realtà non era proprio così, perché per esempio i Deep Purple realizzarono il loro fantastico album "live" al Budokan di Tokyo. I tedeschi (giornataccia... ) Alphaville intitolarono "Big in Japan" il loro (unico) successo planetario. Insomma, basta trovare il proprio Giappone, magari in Italia, e si può vivere felici. Giuliano Sangiorgi e la sua simbiosi Negramaro lo sanno bene. Nati come una vera band, e tornati ad esserlo in questo "Amore che torni" tour negli stadi (pieni) i ragazzi salentini non ci credono nemmeno loro di essere al centro di un "carrozzone" di tubi lahyer, luci, fumi e colonne di amplificatori, nonché megaschermi, come mai si è visto da noi. Mettendo fuori quota gli show di Vasco a Modena e il primo Campovolo di Ligabue, se parliamo invece di un tour con una struttura che si monta e smonta diuturnamente, penso proprio che il grande palco allestito al Meazza abbia pochi rivali. Non me ne voglia Sangiorgi, che mi è sempre stato simpatico (sentimento credo ricambiato) nelle numerose interviste del passato. Ma la mostruosità de quo, con due strutture ai lati che nessuno (comuni mortali) ha capito cosa rappresentino, e camminamenti a croce in  mezzo allo stadio, è qualcosa che va al di là di qualsiasi valutazione architettonica. E' un fatto certo che se Le Corbusier nascesse oggi, farebbe il costruttore di palchi per grandi concerti. Qui l' immaginazione è veramente al potere. La ragione è semplice. Lo spettatore è sì un fan devoto, ma se non ci fosse tutto il "Carrozzone" nessun promoter potrebbe giustificare i folli prezzi dei biglietti. Perché alla fine dei conti è quello che si porta a casa col telefonino, e che va su Youtube, che conta. Mai il bravo Sangiorgi, che ha sempre una gestualità originale, si è trovato così disperso nello spazio, lui e la sua famiglia Robinson salentina, come in questa circostanza. Per non parlare dei musicisti, disposti su alti parallelepipedi luminosi e videodotati, a una altezza di almeno dieci metri. Il vecchio e mai sopito trompe l' oeil, insomma. E la musica? Ah, già... Il repertorio dei Negramaro è ben noto e proficuo, anche se questa volta, almeno all' inizio, è stato presentato un po' come un "pastone" di brani interlacciati. E, a un certo punto, è pure saltato l' audio. Sangiorgi in versione live rimane bravo, ma il grido potente e modulato a volte eccede in una specie di romanza rock. Da citare il ricordo di Dolores, che non è quella di Westworld. In conclusione, e non sottacendo che il pubblico della band è forse il migliore d' Italia in assoluto (vedi foto) non ho capito bene cosa ho visto e ascoltato. Ma qualcosa deve essere successo.

Sessantasei foto in galleria

SMEMO 19 A QUARANT'ANNI DALLA PRIMA VOLTA

Ne vendono 650mila copie all' anno, ed è un successo che, partendo dal 1979, con la prossima edizione, presentata oggi negli uffici di Emergency a Milano, arriva e supera i quarant'anni. La Smemo, l' atipico diario di Smemoranda, permette da molto tempo gesti di grande generosità a Nico Colonna, Gino Vignali e Michele Mozzati (Gino & Michele) cioé i tre "matti" perbene che un giorno,. con la neonata Casa editrice, decisero di trovare qualcosa che sostituisse degnamente il Diario Vitt nell' immaginario studentesco dei ragazzi italiani. Premessa. Loro, io, siamo tutti nati e vissuti con i diari disegnati dal grande Jacovitti, con i suoi irriverenti "salamoni" e una ironia critica decisamente evoluta ma comprensibile. La Smemo è stato il passo successivo. Gino e Michele erano già autori televisivi di successo. Io li conobbi nel 1983 ad Antenna 3, la mitica emittente lombarda che aveva strutture e programmi da Rai in sedicesimo. Firmavano uno show intitolato "Dire, fare, baciare", con  i Gatti di Vicolo Miracoli, Mauro Micheloni che presentava e la regìa di Beppe Recchia. Nonché l' "inquietante" presenza dietro le quinte di Alba Parietti (moglie di Oppini)  al massimo splendore. Era una gara tra radio private: una novità assoluta. Io ero il capitano di Radio City Vercelli, e vincemmo per due mesi... Smemo era appunta già nata, come Zelig e altre propaggini del duo di autori milanese. Oggi è facile pensare che una formula come quella di un diario con molte cose in più, quasi sempre non banali, possa essere vincente. Ma allora non lo era. Sia come sia, oggi Smemo sbaraglia la concorrenza. Ha un costo abbastanza popolare (tra i 15 e i 16 euro) e una serie di versioni differenti per look e formato. Oltre cento sono i contributi di vari personaggi, tra i quali Bebe Vio e Gino Strada, nei cui uffici milanesi di Emergency è avvenuta la presentazione, ma anche evitabili come Sfera Ebbasta. D' altronde Smemo è anche un' operazione di marketing attenta alle nuove mode e ai nuovi canali di fruizione dei giovani, sempre in divenire. Che gli ideatori ci lavorino "obtorto colon" o con entusiasmo poco importa. Con i soldi guadagnati Colonna e Compagni hanno fatto ospedali in Sudamerica, acquedotti in Africa, rimboschimenti in Italia, e altre mille cose di cui si sa poco o nulla. Ma importanti. Dimenticavo: la parola d'ordine di quest'anno è "Ciao!", saluto che la Crusca accredita come bicentenario. Ci rivediamo tutti ultra centenari all' ospizio, o alle Seychelles, per la Smemo del 2069...
Trenta foto in archivio

EDITORIALE

NON LASCIATE INCUSTODITI QUEI SENTIMENTI

Oggi l' inserto Economia del Corriere della Sera, che sfoglio non perché abbia sostanze da gestire ma per curiosità e per vedere se ci stanno vieppiù fregando, porta a pagina 50 un interessante articolo di Paolo Manazza che, occupandosi di arte come bene rifugio, parla di una eccellente mostra alla Galleria Monica De Cardenas di Milano (Via Francesco Viganò 4). Tutta una roba di un certo livello, a partire dal titolo ripreso da Louis Malle (è tutto leggibile qui sopra. Fonte citata, riproduzione meno riservata). Si tratta di una serie di artisti che fotograficamente rielaborano vecchie lastre ottocentesche e foto più recenti con una serie di tecniche raffinate e allo stesso tempo banalmente sublimate. Bello, insomma. Quello che mi piace del pezzo e di come è scritto e il senso di rispetto, sincero, verso la fotografia, in tutte le sue forme, come sentimento artistico che lo pervade, come ritorno a una fanciullezza emotiva capace di toccare corde profonde. In realtà, sono cose che chi mi segue ha già sentito, perché si tratta della filosofia che nutre la volontà mia e di alcuni colleghi fotografi di offrire opere d' arte fotografiche che partono da elaborazioni e concetti diversi ma non dissimili: la difficoltà tecnica dello "scatto", la forza espressiva della performance che si ferma in un istante, la traslazione nel rito collettivo che la musica, o la danza o il teatro, Arti povere e sublimi, rappresentano. Tutto ciò poi, toccando il costo delle opere in vendita alla Galleria De Cardenas, ha anche una sublimazione economica (il "bene rifugio") che tocca l' artista/fotografo solo come attestazione sociale, ovviamente. Devo ringraziare il collega Manazza perché la giornata era iniziata male, e il suo pezzo mi è stato di consolazione. Stamattina un giornale locale ha completamente rovinato una mia foto, che avevo regalato a un amico per il suo Facebook e lui, senza colpa e previa mia autorizzazione, aveva girato al mefitico giornale locale per raccontare un evento pubblico. La foto, che aveva un senso  e un effetto grafico preciso, è stata tagliata, schiarita senza senso fino a diventare una massa di "rumore" e... firmata! Come per farmi un favore, i meschini. Un disastro, come un certo giornalismo approssimativo e casereccio che pervade ogni situazione informativa. Così oggi mi sono vergognato per loro (e molto arrabbiato) e poi, leggendo il pezzo di cui sopra, rincuorato. Perché, citando non Malle ma Verdone, alla fine "... è sempre il bene che vince e il male che perde"...

ANGELO REDAELLI IN MOSTRA COI SUOI ATTIMI IN SCENA A NOVATE MILANESE FINO ALL'8 LUGLIO

Alcuni anni fa, almeno cinque o sei, con i colleghi fotografi Massimo Barbaglia e Angelo Redaelli visitai una famosa fiera della fotografia d' arte milanese. Un carrozzone che credo esista ancora. Volevamo capire con cosa avessimo a che fare e, modestamente, a che livello fosse la nostra produzione professionale di immagini legate allo spettacolo. Sinceramente, tutti e tre rimanemmo un po' basiti nel vedere molte foto, la maggioranza, fatte per piacere, ricercate nella tecnica, falsamente "normali" (certi bianco e nero e le foto di architettura) ovvero eccessivamente pretestuose. Fosse come fosse, notammo l' assoluta mancanza (a parte una serie banale di ritratti di cantanti italiani) dello spettacolo in genere e della musica in particolare. Il nostro ego ne uscì enormemente rinforzato... Oggi possiamo dire, noi tre più la Gigliola Di Piazza che spesso è nostra correa, di essere orgogliosi della nostra diversità stilistica e contenutistica. La fotografia di spettacolo, per me musicale e per Angelo Redaelli prettamente teatrale, ha un suo pedigree e una propria dignità artistica "alta" indiscutibile. Molte le mostre (vedi Le Mie Mostre) e grandi le soddisfazioni. L' ultima ce la regala proprio Redaelli con "Attimi in Scena", che a Villa Venino di Novate Milanese fino all' 8 luglio presenta una settantina di immagini molto affabulanti. Nel giardino spiccano i grandi pannelli già esposti a Natale di due anni fa in via Dante a Milano. All' interno è un florilegio di volti notissimi del teatro italiano e internazionale. Molto bella le sezione in cui gli attori sono al trucco, e spesso sorridono al fotografo che conoscono bene, giacché per molti anni Angelo è stato fotografo di scena di importanti teatri milanesi e da sempre lo è del Festival di Villa Arconati. Particolarmente spettacolari - è la prima parola che mi viene in mente - le immagini di balletto. Famosissimi i nomi degli interpreti. In più, un video nella penombra di un' apposita sala mette in rotazione altre 300 immagini. Per farvi un' idea completa date un' occhiata alle foto del vernissage che ho messo in galleria. Mi scuserete se non metto gli orari: sono sul sito del Comune di Novate, e comprendono anche aperture straordinari sino alle 23 per i nottambuli eruditi. Da vedere.

EDITORIALE

DIRTY OLD SOUL E LA FESTA DELLA MUSICA DAL VOLTO UMANO

Lo spirito da ludoteca di massa che ormai da tempo pervade la nostra Società ci indirizza sempre di più a pensare in grande, addirittura oltre la nostra oggettiva capacità di comprensione, per poi realizzare in piccolo. Un selfie allo stadio vicino al grande palco, il rito collettivo dei telefonini che registrano non si sa che cosa per l' "io c'ero" che in realtà è un piccolo "like" al nostro senso di appartenenza. E via dicendo. Non a caso il "Giorno della Musica", il 21 giugno che si celebra già da anni, non trova spazio tra i festival rock, i concertoni e concertini più o meno imposti dai mass media. Insomma, non vive di luce propria nelle grandi città. I comuni più piccoli, con sempre meno soldi per la cultura, e spesso spesi malissimo, hanno le loro giornate di gloria proprio grazie ai fondi, anche comunitari, disponibili in queste circostanze. Piccole cifre, s'intende, che però permettono di fare qualcosa che vada incontro alla voglia di musica socializzante delle persone. Guardiamo nel nostro cortile - in questo caso a Vercelli - e troviamo un' ottima band di bravi musicisti, i Dirty Old Soul, che suonano nelle bella Piazza Cavour. Loro sono in undici, con una sezione di cinque "fiati" e due cantanti. E il genere è proprio quello: soul e r&b degli anni Sessanta e Settanta. Musicisti professionisti? Alcuni. Altri comunque insegnano (anche musica) o svolgono altre attività che alla fine sintetizzano nel senso di comunità tipico della Provincia italiana. Sono bravi e richiesti ma... non vanno in tournée perché non riescono a far coincidere le ferie di tutti dal lavoro; ma, appunto, ci stanno lavorando... Succede che la grande piazza si anima nella fresca serata, e anche le zanzare danno un po' di tregua. E la gente non si muove per un'ora e mezza, e i bis si accavallano fino all' orario imposto dalle Autorità, e oltre. C'è gente in prossimità del palco, sulle panchine, sotto le volte dei portici, e tantissime nei bar che si affacciano. Tante. E sono solo applausi e divertimento. Gratis, tra l' altro. Intendiamoci: spesso queste feste sono solo vetrine per questo o quel politico locale, per piccole e meno piccole ingenue clientele. In Provincia spesso capita che arte e presunta arte si mescolino senza soluzione di continuità. Ma questa sera è andata bene. Senza biglietti esosi, senza parcheggi e code tra Forze dell' ordine e metal detector. Solo un po' di musica che gira intorno.
Ad ulteriore ringraziamento, in Galleria Foto 82 (sì. ottantadue) immagini della serata.

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CESARE CREMONINI VINCE AL MEAZZA

 STADIO PIENO E SHOW CONVINCENTE

Alla fine del terzo brano, "Padremadre", Cesare Cremonini non resiste e... allo stacco finale fa la famosa piroetta col pugno alla Freddie Mercury. I fan più scafati sanno che da molti anni l' artista di Bologna ha un massiccio tatuaggio sull' avambraccio che riproduce il leader dei Queen, di cui è superfan da sempre, con tanto di corona. E un piccolo diadema se l' è meritato anche il trentottenne ex frontman dei Lùnapop, la band degli esordi in cui faceva anche da penna e da spartito. Un talentone, insomma, che per quello che ci risulta non si è montato la testa e continua per la retta via del suo pop-rock autorale, che così bene funziona. Tanto bene che ha ben riempito San Siro (ufficiali 56mila) di fedelissimi e gioiosi supporter. Cremonini si distingue anche per la qualità del pubblico che lo ama e lo viene a trovare ai concerti. Facce pulite e sguardi grintosi, ma sempre con il sorriso dietro, come da foto in galleria (55). Il palco è debordante, con camminamento centrale e "isola" per fare cose da solo e coi musicisti. Lui dopo tre minuti gronda sudore, ma è sempre stato così. L'impostazione vocale, sorniona e sempre "trasportata" dalla melodia (un vecchio trucco da crooner che gli viene spontaneo) gli permette di reggere bene dall' inizio alla fine senza vituperi delle corde vocali. Visivamente, non mancano fumi, coriandoli alla Coldplay e tutto l' armamentario di rito. Una cosa che abbiamo notato - e fa piacere - è che, mediamente, sono meno i ragazzi tra il pubblico che agitano i telefonini, preferendo godersi lo show. Il repertorio è quello noto, venduto meglio nei negozi e quant'altro rispetto alla media dei suoi colleghi big, più ovviamente "38 Special" e compagnia bella. Al momento giusto, però. Successo meritato.

EDITORIALE QUARANTADUE FINE E RINASCITA DI UNA GRANZE AGENZIA FOTOGRAFICA

Pochi giorni prima che nascesse questo sito, per il mondo della fotografia professionale italiana ci sono stati due momenti veramente tristi e in un certo senso concomitanti. A gennaio infatti moriva Walfrido Chiarini, che nel 1958 fondò a Milano Olympia Fotocronache. Walfido era una persona molto intuitiva, dote essenziale per un grande fotografo. Ed era anche un bravo imprenditore. Il suo successo fu decretato dalla pregnanza giornalistica del lavoro suo e dell' agenzia, che presto assunse dimensioni notevoli. Lo conobbi nel '78 al Festival di Sanremo. Lui non chiedeva mai il pass foto, ma comprava un abbonamento in platea, terza fila di lato, e da quella posizione, tirando fuori la fotocamera nei momenti importanti, aggiungeva qualcosa in più al lavoro dei suoi fotografi, comunque presenti. Con lui e l' agenzia collaborai a lungo non come fotografo ma comprando materiale bello e raro nel mio ruolo di ricercatore iconografico per Enda/De Agostini (vedi la mia bio). Pochi giorni dopo la sua morte il Tribunale decretò il fallimento di Olycom, la sigla figlia della prima Olympia. Mentre saggiamente, per esempio, l' agenzia Grazia Neri (Maria Grazia Casiraghi) chiuse ea sponte giusto dieci anni fa, così come l' omonima galleria d' arte. La verità è che, dando comunque cifre irrisorie ai fotografi rispetto a quelle guadagnate solo pochi anni prima, il sistema di distribuzione e vendita delle immagini ha subito un colpo mortale non tanto da internet, che in realtà è una comodità, quanto dalla malcelata scelta degli editori, a partire dai grandi, di pagare pochissimo le foto indipendentemente dalla qualità, ovvero quando possibile farsele regalare dagli Uffici stampa. La differenza tra una foto professionale e altro si vedrà sempre, se la si vuole vedere. Succede però che un' ora fa mi arriva il comunicato di LaPresse, l' agenzia privata torinese nata nel mondo del calcio e poi espansasi a dismisura, che annuncia l' acquisizione (evidentemente dopo l' asta fallimentare) del marchi e dell' immenso archivio di Olycom che comprende anche Publifoto: oltre trenta milioni di immagini dal 1939 ad oggi. LaPresse si impegna anche a digitalizzare il tutto assumendo sette archivisti (magari sceglieteli tra i fotografi in crisi: uno sportivo, uno di cronaca uno musicale e di spettacolo, eccetera) e partendo comunque da una base digitale già presente prima del 2000 in Olympia, che sola e ai costi di allora - altissimi - iniziò con lungimiranza quel processo. Questa notizia (la foto di Walfrido è recuperata da una pubblicazione) non è solo nostalgismo o informazione industriale. E' un malcelato grido di angoscia e rabbia che proprio i signori di LaPresse, e non solo loro ovviamente, dovrebbero fare proprio, magari parlando con il Governo di turno, per salvare il futuro dell' immagine professionale in Italia.

LA MORTE DI JON HISEMAN: UNA PERDITA ENORME DA NOI PASSATA SOTTO SILENZIO

Il 12 giugno scorso, a pochi giorni dal compimento dei 74 anni, è mancato Philiph John "Jon" Hiseman. Ne ha dato notizia l' amico e chitarrista "di sempre" Clem Clempson, con il quale negli ultimi anni aveva rifondato una credibilissima formazione dei mitici Colosseum, con Clempson e l' immenso Chris Farlowe alla voce, e con la moglie di Hiseman, Barbara Thompson, al sax al posto del grande Dick Heckstall Smith, l' occhialuto con la faccia da ragioniere al catasto (absit... ) e un mostruoso talento. Sono molto arrabbiato perchè giornaloni, giornalini e agenzie - che io sappia - non ne hanno dato notizia. Gli stessi che non si perdono l' ultimo peto del rapper di turno. Solo pochissimi e meritori siti italiani specializzati di progressive lo hanno ricordato. Io stesso ci sono arrivato per caso giorni dopo. E pensare che parliamo di uno dei più grandi musicisti della sua generazione. Con i Colosseum, con i Tempest (una mia foto di lui sulla copertina del disco) e come ospite ai più alti livelli. E poi, come mi ricorda mio fratello batterista, in studio e live per i più grandi musical teatrali e in pellicola. Negli ultimi tempi aveva messo in standby (probabilmente definitivo) i Colosseum per seguire la malattia della moglie che, a causa del parkinson crescente, non riusciva più a suonare il sax. E poi il tumore al cervello, e l' intervento d'urgenza andato male, per quello che ne so. Il tutto in tempi brevissimi. Con ancora tante cose da fare e da far ascoltare specialmente ai più giovani, con i quali intratteneva numerosi "clinics" sulle percussioni. Un addio che voglio mediare con il video che segue. E tanta rabbia, ripeto, per i nostri giornalettari.

CLAUDIO ROCCHI FOREVER! QUATTRO ORE DI TRIBUTO DEGLI AMICI ALL' OUT OFF DI MILANO

Questa è Jenny Sorrenti. La eleggo a Musa della serata-tributo a Claudio Rocchi intitolata "Fotografie", che ieri sera al teatro Out Off di Milano (aria condizionata) ha tenuto banco per quattro ore, riproponendo personaggi mitici della scena musicale alternativa italiana degli anni Settanta/Ottanta. Cercherò di riassumerla con una serie di informazioni intramuscolari. Apro però con un breve ricordo di come ho conosciuto Claudio. Nel 1971 (when I was 17... ) i dirigenti del Pci di Vercelli volevano - come si usava dire all' epoca - "fare qualcosa per i giovani". Così con poca spesa il salone delle riunioni nelle sede storica di corso Prestinari divento l' Electric Cave" (copyright Bruno Marzi) e fece molto bene il suo lavoro. Io all' epoca suonavo e studiavo, e facevo politica. Molti gruppi della scena alternativa milanese e non solo vennero a suonare in quello stanzone, sempre strapieno. Tra questi i Jumbo e Claudio Rocchi. Maurizio Salvadori, manager di entrambi, ci chiese se potevano usare il salone per le prove del nuovo tour, e così fu. La storiellina è che Claudio, che all' epoca aveva già suonato con gli Stormy Six ed era a cavallo dei due dischi "Volo Magico", aveva già all' attivo i suoi due successi storici: "La tua prima luna" e "La realtà non esiste". Un mio caro amico, compagno di avventure e di musica, doveva fare la visita di Leva (i più grandi spieghino ai Millenials... ). Claudio l' aveva già "sgamolata" e così dette un po' di dritte al mio amico, che a sua volta, dopo qualche decina di caffè, ce la fece a sua volta. A volte si pensa che i miti volino sempre ad altezze siderali, ma in realtà poi è la semplicità della vita di tutti i giorni a rederli tali.
La serata, allora. Raduno in un solo manifesto i numerosi contributi video di chi non ha potuto esserci di persona, come Eugenio Finardi e Juri Camisasca. Si inizia con un "rito di purificazione" con sitar, campanellini e trombe tibetane. Poi però arriva Daniele Bianchini, che guarda caso era il chitarrista storico proprio dei Jumbo. Fa una cosa molto belle suonando in sincrono con le immagini di un video e sciorinando una bravura che aveva già allora. Molto New Age. Poi passano una serie di formazioni e solisti al cui confronto i Lord Khrisna Von Goloka erano una boy band. Mi viene l' abbiocchetto... Mi salva a sorpresa il caro amico Mario Luzzatto Fegiz che ricorda il Rocchi radiofonico, prima in Rai e poi, con Fegiz come direttore, a Radio Milano Centrale. Altra cosa carina, la famiglia Banfi. L' ex tastierista del Biglietto per l' Inferno Giuseppe Banfo Banfi si presenta con la figlia Gaia e un paio di laptop. Lei canta anche con molta grazia. Il risultato è un pop elettronico evoluto non male. Mauro Sabbione, ex Matìa Bazar e Litfiba, omaggia Rocchi in maniera originale, allestendo una specie di pièce teatral-musicale sulle note di "Elettroshock", mentre sul video alle spalle, in sincrono, appare la Ruggiero con Enzo Jannacci in uno show Rai. Originale. Andrea Tich poi canta e ricorda che fu Rocchi, per la Cramps, a produrgli il suo primo album "Masturbazione". Un vero e proprio parterre de roi vede assieme Paolo Tofani (racconta la sua amicizia spiritualista con Claudio e quindici anni di vita in comune) non alla chitarra ahinoi assieme alla voce evocativa di Claudio Milano, l' arpa e il Teremin Moog di Vincenzo Zitello e la voce narrante di Paolo Carelli (Pholas Dactylus). Quando Jenny Sorrenti, la sorella più giovane di Alan vera Musa di una certa vocalità con i Saint Just, attacca "La prima luna" si capisce che si tratta di una cosa molto bella. Siamo a tre ore di show e nessuno in sala si è mai mosso. Vesciche di altri tempi... Gian Pieretti, da molti considerato il precursore di un certo cantautorato, dedica "Il vento dell' Est" a Claudio, che ne era un gran fan. Alberto Camerini, alla fine, si lancia in un lungo racconto dei tempi del liceo assieme, delle ragazze, e di come la musica e la politica ("Ma io mi consideravo meno politicizzato anche se di sinistra. I miei erano Pci sfegatati... ") ma non suona. Sembra una persona provata dalla vita. In bocca al lupo! Gran finale tutti sul palco che è quasi l' una, ma io evito l' immagine-cartolina e sono già per strada.

IN GALLERIA FOTO CENTO IMMAGINI IN ORDINE CRONOLOGICO E L'ULTIMO ROCCHI SUL PALCO

"ALL YOU NEED IS POP!" LA TRE GIORNI DI FESTA PER RADIO POPOLARE NEL PARCO DEL PAOLO PINI DI MILANO CON LUCIA ANNIBALI E JACOPO FO

Venerdì, sabato e domenica. C'è ancora tempo per "All You Need Is Pop!", la grande festa di Radio Popolare che invade i grandi spazi del parco che al suo interno ha ospitato l' Istituto Paolo Pini per l' igiene mentale (quelli più normali di noi perché matti, insomma). Viali bellissimi e ombreggiati, orti popolari, e un hospice per malati in carrozzina, e altro. La festa è piena di parole, musica e cibo. Una iper Festa de' L'Unità d' antàn. Di quelle buone. Nel pomeriggio di sabato me ne sono ritagliato uno spicchio, saltabeccando tra un palco e l' altro, con 31 gradi afosi. Ho fatto in tempo a seguire una super edizione di Casa Arzilla nel Teatro dell' Orto, dove parlavano di futuro della politica ("Lo stato di salute della Repubblica italiana") il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida, bimbo di 82 anni, e l' avvocato e partigiano Carlo Smuraglia, di anni 94. Moderava la "bambina" Anna Bredice. Poi sono andato nel Teatro La Cucina ad ascoltare Jacopo Fo che parlava, incazzandosi alquanto, dello stato di salute del Pianeta, "un aspetto di cui la gente sembra dimenticarsi" e che stava molto a cuore ai di lui genitori. Una vera folla, poi, ha atteso l' arrivo di Lucia Annibali, che ha subito confessato di non avere ancora terminato il calvario di interventi per tornare alla normalità, a cinque anni dall' inusitata violenza con l' acido da parte dell' ex fidanzato bestia. "Non più vittime", titolava l' incontro. Con lei a "combattere" la scrittrice, e molto altro, Giulia Blasi e Chiara Ronzani nella veste di moderatrice. Toccata e fuga, mentre la sera scendeva, le zanzare languivano ma non avrebbero tardato e i Punkreas, che non mi piacevano nemmeno vent'anni fa, a chiudere la serata sul palco principale. Mangerie di tutti i tipi e tutte le latitidini nell' apposita zona gourmet, tazze commemorative con il logo della radio in vendita tipo Nozze Reali. Bisogna pur vivere in qualche modo senza (o con pochi e affettuosi) padroni.

Sessantuno foto (sì, sessantuno... ) nell' apposita galleria

MA QUALE BAGLIONI A SANREMO! MARA REDEGHIERI E ORIETTA BERTI IN DUETTO!

Ho sempre avuto un' insana passione per Mara Redeghieri former Ustmamò, e mi è spiaciuto molto che per l'uscita del suo nuovo album nel 2017 - quello del ritorno - "Recidiva" il sito non fosse ancora funzionante. Ma rimedieremo. Stesso rispetto e simpatia nutro nei confronti di Orietta Berti, accresciuta certamente ai tempi del duetto con Giorgio Faletti a Sanremo con "La barca non va più". Ecco allora che, malgrado il titolo del brano, questo gioioso e irrituale duetto per "Cupamente" - in radio da domani 15 giugno - così intriso di "emilianità" e politica (quella di una volta, delle vere Feste de' L' Unità) ci fa dire che, malgrado atteggiamenti e "primi maggi" di circostanza, gli artisti di cui mi fidavo una volta sono quelli di cui mi posso fidare ancora adesso. Copio e incollo le poche battute delle due Divine dal comunicato stampa del bravo Daniele Mignardi. 

“Orietta Berti è un pezzo della mia terra, una stagione politica sana di un'Emilia ancora semplice e diretta – spiega Mara Redeghieri – Lei è tutto quello che io non sono, ha la tecnica del bel canto, è una voce che vorrei avere, una delle grandi interpreti, invulnerabile. E’ una presenza che assicura semplicità e franchezza.  E’ meglio di come sono abituata ad immaginarla: dolcissima, sicura, imperturbabile, sincera. La stimo molto e mi piacerebbe che ascoltasse le mie canzoni e se ne incapricciasse un poco”. “Prima di questo duetto non avevo mai incontrato Mara personalmente - racconta Orietta Berti - Ho scoperto una brava cantante, una brava autrice e una collega con un suo mondo musicale molto interessante da raccontare: chiaro, sagace ed immediato. Mara parla dei tempi che stiamo vivendo. Tempi duri, tempi cupi. E lo fa con uno sguardo attento e mai banale, avvolgendoti con ironia e senso della realtà. Sul piano umano è una creatura speciale. È emiliana come me, quindi legata alle tradizioni, con radici salde. Mi è sembrato come se ci conoscessimo da sempre. Mara è un simpatico folletto, capace di stupirti ogni volta. È stata una bella esperienza ma anche una piacevole sorpresa perché con questa collaborazione oggi ho un’amica in più”



RECENSIONE SENSE8 OMNIA VINCIT AMOR SERIE SU  NETFLIX FINALE (FORSE)

La scena veramente più alternativa e piaciona di questo ”finale di serie” (definito 2x12 o 3x00) per Sense8, è girata a Napoli. L’ innovativa e allo stesso tempo classica nella stesura (buoni e cattivi, amore e odio) proposta di Netflix che dopo due anni e un finalone, appunto, di oltre due ore è venti, vede gli otto protagonisti – i nostri Eroi, insomma – che si godono una pizza napoletana verace – una Margherita quindi – e si capisce benissimo che se la mangiano di gusto veramente, e i ciak ripetuti devono essere stati numerosi. Lana e Lilly Wachowsky, i fratelli/sorelle autori e cineasti dei tre “Matrix” e di “Cloud Atlas”, hanno proiettato nella serie della Netflix, palesemente costosa e realizzata con estrema cura, molte delle loro visioni dinamiche (grande azione ed esecuzioni truculente) così come esistenziali (un pacifismo sui generis e una concezione abbondantemente laica dell’ amore). Il successo che le ventiquattro puntate hanno avuto in tre anni (ma due serie complete e il finalone posposto di 12 mesi) e che l’ hanno reso veramente di culto, in effetti è più che meritato. L’ idea non originalissima è quella di una “comunione” sensitiva, con dislocazione nello spazio, di otto persone che all’ inizio non si conoscono e vivono in continenti diversi. Da un certo punto in poi gli Otto faranno fronte comune a situazioni estreme, peraltro riconducibili ai soliti “villains” (una bieca multinazionale dei cervelli) con retrogusto animistico (un’ antica setta). Allo stesso tempo si aiuteranno vicendevolmente nel risolvere situazioni personali e contingenti. Il montaggio serrato, con le varie dislocazioni fisiche degli Otto, e allo stesso tempo i luoghi in cui sono veramente, è secondo me il punto più alto della creatività registica e artistica del Duo. Insomma: dopo un po’ di puntate si “capisce” veramente quello che succede. Il fil rouge identificativo, anche nella puntatona finale, è espresso dal personaggio di Darryl Hannah, peraltro eccessivamente botulinata. Se vi intristite potete sempre rivedere dieci minuti di “Splash: una sirena a Manhattan”. Dovrebbero bastare. Facciamo venti… Come ai bei vecchi tempi delle Corazzate Potemkine (sarà giusto?) la cosa più importante, alla fine, è il messaggio che i due fratelli/sorelle vogliono dare: un classico e ben scolpito “Peace and Love”. Non a caso il titolo è, citando Virgilio e le “Bucoliche”, “Omnia Vincit Amor”. E alla fine vincerà l’ amore, con tanto di matrimonio (non dico altro, se non che l’ altra location, a parte Napoli, è Parigi… ) accoppiamenti vari e soft orgia quasi sui titoli di coda (ovviamente mentale, perché ogni coppia è nella sua stanza). I fan della serie possono capire di cosa stia parlando. Gli attori, dai visi noti ma dai nomi poco noti, sono tutti molto bravi e affiatati. Si ha l’ impressione che, pizza a parte, cast e produzione siano diventati una chiassosa famiglia. Cito per simpatia (e per la sexy magrezza) la coreana Doona Bae, già vista in "Cloud Atlas"; per bellezza straripante l’ indiana Tina Desai. Da citare un paio di minuti in compagnia di “24mila baci” di Celentano e gli immancabili Depeche Mode, nonché, per la gioia dei pendolari italiani, uno “spottone” di Trenitalia in versione lusso. Unico neo, un senso di incompiutezza della trama, portata a termine frettolosamente e che avrebbe necessitato di un’intera terza serie. Ma Netflix non ha messo in cantiere, cedendo solo alla vox populi che ha voluto a tutti i costi un finale esplicativo.

Nella foto: in viaggio verso Napoli con Celentano in sottofondo


EDITORIALE PINO E'... COL SENNO DEL POI

Premessa. Sono quasi totalmente d’accordo con quanto scritto da Daniele Sanzone sul Fatto Quotidiano. Che “Pino è” sarebbe stato una ciofeca era ampiamente prevedibile. Pur scusandomi io con gli amici napoletani e artisti napoletani, molti dei quali cari amici oltre che bravissimi, di fatto messi in un angolo. E giustificando la buona fede dei tanti amici sinceri del musicista napoletano, partendo da Venditti, De Gregori, la Mannoia, Giorgia e altri. Distanza abissale dall’ omaggio all’ Emilia terremotata da parte dei suoi artisti allo stadio Dall’Ara, anni fa. Fu una delle ultime volte live di Guccini, poi anche in duetto con Caterina Caselli. Sopportabile, perché di “stretta appartenenza” anche lo show in Piazza Maggiore per Lucio Dalla, con le sue band, i suoi artisti e basta. La televisiùn non solo ha ‘na forsa da leùn ma, immancabilmente, in questi casi, anche la capacità di fe’ gire’ i cujiùn. (accenti e apostofi a caso). Io sono in attesa che qualcuno faccia un grande omaggio a Ivan Graziani e Mango, per esempio. Ma temo che arrivi Sfera Ebbasta a fare “Lugano addio”… A proposito: queste orribili copie del Festivalbar tipo Wind Music Awards e le pseudo feste in Piasa dal Dòm a Milano, che la Madunina ha i tappi nelle orecchie. E dire che qualcuno si lamentò dei centomila (veri) per Manu Chao… Insomma, terminata la premessa, racconto una storia. Nel 1980 Radio City Vercelli compì cinque anni di attività. Complice la concessionaria di pubblicità Manzoni e l’ aiuto di un grande pasticciere dell’ epoca, che fece un catering mostruoso per ottocento persone, si organizzò una serata al teatro Civico. Riprendeva in rigoroso bianco e nero STP, Studio Televisivo Padano di Casale Monferrato. Le bobine, replicate per anni al posto del monoscopio, ovviamente oggi sono sparite. Io ero tornato da poche ore da Londra, dove avevo fatto Jeff Beck, Iron Maiden, Status Quo e non ricordo più chi altro. Chiesi a Mimmo, il capo della radio, chi presentasse. E lui: “Tu…”. Andai a casa e presi la giacca bianca da gelataio e per cinque ore e mezza restai in scena, tra presentazioni e interviste, e vista la mia carnagione rimediando una semi ustione rossiccio-violetta per alcuni giorni. Alcuni di quelli di allora sono ancora in pista, e ne parlano come di una serata leggendaria. Lo show fu interrotto alle due e mezza di notte per… crollo generale, con ancora almeno dieci artisti che volevano esibirsi. La verità è che tutti desideravano l’omaggio del sacchetto da due chili di riso Carnaroli strettamente Made in Vercelli, che inizialmente distribuivamo agli artisti, ma poi in realtà a tutti. Scivolo sui nomi di cantanti e gruppi, dicendo solo che c’era tutta la Wea Italiana (da Edy Angelillo ai Decibel) e mancava solo Miguel Bosè che era all’ estero, ma era molto dispiaciuto. Altri tempi? Ovviamente. Ma il parallelo con la burinata Rai sul buon Pino, che conoscevo molto ma molto bene, ci sta. Il soggetto non è più la Wea, o Warner che dir si voglia, ma una serie di agenzie di management, una in particolare, che hanno fatto della serata un hamburger record a dieci strati, e senza bibita per digerirlo. Al posto dei due chili di riso la possibilità data agli artisti di promuovere la loro faccia per le tournée estive che si avvicinano. D’ altronde STP non è la Rai, ma cinque ore di diretta con comici e saltimbanchi, come diceva Pozzetto riferendosi ad altro, “non sono mica una postilla!”.

Fotomontaggio tratto dal Web.

 


RUSH: DOVE TECNICA SUBLIME E ISTRIONISMO COMPOSITIVO SI MESCOLANO (vai anche a Galleria foto)

SANREMO 27 FEBBRAIO 1988: UN GIORNO DI ORDINARIA FOLLIA CON MCCARTNEY, HARRISON, BONJOVI E IL PRONTO SOCCORSO                 


Facciamo finta che siano alcune pagine da un mio libro prossimo venturo, e che rendano bene l’ idea di che cosa si tratti in generale. Si torna indietro di trent’anni e qualche mese.

Trattasi del mio decimo Festival di Sanremo come giornalista e fotografo, il quarto in cui faccio l’ inviato per Il Gazzettino. Presentano Miguel Bosè e una Carlucci (Vabbè, Gabriella. Quella che poi è stata anche in parlamento). E’ sabato, l’ ultimo giorno di gara. Le mie ancora esagerate forze mi consentono di affrontare una giornata impegnativa, ma sinceramente non pensavo quanto. La sala stampa è nel cinema Ritz, sotto il teatro Ariston. Per arrivarci si va su e giù per una lunga scalinata. Si trasmettono i pezzi al giornale o per telefono, dettandoli ai dimafoni, o tramite Infotec, il grande e ingombrante (e lento) nonno del telefax. La prima tappa però è a Portosole, nel cui parcheggio svetta la tensostruttura del Palarock, quell’ anno regno di Carlo Massarini. Con una vera e propria sceneggiata pagata da una radio, i Bonjovi arrivano in elicottero (in realtà sono saliti solo a Bordighera…) e una folla festante di fan e addetti ai lavori li circonda. La conferenza stampa si terrà infatti su uno yacht ormeggiato lì vicino (anche quello sponsorizzato). Macchine fotografiche a tracolla, seguo l’ orda umana. Qualcuno mi spinge violentemente di lato, e con il piede destro infilzo letteralmente uno spuntone dei cavi che tengono in piedi il grosso tendone allestito per le riprese televisive, trapassando anche il mio bel mocassino di pelle umana. Stoicamente resisto malgrado il sangue e il dolore (ho una buona coagulazione) e raggiungo la passerella della famosa imbarcazione. Seguo la conferenza stampa ma poi prendo l’ auto e vado al pronto soccorso per farmi medicare. Mi fanno l’ antitetanica e mi danno otto giorni di mutua. Che evidentemente non ho perché sono un freelance che fa il lavoro di un giornalista assunto. Riscendo a Sanremo (l’ ospedale era, e credo ancora sia, in alto rispetto alla città) e vado al Ritz per dire che sono vivo e fasciato, ma con la scarpa rotta che mi fa inciampare. Intervengo con un paio di giri di nastro. E tutti mi chiedono: “Ma cosa ti sei fatto?”. Beata gente. Scrivo sessanta righe su Bonjovi. Torno al Palarock perché ci sono le prove. Arriva George Harrison, che non canta ma si prenderà un mazzo di fiori da Carlo Massarini. Conosco bene la discografica inglese, e così resto nel retropalco (vabbè, il backstage) e assieme a Carlo e al bravo e simpatico Paolo Zaccagnini del Messaggero mi metto a parlare con Harrison. Lui cazzeggia e parla di Ferrari, e di qualcos’altro, ma dovrei recuperare il pezzo, e lo farò. Faccio anche le foto, uniche. Ricordo che nell’88 non ci sono i telefonini e così torno al Ritz e scrivo Harrison, più un’ altra cosa che non ricordo. Tre servizi, quel giorno, mandati di corsa alle 7,30 di sera prima che la pagina spettacoli interna chiudesse (vi risparmio i tecnicismi e i “vaffa” da Venezia, con gente che voleva chiudere i fogli per andarsene a casa). Cosa faccio allora? Aspetto l’ inizio della serata per fotografarla? Niet! Si torna al Palarock (non sono vicinissimi e i parcheggi latitano) per seguire la serata almeno fino ad Harrison. Che arriva abbastanza presto, attorno alle 22, e parla con Massarini e riceve i fiori. Foto. Schizzo di nuovo all’ Ariston. Il personale del teatro mi conosce (altro che security…) e salgo quattro a quattro le scale che portano alla balconata. Proprio mentre Bosè annuncia i Wings, cioè il supergruppo di Paul McCartney con l’ allora moglie americana Linda Eastman, ereditiera Kodak.. Foto. Passa il resto della serata. Finita? No, perché bisogna portare tutti i rullini della giornata al punto di ritiro dove un omino arrivato in auto da Milano raduna centinaia di pellicole dei professionisti e le porta allo sviluppo. Il Vostro si accoda al collega Alajmo (lui sì pagato dal giornale… ) per una veloce pizza. Alle tre di notte mi levo il mocassino rotto, controllo la fasciatura e crollo.

 

 

 



VASCO ROSSI INIZIA IL TOUR ALLO STADIO OLIMPICO DI TORINO

Era già tutto previsto. Da molti anni uno show di Vasco Rossi dona ai suoi fan certezze. La scaletta di canzoni e la maestosità dell' allestimento, le movenze. I "riti" come il lancio degli occhiali al pubblico. E una band rocciosa, talmente rock da essere persino eccessiva. Clara Moroni, la fedele corista tornata alla veste di solista, come non faceva dai tempi di Clara And The Black Cars,  fa da cospicuo opening act allo show di Vasco, ma la sentiamo solo da fuori, perché i fotografi sono ancora alla cassa. Entreranno dopo per fare le foto al pubblico e due dico due canzoni della scaletta: "Cosa succede in città" (all'inizio poco riconoscibile) e "Deviazioni". Ma per "La combriccola del Blasco", o "Blasco Rossi" che dir si voglia, si è già tutti fuori. Boh… E' così che gira da un po', e ricordiamo tutti le foto da 60 e passa metri a Modena l' anno scorso, mentre l' Ansa stava sul palco. Secondo voi i giornali quali foto hanno preso (pure gratis, o in abbonamento che dir si voglia)? Io voglio molto bene a Vasco, anche se è da tanto che non riesco più ad avvicinarlo. Da quando non scrivo più per un quotidiano, in realtà. Me ne sono fatta una ragione da tempo, anche se poi leggo che le domande dei colleghi "superstiti", con qualche eccezione, sono sempre le stesse; anzi, è lui che dà le imbeccate. Quindi non farò la cronaca dell' intero show perché non l'ho visto. Ma è come se… Pensando anche  a quella sera del 1991, nello stesso stadio che all' epoca si chiamava solo Comunale, e con una sola curva riempita, però da tanta gente, ebbi modo di realizzare la foto che poi diventò la copertina di "Fronte del Palco". Lo so: sorvolo sulla domanda esiziale. Vasco com'è oggi? Ben conservato, direi, e in salute, anche se gli anni "al massimo" qualche segno hanno lasciato, e il viso è più tirato del solito. Vi dico invece come sta Gallina "Gallo" Golinelli, il bassista storico che ha avuto un malore. Niente infarto. Niente "sciopone" insomma, e fra un po' ritornerà sul campo di combattimento.

Sessanta foto in Galleria

Jeff Beck e Tal Wilkenfield "rivedono" il sound alla Bob Marley. Brano ripreso anche dai Dream Theatre. Ma... è Terry Bozzio alla batteria? Magìa.

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EDITORIALE

DAGO NON SARA' MAI MAGGIORENNE

Ho – giustamente – lasciato passare qualche giorno per tornare sui festeggiamenti – meritati – a Dagospia, il sito di informazione e controinformazione – parola desueta ma sempre valida – nato nel maggio del 2000. Anche se non ci frequentiamo certo e non ci sentiamo da lungo tempo, conosco Roberto “Dago” D’Agostino da quarant’anni e passa, da quando non aveva nemmeno un tatuaggio, perlomeno visibile. Era settembre ’75, e lo incontrai a Roma non so a quale festa o circostanza, ovvero quando fui invitato al matrimonio di Cicalone Venditti con Simonetta Izzo. E poi quando abitai quasi un anno a Roma in via del Seminario, allora casa “porto di mare” di Patty Pravo. Lo trovai simpatico e intelligente, assolutamente non romano ma romanesco, con la battuta prontissima e una cultura musicale grande così. Insomma, vedevo me in versione più grande di qualche anno, non chiuso nel sarcofago di lusso di Vercelli ma affacciato su un mondo di potere e contropotere, quello romano e della Rai, che poi alla fine rifiutai per mancanza di coraggio e provincialismo. Era tutta gente simpatica. Il bravissimo Paolo Zaccagnini, omone di “Ecce Bombo!” di Moretti e poi bravo giornalista, oggi allegro pensionato in Irlanda. Il piacione Carlo Massarini, prossimo a diventare “Mister Fantasy” e amico di caciara con il di sopra menzionato Venditti, nonché possessore all’ epoca di una Cinquecento mitica. Insomma, una generazione di fenomeni molto allegra e disincantata. Dago, che già aveva fatto il deejay giovanissimo al Titan, credo, era piuttosto avanti per l’ epoca. Un po’ come Costantino della Gherardesca oggi, anche se con gusti e appetiti opposti. Insomma, per venire a Dagospia, io lo scopersi al Festival di Sanremo, credo del 2000 (quindi ancora “sperimentale”) quando il collega e amico Riccardo Frezza (con Salvo La Fata noto – © Marzi – come Bibì e Bibò, ovvero i migliori fotografi scandalistici italiani) mi piombò in sala stampa e mi chiese di cercare il sito www. eccetera eccetera, perché avrebbe dovuto pubblicare delle sue foto, all’ epoca ancora in bilico tra la pellicola e il primo digitale. Già dai primi vagiti del sito, Dago riuscì ad ottenere due cose: un numero di contatti che si avvicinava a quello della Città del Vaticano (il top) e… un mucchio di querele. Per queste ultime, Roberto ha sì vinto ma più spesso pagato, rischiando nei primi anni di dover chiudere la baracca. Gli argomenti, il linguaggio, le immagini lo resero subito un soggetto “Odi et amo”, ma comunque molto letto. Dopo la nota malattia, superata benissimo come Nanni Moretti anni prima, il Dago pubblico tutto tatuaggi e look Rasputin ha per contrasto raggiunto la stabilità economica e redazionale (almeno spero) e gli perdono se ogni tanto vedo foto mie – Patty Pravo in particolare – prese chissà dove e tirate fuori nelle più strane circostanze. Per farsi perdonare gli chiederò di passarmi la “striscia” di News per il mio nuovo sito. Un abbraccio forte, vecchia lenza!

Nella foto: una delle prime "cattivissime" dago-notizie di molti anni fa. Peraltro attualissima, cambiando alcuni nomi dei protagonisti 

RECENSIONE SIREN SERIE TV INEDITA PRIMA STAGIONE

Una vera leccornìa per gli amanti del genere soft-horror. Perché questa volta le sirene - e i tritoni – sono creature selvagge e pericolose, e temono ferocemente chi vive sulla terraferma. “Siren” è una serie tv in dieci puntate di produzione canadese, assolutamente inedita in Italia e attualmente in onda su Freeform, il canale via cavo della Disney Usa. Bisogna andare a cercarla online insomma, e ci sono anche i sottotitoli. Bristol Cove, un villaggio di mare che vive di pesca ( e che assomiglia sempre un po’ alla Cabot Cove delle mitica Jessica Fletcher, ma anche alla Haven dell’ omonima serie) è considerato mitologicamente “La casa delle sirene”. A seguito dalla cattura di una di queste creature da parte dei sempre cattivissimi militari (ovviamente più americani che canadesi) la sorella, che per un caso si chiamerà Ryn, viene sulla terraferma per salvarla. Gli inizi sono complicati e ci sarà un bel andirivieni nelle prime puntate, ma l’ amicizia con due giovani biologi marini (gli attori Alex Roe e Fola Evans) ovviamente innamorati (lei è la figlia dello sceriffo) e un po’ di canti appunto “incantatori” permetteranno a Ryn (la minuta, strana e affascinante attrice Eline Powell) di diventare a sua volta molto umana. Le sue sorelle e fratelli diciamo “in cattività” però useranno la violenza nei confronti dei pescatori, e bene e male si mescoleranno in corso d’opera. Siamo ben lontani – e questo è il bello – dagli stereotipi disneiani (ma anche la recente serie Rai non rinnovata) e, se fosse possibile, la visione delle sirene come mistero biologico di un lontano passato sembrerebbe  quasi (ovviamente molto quasi) credibile. La serie in sostanza ha una sua solidità di scrittura, un incalzare degli avvenimenti e una originalità che stupisce sempre un po’ nei casi in cui si rimanda a un soggetto trito e ritrito, nonché succhiato fino al midollo. Non manca l' afflato ecologista di denuncia del disequilibrio tra risorse marine e sfruttamento intensivo da parte dell' uomo. Anche se l’ ultima puntata non è ancora andata in onda (prima visione Usa il 29 marzo, la “Giornata Internazionale delle Sirene”) la serie è già di culto con un gradimento altissimo, addirittura “bulgaro”, del 98 per cento. Sarà anche perché attori e attrici sono tutti giovani e piacenti, e il target di riferimento è young-adult. Speriamo che qualche network “illuminato” di casa nostra riprenda lo show, perché merita. Ed è già stato rinnovato per una seconda stagione.

RECENSIONE EMMA MARRONE LIVE: PREGI E DIFETTI

Emma Marrone non ha un vero repertorio. Questo è il suo più grande limite. E’ sostanzialmente il limite di questa generazione di artisti ultratrentenni, fuoriusciti dai talent, e dalla Maria in particolare, che non possono più contare sulla grande offerta autorale che fino a una ventina di anni fa permetteva di “vestirsi” di canzoni adatte alla propria voce, al proprio stile e – perché no? – alla personale visione della Società e/o della sfera affettiva. Gli iscritti Siae formavano una specie di ricco supermercato del talento, all’ interno del quale in molti trovavano la risposta alla propria fame di fama. Si sono estinti? Qualcosa del genere. Faticando a vivere di canzoni, anche per la contrazione delle vendite, si sono messi a fare altro. E i poveri cantanti di successo prettamente televisivo, accumulando errore ad errore decidono di arrangiarsi in proprio, con risultati spesso imbarazzanti. E dire che Emma, per esperienza e successo, andrebbe annoverata tra le interpreti “mature” del pop italiano. Anche per il successo di pubblico (molti giovanissimi e addirittura bambini) che comunque continua ad avere. Ecco allora il Forum di Assago bello pieno dei “soliti” Diecimila. Metto in conto che quei diecimila, e tanti altri, essendo fan appunto, non tengano in considerazione le mie parole, anzi le possano trovare ingiuste. Ma tant’è. A me tocca l’ ingrato compito di gridare che il Re è nudo… Altro problema della focosa ragazza pugliese è la voce poco “istruita”, sempre un po’ ondeggiante sull’ intonazione, più che altro perché troppo incline a “sparare” la sua consistente vocalità sempre in overclocking. Gli arrangiamenti poi sono un po’ tutti “figli naturali” di qualcos’altro. Come la lunga introduzione allo show con il riff (identico) che è marchio di fabbrica degli U2, tipo “When the Streets Have No Name” per intenderci. I pregi? Emma è una artista “sfacciata”; e prenda questa mia affermazione come un sentito complimento. Ha verve, una indubbia personalità e un potenziale artistico animalesco. Ma nessuno, finora, ha saputo – o voluto – imbrigliare tanta energia. E qui la rabbia si fa più sentita. Con la nostalgia per personaggi come Gianni Sassi, Nanni Ricordi e Ennio Melis, che di una così avrebbero fatto meraviglie.

Nella Galleria foto 94 immagini dello show 

RECENSIONE SECONDAMAREA SLOW

Finalmente, un po’ di sano artigianato. Dodici anni fa due ragazzi milanesi poco più che ventenni si sono trasferiti all’ Isola del Giglio per vivere e fare la loro musica. Sono Ilaria Becchino e Andrea Biscaro, i Secondamarea. Dal 2007, con “Chimera” ispirato a Dino Campana, in poi frequentano i premi Ciampi, De André, Biella Festival e Bianca d’ Aponte e li vincono, così come il Festival Internazionale di Monaco di Baviera. Ricchi pargoli della borghesia un po’ sopra le righe? Non ci risulta, anzi. “Viviamo di musica, di arte, e di quello che ci incuriosisce”, mi spiegano, precisando poi che sono stati solo sfiorati dal delirio del naufragio “… torni sulla nave, cazzo!”, abitando dall’ altra parte dell’ isola. Il loro nuovo album, “Slow” si permette anche un video, “Petrolio”, ben realizzato sulla dinamica di un brano che una volta si sarebbe potuto definire il “singolo”. Il cd, o su quale supporto lo vogliate, è interessante perché parte dalle canzoni e non dagli arrangiamenti, e i testi sono logici nella loro ispirazione ecologista/realista. Tra i titoli, “Slow” è forse il brano più ispirato. Un elogio alla lentezza tra castagne e amore. “Pellegrinaggio” e “Macina” potrebbero essere canzoni dei Nomadi, con quei ritmi e quelle tematiche. Lei, Ilaria, occhi azzurri e pelle già abbronzata (che invidia… ) ha una voce ben impostata naturalmente, e una buona dizione e scansione. Tecniche rarissime nell’ eccesso di scapigliatura roccheggiante dei talent. Lui, Andrea, è il fedele scudiero ma, evidentemente, anche il musicista con una buona istintività armonica e un altrettanto istintivo gusto per un piacevole e largo “terzinato”. In questi giorni sono passati da Milano per un paio di rapidi showcase voce e chitarra in spazi di movida, duellando acusticamente con tram e motociclette, eppure riuscendo a bloccare l’ attenzione del pubblico. Siamo alle solite, insomma. Se esistesse ancora una Discografia italiana, ovvero reali spazi alternativi ma di successo, i Secondamarea sarebbero delle piccole star. Ma forse a loro va meglio così. Meglio una primavera al Giglio piuttosto che un successo cementificato

BM

Altre immagini in Galleria Foto 


E' ONLINE IL SITO DEGLI EURASIA: GLI AREA DEL NUOVO MILLENNIO

E' da poche ore online il sito https://www.eurasiaband.it dove potrete trovare tutte le informazioni sulla band piemontese che sta ricevendo consensi da tutto il mondo. Il loro album "Il mondo a rovescio" li ha consacrati come i legittimi eredi di "quel" sound musicale e sociale "rivoluzionario" che contraddistinse gli inarrivabili Area. Certo inarrivabili, tenendo presente anche la voce di Demetrio Stratos (infatti gli Eurasia tendono a cambiare vocalist sovente... ) ma sicuramente ripercorribili per maestria strumentale e originalità compositiva. Gli Eurasia sono Marco Cavallo alla chitarra, Paolo Cagnoni al basso, Simone Torriano alle tastiere e Diego Marzi (parente?... ) alla batteria. La loro attività live è attualmente limitata  ma la cosa si sta risolvendo. Bene.

IAN FLEMING THUNDERBALL-OPERAZIONE TUONO RECENSIONE LIBRO

Fino alla morte, nell’ agosto del ’64 a soli 56 anni (ebbe modo di seguire gran parte della realizzazione del film “Si vive solo due volte”) Ian Fleming, ossia il “vero” James Bond, collaborò con Albert Chubby Broccoli per le sceneggiature di film tratti dai suoi libri. E proprio l’ ultimo, “You Only Live Twice”, con i suoi astronauti e la famosa rampa costruita negli studi di Pinewood, è quello che si discosta di più dai libri (nello specifico, c’era un castello e la foresta con le piante avvelenate per i suicidi; e un Bond che quasi muore e ci mette un anno a riprendersi) pur con l’ autorizzazione dell’ autore, che era tutto sommato favorevole alle modernità, capendo che Bond sarebbe stato immortale e succube della tecnologia. In questo senso, pur se di difficile reperibilità in nuove edizioni, diventa esiziale leggere i libri, sia perché sono ben scritti e veloci (meno di 300 pagine, sempre) sia perché appunto spesso differenti e non poco rispetto ai film. Così, per l’ ennesima volta, a 52 anni di distanza, ho riletto volentieri “Operazione tuono” (Garzanti, 1965. 850 lire… Versione originale uscita nel 1961) che, ambientato tra la campagna inglese e Nassau, è buona sintesi di tradizione e innovazione. Va subito detto che alcuni personaggi noti dal film, come la splendida Luciana Paluzzi, la Fiona Volpe killer della Spectre che ama e ammazza con il medesimo aplomb, nel libro non esistono, e lo stesso killer Vargas viene nominato solo una volta. L’inizio con Bond che uccide “La vedova” alias killer della Spectre, è solo la scusa filmica per far vedere di nuovo l’ Aston Martin di “Goldfinger”, la slitta a getto che fa volare le persone (cioè il suo inventore nel film) e intuire che Bond questa volta ha subito danni alla schiena per un “attizzatoio nelle mani di una vedova”. Anche la storia della sostituzione con plastica facciale del maggiore Dervall della Nato (l’ attore Paul Stassino) in realtà nel libro si rivela come una semplice corruzione per denaro di Giuseppe Petacchi, pilota e viveur italiano, fratello di Dominetta (Domino) Vitali/Petacchi, amante di Emilio Largo. Ultima discrepanza, nella storia la Spectre non ha un vero capo, e i “numeri” vengono cambiati a rotazione. Così Largo ha il numero 1, mentre Ernst Stavro Blofeld ha il numero 2. Il resto si svolge più o meno come da copione (è il caso di dirlo). In alcuni casi la precisione comprende anche i dialoghi, sovrapponibili a quelli dei film. La riunione a Parigi della Spectre, il tavolo a trazione e la “cottura” del Conte Lippe, così come l’ avventura di 007 con l’avvenente e simpatica infermiera e la sfida con Largo al Casinò di Nassau. Il Disco Volante è come da film, ma non si divide in due, e non si schianta. La residenza di Palmyra non viene approfondita (e non ci sono squali affamati nella piscina) mentre la storia di copertura per la missione di Largo è quella di una caccia al tesoro. Non manca il clima caraibico ben impresso, e la naturale eleganza implicita del principale personaggio. Anche se il finale della storia è ben noto, il libro riserva alcune piccole sorprese. Per cui vi lascio la curiosità di scoprirlo.

RECENSIONE RON LUCIO! TOUR ESORDIO A MILANO

Dopo la ripresa di un inedito di Lucio Dalla, vincendo il premio della critica, all' ultimo Festival di Sanremo, e poi aver realizzato l' album "Lucio!", completamente dedicato al suo grande mentore bolognese, Rosalino Cellamare in arte Ron ha trasposto le sue idee e le canzoni di Dalla in un concerto-racconto, che ha esordito con successo e commozione al teatro Dal Verme di Milano, ripreso a Roma adesso e poi, dopo alcune date al centro-sud nel mese di maggio, dovrebbe essere messo in standby fino all' autunno, in previsione di un lungo tour teatrale. L'idea è bella e rigorosa; l' aplomb di Ron nel proporre arrangiamenti nuovi ma che non stravolgono le canzoni, anzi, aggiunge quel po' di magìa che a quel farfallone di Dalla avrebbe fatto sicuramente piacere. Un videowall (qualche intoppo all' esordio) ripropone immagini inedite ed edite, stralci di interviste a Pupi Avati, Arbore, Vecchioni, e via dicendo. Ron ci mette il carico alternando le canzoni a brevi ricordi. Un bel mix che è concerto con uno spruzzo di teatro. Cinquanta immagini in galleria.

RECENSIONE ROMEO SANTOS LIVE A RHO-EXPO. CANTANDO SOTTO MOLTA PIOGGIA

Guardali, caro Salvini con o senza felpa. Guardali bene i quasi quindicimila che, pazienti, hanno atteso sotto un vero nubifragio l’inizio del concerto di Romeo Santos, superstar latina nato a New York ma di origine sudamericana. Guardali bene perché sono quelli che non “rubano il lavoro” agli italiani, anzi fanno quelli che i nostri baldi giovani non prendono in considerazione. Non “violentano le nostre donne” ma a volte sono i nostri ragazzi a corteggiarle. Non rubano o si mettono nelle gang di strada, perché ogni santa mattina (sono molto credenti) si alzano presto per andare a lavorare. Stasera si portano appresso i loro bambini, le loro zie e sorelle grasse, oppure sono sexy e seminude per cercare lo sguardo del loro idolo. Esattamente come le ragazzine italiane con il tamarro del momento. Sono come noi, insomma, anzi “sono” noi. E pagano il biglietto, anche caro, per assistere allo show di un’ artista che, mutatis mutandis, potrebbe essere l’ equivalente del nostro Ramazzotti, che peraltro amano anche loro. Eccoli, con le bandiere della Repubblica Dominicana, dell’ Honduras, dell’ Equador, e via dicendo. Questa sera sono orgogliosi della loro superstar pop. E pensare che la location dell’ ex teatro dell’ Expo (quello dove il resident show è stato per un anno il Cirque du Soleil) è apparentemente comoda, essendo collegata a metro, Fs, autostrade e altro, ma all’ atto pratico è una sfacchinata, perché l’ intera zona è per metà area “cimiteriale” dell’ Expo e per metà cantiere, e non si può arrivare se non passando vari controlli e facendo chilometri a piedi. Ma questa sera non conta. E allora prendiamo il freddo, l’ acqua (ma il palco è copertissimo) e gli accidenti di rito, e attendiamo le dieci di sera perché alla fine lo show del Golden Tour 2018 abbia inizio. Lui è come deve essere. Canta bene, si muove bene, ha una band che ricorda spesso le sonorità del primo Santana. Canta i vecchi e nuovi successi, che non conosco e che, con il mio spagnolo da Mallorca e isole vicine, fatico a capire. Ma loro, i Quindicimila, sanno ogni parola, ogni riff. E anche l’ acqua dal cielo, pietosamente, ad un certo punto si fa meno intensa. E questi nostri concittadini figli degli Incas (sono buoni, ma non farli incazzare, Salvini) per questa sera si sono ritrovati senza padroni, senza nemici, senza Salvini insomma.

Nella Galleria Foto ben ottanta immagini dello show

EDITORIALE

QUANTICO, L'ITALIA E BERLUSCONI

Succede che guardi per lavoro la prima puntata della terza serie di Quantico, la spy story con la former (e che “former”… ) Miss Mondo Pryanka Chopra nel ruolo della protagonista Alex Parrish, che passa da recluta a super agente Fbi in un baleno, e salva il Mondo un paio di volte; e, malgrado ciò, all’ inizio della prima delle nuove 12 puntate in programma, tecnicamente è ancora latitante per una serie di accuse federali. Succede che si nasconda in Italia, ma ci torniamo dopo. Succede che la sua migliore amica Shelby (Johanna Braddy) che nel frattempo si è sposata con l’ ex di Alex, il belloccio Ryan Booth (Jake McLauglin) proprio per causa sua (una super arma, what else?) sia prigioniera a New York di una “cattivissima” chiamata La Vedova che, mentre la tortura, ammette di sapere parlare italiano dai tempi in cui “Faceva affari con Berlusconi”, definito un attimo dopo “verme”. Ho riprodotto i due fotogrammi incriminati con tanto di traduzione, e mi chiedo, ma se lo chiedono anche i fan, se e come verrà tradotto questo passaggio in italiano. La serie inizia infatti tra pochi giorni su Sky. Sia chiaro che non sono un fan dell’ ex Cavaliere, e nemmeno pendo dalle immagini di Sorrentino, malgrado l’ evidenza di certe situazioni che hanno anche già avuto riscontri giudiziari per alcune persone. Ciò premesso, mi trovo nella posizione di difendere (intendiamoci, non ha certo bisogno di me, in questo senso) l’ onorabilità del dottor Berlusconi da quello che, a tutti gli effetti, sembra uno “script” raffazzonato di un autore distratto, o poco controllato dagli onnipresenti avvocati delle Case di produzione. Una cadute di stile, tra l’ altro ininfluente per la storia. La verità è che, more solito, quando entra l’ Italia protagonista in qualche modo di vicende americane, la tentazione del luogo comune è sempre in agguato, e l’ ignoranza degli autori è palese. Ecco allora Alex che vendemmia a Montepulciano, ha un compagno con una figlia piccola che sembra il classico vedovo benestante proprietario terriero (non è Sting ma l’ attore Andrea Bosca; lo stesso co-protagonista in Rai di Il Capitano Maria, con la Incontrada). Succedono delle cose, e lui deve scappare con la figlia, mentre Alex ne ammazza cinque o sei. Con quale macchina scappa? Una Giulietta anni Sessanta… Il taxi che riporterà poi Alex in Toscana è, come normale, una Toyota Prius ecologica? Niente affatto: è una vecchia 128 scassata. Nel mercatino di Montepulciano, sullo sfondo non manca uno sfaccendato anziano che suona la chitarra (Boh… ) mentre una signora vende braccialettini indiani fatti a mano. Vedo già la giusta protesta dell’ Associazione Venditori Abusivi pachistani… E via dicendo. L’unica cosa (che perderemo nel doppiaggio) è il discreto italiano di Pryanka/Alex. Quella che ha preso la cosa più seriamente. E nella speranza che il Berlusca faccia causa e mi dia una percentuale…

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Recensione The 100 serie tv quinta stagione

Ricorderete: l’ idea iniziale era molto buona. L’ Umanità, dopo il solito olocausto nucleare, si salva in una grande stazione spaziale, che per cinquantasette anni ruota attorno alla martoriata Terra. Varie vicissitudini portano cento ragazzi – appunto – a tornare sulla superficie facendo un po’ da cavia. Poi arrivano i sopravvissuti, vagamente mutanti, le dodici tribù, altri survivors dentro una montagna, un tentativo maldestro di mondo parallelo dentro un mega computer. Il tutto sotto l’ egida di un gruppo di bravi e noti attori; in particolare Eliza Taylor che è l’ eroina Clarke, Paige Turco che è sua madre Abby Griffin. Zach McGowan (il Vane di Black Sails) è Roan, mentre Henry Ian Cusick è Marcus Kane, il capo della Comunità. Tanti i giovani attori, tra i quali cito Lindsey Morgan nel ruolo di Raven, l’ “aggiustatutto”. Ergo: la serie piace molto ai giovanissimi, per via di ragazze e ragazzi bellocci, amorini e un paio di solide storie lesbo. La quinta stagione (mi sa anche l’ ultima) di “The 100”, dai libri di Kass Morgan, è alla seconda puntata di tredici, ma già si capisce, a grandi linee, dove la storia andrà a parare. Già da un po’ la dicotomia tra tecnologia e imbarbarimento, sociologicamente sempre intrigante, ha lasciato il posto a una specie di Mad Max perenne e impolverato, ma senza Tina Turner che canta “We Don’t Need Another Hero”. Mentre mille sopravvissuti da sei anni stanno chiusi in un bunker sotterraneo, per via di una pioggia acida e radioattiva, Clarke è rimasta fuori (ha una mutazione genetica che la rende immune) e trova dapprima un’oasi verde dove la Natura è rifiorita e poi una bimba selvaggia che crescerà con lei. La grande trovata consiste invece nell’ atterraggio di una grande astronave piena di galeotti, tutti vivi e vegeti, che nessuno – ohibò! – della stazione spaziale aveva notato in orbita nei famosi cinquantasette anni. La citazione da Star Trek “Botany Bay” e dal successivo film “L’ira di Khan” (dove Khan era il grandissimo Ricardo Montalbàn) è evidente. E’ facile immaginare cosa succederà: botte da orbi per almeno sette o otto puntate. Io amo la fantascienza e un po’ meno le saghe apocalittiche, che pare continuino invece a spaventare e intrigare il pubblico Usa. Per cui vedrò la quinta serie “per vedere come va a finire” ma mi farò una ragione se prevarrà la noia, cosa probabile. Dico questo ancora piacevolmente scosso per il finale di stagione di “Homeland”, magnifico. Dove una realtà fittizia ma mooolto attendibile la vince su una fantasia poco fantastica.

BM


Recensione The Expanse Terza stagione SyFy e Netflix

Che cos’è la protomateria? Roba aliena e pericolosa, sembrerebbe. Dopo averla scoperta nelle periferia del Sistema Solare, nel frattempo ampiamente colonizzato, con Terra, Marte e Cintura (presumibilmente degli asteroidi) che si guardano in cagnesco, sempre pronti a tirare fuori i missiloni, c’è chi ovviamente vuole farne cattivo uso, con cavie umane, bambini in particolare, trasformati in soggetti tipo Alien duri a crepare. Ci sono i politici, che ovviamente danno sempre il meglio di sé, ma ci sono anche gli eroi, volontari e involontari. Quella che ci piace di più è la super soldata marziana Bobbie Drapers, interpretata dalla brava Frankie Adams, che ha una tuta talmente potente che quella di Iron Man le fa una pippa. Intrigante e in via di chiarimento la posizione della diplomatica terrestre Chrisjen Avasarala, ben proposta – una menzione per gli abiti – da Shohreh Aghdashloo, che noi ovviamente chiameremo Gina… La terza serie di The Expanse, ripartita l’11 aprile negli Usa, riprende da dove erano rimasti i nostri Eroi, l’ equipaggio della nave da combattimento Rocinante (che nel frattempo dovrà cambiare nome e nascondersi) e appunto altri personaggi che nel corso delle due prime stagioni si sono dati sia lo status di traditori sia quello di eroi. Il tutto, realizzato splendidamente con la post produzione al computer, ruota all’ interno di una saga abbastanza credibile, diciamo duecento anni avanti nel tempo, in cui tutti vogliono menare tutti. I marziani si sentono fregati dalla madre Terra (ma hanno un esercito da sballo) e i ribelli della Cintura vorrebbero contare di più. Razzismo futuribile, insomma. La serie nasce dal serissimo e pluripremiato primo capitolo della saga “La distesa”, il candidato al Premio Hugo “Leviatan-Il Risveglio” (Fanucci editore in Italia) scritto con lo pseudonimo di James S. A. Corey da Daniel Abraham e Ty Franck. Il consiglio quasi obbligatorio è di vedere tutto dalla prima serie di dieci puntate, più le tredici della seconda, proprio mentre la terza stagione di tredici episodi ha appena preso il via. La faccenda della protomateria ha degli antefatti, delle conseguenze e dei coup de théâtre che non conviene tralasciare. L’ inizio della terza serie è infatti pressoché riassuntivo, con i dieciminuti del finale di puntata molto in stile Battlestar Galactica sparatutto. La serie ci piace perché veramente fantasiosa e allo stesso tempo ben realizzata. Ripeto di partire dalla prima puntata della prima stagione. Va cercata, in inglese (e sottotitoli dei buoni samaritani) ma vale la pena.




Dentro la mostra Immagini di Musica a Verbania

Ecco la mia mostra a Villa Giulia a Verbania. L'intero percorso, con tanto di dark room dedicata a Bowie, lo potete seguire nella sezione "Le mie mostre" testé aggiornata. La mostra continua ad avere successo di pubblico e ottime risposte sul livello della proposta. Fate ancora in tempo perché si va avanti fino a domenica 22, con il gran show finale alle 18. Giornate estive e gente che fa il bagno...


Vincenzo Zitello e la sua arpa stereo (nel senso che ne suona due) sarà in concerto per Amnesty a Villa Giulia di Verbania, all' interno della mostra "Immagini di Musica". Sabato 21 aprile alle ore 21. Ingresso a offerta libera


GIANNA NANNINI LIVE AL FORUM DI MILANO

La serata inizia subito bene. Casualmente incontro e saluto Francesca Schiavone, ovvero la tennista italiana più forte di sempre. Due battute simpatiche (spero) senza bisogno della seconda di servizio. Le strappo la conferma che la sua carriera agonistica continua ancora. Spero che ci faccia divertire con nuovi exploit. L' età è una convenzione. In proposito l' altra artista della serata, Scaramacai Gianna Nannini, è lussuosamente assisa su un trono bianco e dorato. da cui si muove quasi subito, attenta a non combinare ulteriori disastri al ginocchio della gamba sinistra bloccato dal tutore metallico modello Terminator. La vicenda è nota. Da tempo non si rompeva nulla durante uno show. E' successo una settimana fa e il ginocchio ha fatto strani rumori. Ma lei non demorde, e non delude - anzi! - un pubblico molto affettuoso che la accompagna cantando sia i nuovi sia i vecchi successi. La Gianna è ancora una rockstar con il pedigree intatto. Ogni ruga del viso abbronzato, fieramente esposta, ricorda una battaglia. Presumibilmente vinta. Un po' di foto fresche in galleria


VIDEO BELLO FRESCO

 Ieri la Cbs è entrata nella linea di produzione della Tesla Model 3 e ha parlato con il capo Elon Musk (quello che vuole andare su Marte e fa atterrare i razzi in verticale come nei B movie degli anni Cinquanta. La Nasa non ci era mai riuscita). Diamogli fiducia...


CENTO IMMAGINI DI PATTY PRAVO DAL 1977 IN POI

Le trovate nella pagina apposita. Molte sono inedite.

SADE SMOOTH OPERATOR A MONTREUX JAZZ NEL 1984

Sade Adu è ancora in attività permanente effettiva. E mi dicono che con il passare del tempo (59 anni per la fanciulla di origine nigeriana) non abbia perso fascino e sia migliorata vocalmente. perché all' epoca il suo difficile repertorio non le perdonava nulla. La ricordo simpatica per un' intervista, che prima o poi troverò. Il video è tratto dallo show del 1984 a Montreux Jazz.

Hap & Leonard recensione serie tv Terza stagione

Prodotta da Sundance, questa serie noir ma non troppo segue la cronologia della parallela serie di libri creata da Joe R. Landsdale, un scrittore a dir poco eclettico, che passa dai fumetti al pulp ed è esperto di arti marziali. Vista e piaciuta già nelle due prime stagioni, questa terza serie, basata sul libro “Il Mambo degli Orsi” del 1995, si dimostra ancora più efficace perché, riguardo al profondo Sud americano e alle grandi questioni del razzismo e della grande “palude” che ha votato prima i Bush e ora Trump, come si dice sa andare al nocciolo della questione. Hap, un perfetto James Purefoy, e Leonard, Michael Kenneth Williams, sono due amici, praticamente più che fratelli. Il primo è bianco e di animo buono, e dalla prima serie si sa che è stato in prigione per colpe non sue. Ripara macchine e ama le donne, specialmente nere ma non fa differenze. Leonard è un omone nero reduce dal Vietnam con tanto di stella al merito, ed è un gay decisamente atipico. I due, sostanzialmente, lottano a modo loro contro le ingiustizie e magari cercano anche di guadagnarci qualcosa, in una maniera o nell’ altra. La terza serie è ambientata nel 1989, tra diavoli che stipulano patti ai “crossroads” con musicisti blues che vengono impiccati dal Ku Klux Klan locale. Una amica ed ex di Hap, una avvocatessa nera e molto bella che si chiama Florida Grange, l’ attrice Tiffany Mack, si ficca in un guaio andando in una cittadina, appunto, iper razzista, e fa troppe domande sulla morte di un musicista nero e sulla sua famosa ultima canzone “maledetta”. Ad un certo punto si pensa che sia morta. Hap e Leonard la vanno a cercare e ovviamente ne passano di tutti i colori. Attualmente, con la puntata quattro in uscita, siamo a questo punto della storia, che vede molti visi famosi del cinema e dalla tv tra i comprimari. Tra questi, nel ruolo di Bacon, cuoco e chitarrista blues che la sa lunga, un bravissimo, e non potrebbe essere altrimenti, Lou Gossett Jr. Le storie che coinvolgono i due amici hanno spesso risvolti grotteschi, a volte pulp, specialmente la seconda stagione, ma hanno trovato un ritmo e una trasposizione tivù di gran classe. Consiglio vivamente di partire dalla prima stagione. In Italia Amazon Prime Video la trasmette da gennaio.


VIDEO

The Police Chronicles

Come ha fatto Sting a comprarsi castelli, ville e vigneti in Toscana? Nasce tutto da questa canzone, "Fallout", uscita come singolo nel 1977, composta e registrata praticamente da solo da Stewart Copeland (ancora lungi da diventare "Klark Kent") con l' aiuto di Harry Padovani, primo chitarrista della band, prima dell' arrivo dell' ex turnista Andy Summers. Il disco era prodotto dalla Illegal Records di Miles Copeland, fratello di Stewart e primo manager dalla band. La versione 1979 ha una linea melodica modificata da Sting e resa più aggressiva.

The Crazy World of Arthur Brown Fire

E' il 1968. Questo brano, completamente fuori di melone (come il video originale) va al primo posto in classifica in tutto il Mondo, Italia compresa. E non dite che è l' inno dei piromani, per favore... Sapete già di Vincent Crane, co-autore e tastierista.

L'immenso Rory Gallagher al Rockpalast '77

Uno dei dischi fondamentali dei primi anni Settanta è certamente "Taste Live!", registrato a Montreux. Il chitarrista irlandese Rory Gallagher ci insegna cos'è il rock blues. Prematuramente scomparso per problemi renali.

Keith Emerson & Nice live alla tv svizzera 1968

Prima di formare l' anno successivo Emerson, Lake and Palmer, il grande pianista e tastierista inglese proveniva dal trio dei Nice, che però in questo video sono in quattro... Questa è la sua versione di "America", da West Side Story. Il primo programma musicale a colori della tv emmenthal. Strepitosi i primi minuti di presentazione...

                    ARTE E DINTORNI

Una foto al giorno, più o meno

Frank Sinatra live!

Il 4 maggio la Universal pubblica un singolare cofanetto dedicato a tre live di Frank Sinatra e intitolato "Standing Room Only". SI tratta  in gran parte di materiale inedito e completamente rimasterizzato. L' idea è quella di coprire tre decadi di concerti nella lunghissima carriera del cantante e attore italo-americano. Di particolare pregio è il primo cd registrato al The Sands di Las Vegas nel 1966 con l' orchestra di Count Basie. Inedito anche lo show del 1974 alla Spectrum Arena di Filadelfia, mentre solo parzialmente edito il terzo cd, registrato nel 1987 alla Dallas Reunion Arena. Le mie due foto coprono appunto gli anni attorno alla metà Ottanta, e i concerti di Palermo, Genova e Milano, questi anche con Sammy Davis Jr. e Liza Minnelli


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