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Noterete che di recente  le immagini sono molto più grandi ma protette da watermark per impedire l' uso fraudolento. Indispensabile accorgimento, necessario in vista del nuovo sito, dalla grafica incredibile ma con necessità tecniche ineluttabili. Seguitemi con immutato affetto!


COVER STORY E' IL LIBRO CHE MANCAVA E CHE RENDE OMAGGIO ALLA CREATIVITA' DEI FOTOGRAFI E ART DIRECTOR ITALIANI CHE LAVORANO CON LA MUSICA

L'autore, Roberto Angelino, è un giornalista di lungo corso in Rcs (in particolare al settimanale Oggi) con vista musica, della quale ha ottima competenza iconografica e storiografica. Luciano Tallarini, che firma la prefazione, è forse la figura che da noi ha inventato l' immagine del grafico di copertine. E' il decano giusto per un fatto di età, ma di certo ha aperto la strada a una serie di talenti e studi grafici che a lui devono molto. Questa la premessa. "Cover Story", le cui pagine sono un misto di testo, racconti e immagini (e qualche imperfezione che ci sta) racconta la genesi di quelle che l' autore considera le migliori copertine dei grandi dischi della musica italiana. Bontà sua, ci sono anche tre mie copertine, che vi lascio scoprire, L' opera è uscita un mese fa per Vololibero, e l' autore mi mandò per tempo il pdf del libro chiedendomi di "aspettare un po'" per darne notizia. Così succede che passi un mese dall' uscita, ma forse adesso, sotto le Feste, diventa anche una buona idea per una strenna molto gradita dagli appassionati di musica. Anche perché la struttura discorsiva di Angelino (ricordiamoci che è giornalista di buona penna) porta a una ricca aneddotica  di piacevole e interessante lettura. Molto calibrata anche la scelta delle copertine, circa centocinquanta. Pregevole la disamina di Tallarini sul passaggio dagli album grandi dei 33 giri che esaltavano la grafica alla "minuteria" delle copertine dei cd; anche se sta diventando consistente nei numeri il ritorno del vinile come oggetto e ascolto dinamico. Un buon acquisto, quindi, anche se - scherzo ovviamente - le mie copertine di cui valeva la pena erano almeno tre o quattro in più... Confidiamo nella seconda edizione.

EDITORIALE 

LA TRAGEDIA DI ANCONA E' STUPIDITA' ASSURTA AD ARTE

Chi, come me da almeno cinquant'anni (prima di farne un lavoro) frequenta arene di tutte le dimensioni e per ogni tipo di esibizione musicale sa che i pericoli per il pubblico sono sempre gli stessi: uscite di sicurezza, sovraffollamento e panico. Ho atteso diverse ore per dire la mia sulla tragedia della discoteca Lanterna Azzurra di Corinaldo, in provincia di Ancona. Le informazioni attuali parlerebbero di una struttura aperta solo parzialmente (una sala su tre, e l' uscita con il tragico ponticello) con 1400 biglietti venduti (con capienza a 870 posti) e il chiaro utilizzo di uno spray al peperoncino. Potrei fermare qui la cronaca. Ma aggiungo di mio che, premessa l' assoluta inconsistenza musicale di tale Sfera Ebbasta, il sedicente artista sul palco, è un fatto che il giovanissimo pubblico fosse lì per moda più che per scelta artistica. Fatto appunto che comunque seleziona da sempre quel target generazionale dai tempi di Elvis, passando dai Beatles, da Miguel Bosé alle boy band di ogni tipo. Oggi tocca ai rapper da retrogusto nullo. Non ce l'ho col signor Ebbasta (c'era tempo fa un cantante di Parma che si faceva chiamare Rinaldo Ebasta) che ha il diritto di proporsi come chiunque altro, e forse solo un po' con genitori che dicono sempre sì ai figli per qualsiasi cazzata (e, tragedia nella tragedia, una giovane madre è morta). Ma porca miseria perché millequattrocento ragazzini erano ancora in attesa all' una di notte che lo spettacolo cominciasse? Si tratta di minorenni, anzi giovanissimi, che avrebbero dovuto assistere allo show almeno entro le 22. Anche se le abitudini da discoteca sono altre, purtroppo, è chiaro che si trattasse di una serata speciale per un pubblico particolare. A Milano gli show delle boy band (per esempio giorni fa i 5 Seconds of Summer) iniziano il prima possibile, sovente attorno alle 20- 20,30 anche in arene da diecimila posti come il Forum di Assago; e aziende come Barley o Live Nation pongono molta cura nella sicurezza "passiva" del pubblico. Altro discorso nelle discoteche (ma il Live di Trezzo è perfetto per la sicurezza, ad esempio)  o nelle feste di piazza. Se i metallari sono abituati a stare per ore in quattro in un metro quadrato e pure si divertono (la statistica di 4x mq. è un dato tecnico ufficiale) è evidente che giovanissimi adolescenti pigiati per oltre quattro ore alla fine abbiano in qualche maniera ceduto, spaventandosi per un fatto "esterno" come lo spray al peperoncino. Una serata finita male? Un fatto atipico? Vorrei tanto che fosse così. In archivio ho la cronaca di una serata del 2001 per la prima data del tour di Elisa, che aveva appena vinto il Festival di Sanremo con "Luce". Il ricordo è limpido, perché quella sera approfittai del fatto che la mattina dopo avevo la gara di Campionato Italiano Assoluto di scherma ad Ancona. Guarda caso, la serata era in zona, e mi dissi che avrei avuto modo di approfittare dell' occasione. Che dire. Non ricordo e non voglio ricordare il nome del locale ( e sarebbe semplice) ma ricordo bene che lo show iniziò all' una e passa di notte, e che rimasi pigiato davanti al palco per fare le foto per quattro ore. Anche in quella circostanza definire la serata "sold out" era eufemistico. Assistenza del personale di sala? Mah... Finì tutto bene e me la cavai solo con un rientro in albergo a notte fonda, le ossa strapazzate e una gara di cacca il giorno dopo. Concludendo, da sempre - e spesso per cercare di far quadrare i conti, visti gli esborsi per la star di turno - i gestori dei locali di provincia lavorano sulla linea di confine, spesso addolcendo le dispute a suon di biglietti omaggio. E' giusto o sbagliato? Evidentemente dalla brutta storia di ieri verranno fuori dei colpevoli. Ma un po' di prevenzione in più - e qualche "omaggio" in meno - da parte di "chi di competenza"...  Nooo?

SUCCESSO PLANETARIO PER IL FILM BOHEMIAN RHAPSODY MA MOLTI NON HANNO CAPITO CHE NON E' UN BIOPIC

Per capire di cosa si stia parlando occorre andare su Dagospia e leggere il peraltro ottimo articolo, ma pedissequo e lungo,  di Gabriele Fazio per l' agenzia  Agi che attualmente apre il sito dell' amico d'antàn D'Agostino. Si intitola (made in Dagospia): "Bohemian Rhapsody", cioè un film ottimo per chi non sa niente di Freddy Mercury - gran successo al cinema in barba alle stroncature della Critica". A parte il "Freddy" nel titolo, non opera sua, Fazio scrive molte cose esatte - da indubbio fan dei Queen - partendo però, secondo me, dal presupposto sbagliato. Come scrissi io un mese fa dopo aver visto l' anteprima del film in una sala milanese, il film passa per "biopic" - cioè una biografia, in questo caso di Mercury, al cinema. E ha molte caratteristiche peculiari per sembrarlo. E questo va anche bene al botteghino - senza in realtà esserlo. Ne sono riprova anche le corrette valutazioni che ci dà lo stesso Fazio, cioè errori, momenti mancanti, storia terminata con Live Aid. Fattori deleteri per una biografia al cinema. Caro Gabriele, anche se non ci conosciamo ed abbiamo età differenti, ti chiedo di fidarti. "Bohemian Rhapsody" fa il suo "sporco lavoro" egregiamente perché, come ho asserito un mese fa, parla di amicizia e musica, e ovviamente deve partire da Freddie Mercury (ripeto: Malek da Oscar), vissuta all' interno di una famiglia atipica come quella di una rock band nata negli anni Settanta. Se vuoi una storia precisa, ci sono un paio di documentari visibili su Sky Arte che fanno perfettamente il loro lavoro, con tanto di ultime immagini di Freddie a Montreux, il ricordo del compagno prima che anche lui morisse a qualche anno di distanza, e tutto il corollario. Il film sui Queen è appunto un film, che si lascia andare in tutte le "licenze" storiografiche del caso. E' evidente che Brian May e Roger Taylor, che hanno supervisionato tutto, sanno bene come siano andate le cose, ma per lo spettatore del film, e parlo di chi sa poco o nulla sui Queen, questo non può essere un metro di giudizio. Io ho avuto la fortuna di fotografare e intervistare i Queen più volte. Sono stato a Zurigo nel '79 (credo) e poi in altri show; a Sanremo nell' 84 ovviamente, dove ho parlato con Mercury abbastanza a lungo. E poi allo show nel successivamente crollato palasport di San Siro a Milano per il tour di "Radio Gaga". Ho intervistato poi molte volte May e Taylor. Brian May in particolare ( perché allora non parlare meglio nel film  di un chitarrista e autore sublime, che è laureato in astrofisica con un mucchio di pubblicazioni, amico personale di Hawking fino all' ultimo?). Lo stesso May mi raccontò, e scrissi (vado a memoria): "Ero, eravamo molto legati a Freddie. La sua morte è stata devastante. Mi è costata un pesante esaurimento nervoso, la separazione da mia moglie e cinque anni di terapia... ". In questo senso, ho molto rispetto per la volontà - non di natura commerciale. Sono tutti ricchissimi - di portare in tour le canzoni dei Queen con un cantante "ospite" che non sarà mai, e non deve essere, Freddie. Il film "Bohemian Rhapsody" secondo me va visto così. Con la voglia di sapere come si siano veramente conosciuti i protagonisti (e se non lo sanno loro... ) e come siano andate le dinamiche della band in particolari momenti. Anche qui per forza di cose omettendo, come per esempio nel caso dell' epatite di May che interruppe il tour Usa. Io la vedo così. La mia foto è stata fatta all' aeroporto di Nizza, con Freddie e Deacon diretti a Sanremo. Credo che sia esclusiva.

EDITORIALE

 IN ONORE DI SANDRO MAYER: L'ULTIMO MEGADIRETTORE GALATTICO

In tarda mattinata Dagospia - credo che siano stati i primi - annuncia la morte a 77 anni di Sandro Mayer. Non avevo mai lavorato con lui, anche se ci conoscevamo e ai vari appuntamenti, tipo Sanremo, erano saluti affettuosi. Ma non ho mai neanche provato, appunto a collaborare con le sue testate, per una serie di motivi che all' epoca mi sembravano decisamente validi. Il primo era che Gente era con contenuti di destra, mentre Oggi appariva un po' più libertario, e poi anche l' editore Rusconi, ancora con Edilio, era decisamente reazionario. Eppure finì a collaborare a lungo con Gioia, che non era di destra un po' per il format e un po' perché il direttore era Vera Montanari, che arrivava da Radio Popolare. E poi le cose stavano tutte sfumando sul grigio. In più, io non facevo gossip ma informazione musicale, anche se, specialmente testate come Stop eccetera, spesso mi obbligavano a fare comunque una "domandina" privè all' artista di turno. Mayer era appunto il megadirettore galattico del gossip assurto ad arte, ed era così bravo da riuscire sempre a intuire la giusta direzione editoriale da prendere; oltre ovviamente alle manìe assurte anch' esse ad arte, come la presenza sempre di notizie su Padre Pio, le copertine di Gente sempre con azzurro e/o oro come sfondo. Uno che aveva intervistato Gheddafi, Indira Ghandi e Ronald Reagan prima di diventare presidente Usa era certamente un grande giornalista. Ho sempre pensato che occuparsi di gossip ad alti livelli, per così dire, fosse di per sé un arte a parte. Malgrado le cose negli anni fossero cambiate, le sue "creature" presso Cairo Editore, con la capofila "Chi" sempre a tirature record, dimostravano che sia un deciso "manico" direttoriale sia una accurata scelta dei giornalisti adatti a determinati ruoli ancora oggi potevano permettere una buona tenuta dell' editoria su carta. Ripeto, Mayer era lungi da me, come ovviamente io da lui, ma era a modo suo un genio.
Nella foto: con Adriano Aragozzini a Sanremo alla fine degli anni Ottanta, e prima della "pelata".

ALL' ULTIMA CHIAMATA LOREDANA BERTE' RIPRENDE IL FILO DEL DISCORSO

Una sofferenza tangibile e splendida. Un'arte che stava sfuggendo con il senso della vita ed è stata ripresa per i capelli. Blu, ovviamente. Loredana Bertè  - complice una fortunata estate Made in Tormentone di cui è stata correa e madrina - ha deciso che l' autolesionismo forse non è più di moda, e che vicende umane e famigliari non giustifichino più una damnatio eterna in questo mondo. E così è tornata a fare sul serio, sia in studio con "LiBertè", un buon disco presentato ampiamente live, sia con questo tour appena iniziato al Nazionale di Milano (sold out. Barbara D'Urso massacrata di selfie. Rtl 102,5 che riprende live) dove pare che faccia di tutto per farsi perdonare la fragilità degli ultimi periodi. Dove riprende con forza e orgoglio non solo i brani dei Grandi d' Italia che hanno scritto per lei, ma anche quel Djiavan che le portò molta fortuna anni fa. Anche fisicamente, e le foto non mentono, sta avvenendo una specie di sublimazione, dove ogni ruga è una storia portata con onore, ogni espressione un sentimento, e solo alcuni gonfiori tecnologici le lasciano segni in via di guarigione. Una consapevolezza dell' età ma anche del ruolo che la cantante di Bagnara Calabra sta improvvisamente e fortunatamente manifestando. E ci metto in più il "carico da otto". Loredana è diventata anche Mimì. E' un dato di fatto, perché il pathos che ha saputo trasmettere con "Il mare d' inverno", secondo brano in scaletta, nemmeno nei momenti migliori e più lucidi è arrivato così drammaticamente al pubblico come un pugno nello stomaco. E proprio quel pubblico - un po' come Patty Pravo ma meno indulgente - che spesso l' ha applaudita obtorto collo in momenti pessimi, questa volta ha avuto il privilegio di testimoniare una Rinascita. E' vero che la voce è in fase di restauro - ma nemmeno tanto - eppure nessuno potrà parlare per ieri sera di prova deludente, di brani buttati lì. Anche lo show, con i grandi schermi che proiettavano emozioni, presente e passato, e anche un po' di futuro, è stato gradevolmente coinvolgente. E pure i musicisti - vecchia storia... - sembravano belli sereni. Con lei che faceva il gesto ai tecnici di alzarle il volume in cuffia. Buon segno.

MAI DIRE TALK DA GIOVEDI' SU ITALIA UNO: UN RISCHIO CALCOLATO CON GIALAPPA'S E MAGO FOREST

Va dato atto a Mediaset, tramite Italia Uno, di aver mantenuto bene aperta sul mondo della comicità una finestra molto arieggiata. Se oggi parliamo di Mai Dire Talk, in onda da giovedì 29 in prime time, e ritroviamo quarti di nobiltà con la Gialappa's Band - di nuovo nel suo brodo primordiale - e l' eccelso Mago Forest, dobbiamo ricordarci che Mai Dire Gol esordì giusto ventotto anni fa nel novembre del 1990. E prima, alla fine degli anni Settanta, che dire di Greggio e Faletti al Drive In e poi il tanto bistrattato ma lussuoso Emilio. Naturalmente con le divagazioni di Zelig anche su Canale 5. Tanti comici affermati, ma anche un po' meno, devono la pagnotta quotidiana all' anormalità virulenta di questa Rete commerciale dall'indole giacobina. Siamo andati volentieri alla presentazione di Mai Dire Talk, lieti di rivedere un po' di gente ancora perfettamente funzionante. Va detto che gli esperimenti, more solito, non mancheranno. Per esempio tornerà Marcello Cesena alias Jean Claude, ma con un nuovo personaggio. Stessa cosa per Marcello Macchia alias Maccio Capatonda nei panni di Jerry Polemica. E potete immaginarvi... Molte belle ragazze di talento proveranno una vis comica che purtroppo alla Tv delle Ragazze sembra non sgorgare più (eccezion fatta per la Pizza di Fango del Camerun della Leone) e poi due volti noti del giornalismo Mediaset, Greta Mauro e Stefania Scordio, si batteranno all' ultimo... non so che cosa per affiancare ufficialmente il Mago nella trasmissione. Peraltro, non penso che l' altra la buttino via... Ci saranno ovviamente ospiti, e magari qualche "curva storica" come la Marcuzzi o Michelle faranno onore a un programma che le ha rese, più che famose, simpatiche. Abbastanza infelice la sovrapposizione con Sky Arte e lo speciale su Vasco Rossi. Ma ormai tutto si può registrare e posporre.

LA FOTONOTIZIA 

VASCO-NOSTALGIA: IL 7 DICEMBRE ESCE IN EDIZIONE SUPER LUSSO IL PRIMO ALBUM DI VASCO ROSSI E SKY ARTE GLI DEDICA LA SERA DEL 28 NOVEMBRE

Lui non c'era fisicamente alla presentazione in Sony Music, ma "aleggiava". Un po' - anzi un po' tanto - perché lo abbiamo visto nell' anteprima della puntata di "33 Giri" - nuova serie, poi Fossati - che Sky Arte manderà in onda il 28 novembre alle 21,15 (e poi in replica e on demand gratuita) e poi perché a parlare della riedizione di "Ma cosa vuoi che sia una canzone" tra gli altri c' era Maurizio Biancani, allora giovane sound engineer alla Fonoprint di Bologna, che poi ha lavorato anche su altri album del Vate di Zocca, "Bollicine" compreso. Insomma, per farla breve la Sony Music dal 7 dicembre presenta un super box, cofanetto o come lo si voglia chiamare, che in tre edizioni diverse presenta l' album rimasterizzato  a 24 bit e 192 kilohertz: il massimo della tecnologia odierna. Nelle varie formulazioni, è compresa anche la copia in vinile 180 grammi e un libro realizzato da Marco Mangiarotti che ci fa scoprire il perché e il percome. Foto d' epoca comprese.  Spiega Biancani: "L' album non è stato toccato nella sua struttura originale. Abbiamo preservato il master originale di quarant'anni fa con le metodologie di conservazione, "cottura" compresa, e poi rimasterizzato al meglio. Per chi possiede l' album di allora, "suonerà" diverso perché si sentiranno dei suoni presenti nel master ma difficilmente riproducibili dai normali impianti d' epoca". Stefano Senardi, responsabile della collana "33 giri" di Sky, ha sottolineato l' estrema rilassatezza di Vasco che, assieme a Curreri a allo stesso Biancani, nel medesimo studio di allora ricorda quei tempi, chitarra a tracolla e orgoglioso di aver suonato lui stesso tutte le acustiche. Il disco, alla prima uscita, vendette duemila copie, ma solo poco dopo Vasco iniziò una scalata al successo irresistibile. Arturo Bertusi ricorda il lavoro fatto per la nuova grafica e le foto sia dell' album sia del libro: "Mandavo a Vasco delle foto, magari della sua classe di liceo, e lui dopo un po' mi rimandava tutti i nomi con note a margine del tipo: "Quello in fondo a destra non lo ricordo, ma se telefoni a questo numero... ". Ho visto, insomma, un Vasco molto focalizzato sul progetto e allo stesso tempo felice".


La foto d'insieme vede da sinistra Stefano Senardi, Maurizio Biancani, il direttore di Sky Arte Roberto Pisoni, Arturo Bertusi e il bravo addetto stampa Daniele Mignardi, a cui dobbiamo le ulteriori immagini d' epoca e la cover.

LA BULIMIA ARTISTICA DEL PRINCIPE DE GREGORI


Cosa volete che vi dica. Abbiamo incrociato Francesco De Gregori per l' ennesima volta. E aveva un mucchio di cose di cui parlare. Una bulimia creativa, e da concerto, che contrasta con l' immagine di sé data per moltissimi anni. Lo avevamo lasciato un mese fa con Mimmo Paladino e il progetto del vinile da cento copie, che peraltro avrà una tiratura limitata, ma un po' meno, in vendita proprio alla Feltrinelli.  Noi ci immaginiamo le ragioni. Credo che, facendo i dovuti scongiuri e augurandogli mille e mille repliche, la morte del sodale Lucio Dalla - e proprio dopo un lungo tour assieme - non gli ha più dato alibi dietro ai quali trincerarsi. Non si tratta di "Tempus fugit" e nemmeno del "Che faccio, mi si nota di più se... " di Morettiana memoria. E d'altronde, come definire un artista che per un mese suonerà tutte le sere nella sua Roma (28 febbraio/27 marzo) nel rinato teatro della Garbatella da poco più di 200 posti? E tra l' altro cambiando scaletta tutte le sere. "Sarà un piacere fare le prove - spiega a Milano nel nuovo spazio della Feltrinelli - e poi decidere con la band cosa scegliere tra cinquanta, sessanta pezzi. Ovviamente tenendo fissi i successi che il pubblico vuole ascoltare, e che rifaccio con piacere... ". E cosa aggiungere di quando, a primavera inoltrata, inizierà un giro con orchestra di quaranta elementi: da Caracalla l' 11 giugno all' Arena di Verona il 20 settembre, passando per piazza Napoleone a Lucca il 30 giugno? Già il titolo "De Gregori & Orchestra - Greatest Hits Live" la dice lunga. Finito? Manco per idea. Il primo dicembre su Raiuno passerà il film "Dal vivo": un "dietro le quinte" - e anche le terze - del regista Daniele Barraco, già presentato giorni fa alla Festa del Cinema di Roma. E' previsto anche un album live, una nuova qualità di vino "Il Principe" e una pizza "Quattro Cani" nata a Forcella. Di queste tre affermazioni, due non sono vere. E' vero invece che la ferita del famoso "processo" al Palalido di Milano la sera del 2 aprile 1976 secondo me non si rimarginerà mai del tutto. Per essere guarita, è guarita da tempo; ma si trattò di un trauma pesantissimo. Come faccio ad essere così sicuro? Perché c'ero, e assieme al di lui fratello Luigi - abbiamo ricordato l' episodio oggi - fui costretto a fare una specie di "servizio d' ordine" privato, giacché si trattò di un pesantissimo linciaggio personale. Ma i tempi erano quelli. Oggi i problemi sono differenti. Basta rientrare bene nel budget...

OGGI NON BASTAVA UNA PERALTRO PARZIALMENTE INGIUSTA LEGNATA DAI WALLABIES CHE PURE I 5 SECONDS OF SUMMER CI HANNO MESSO DEL LORO

Oggi, in particolare, l' Italia è stata per la simpatica Australia terra di conquista. Non bastava nel rugby la vittoria dei Wallabies contro la nostra Nazionale a Padova - peraltro viziata da un paio di cappelle arbitrali francesoidi e più di un errore delle nostra touche - che al tramonto, freddino, di Milano faceva coro il sussulto di oltre diecimila cuoricini adolescenti al Forum di Assago per il ritorno dei 5 Seconds of Summer. I quattro giovani ragazzi di Sydney oggi sono sempre giovani ma un po' meno, e devo dire obtorto collo che suonano molto meglio che agli esordi (in particolare è molto convincente il batterista Ashton Irvin). Il pubblico è sempre di età stabile. femminile e dai quattordici ai sedici anni, direi. Luke Hemmings, il cantante belloccio e riccioluto, è sempre il frontman della situazione. Le canzoni hanno sì una parvenza rock, ma la consistenza è ancora incerta, specialmente se penso alle band "cangure" degli anni Ottanta tipo Inxs. Uno show senza infamia e senza lode, con un palco minimale e le luci a led, di recente introduzione nei concerti, che producono colori bruttissimi ma attualmente di moda. Successo, insomma, e gran rottura di balle per le famiglie delle suddette adolescenti. Se è vero che abbiamo visto alcuni amorevoli papà fare da capogregge alle figlie e alle amiche dentro il Forum, è altrettanto vero che alcuni amici tra i responsabili della sicurezza ci hanno raccontato di episodi poco edificanti, con figlie che da una parte pretendevano di bivaccare uno o due giorni prima nella zona dell' arena di Assago, e genitori che dicendo alla suddetta sicurezza "mi raccomando, le dia un' occhiata", se la svignavano alla grande in auto mollando le pupe al loro destino. E' anche questa l' Italia che va. Va, va, va….

SECONDAMAREA NUOVO VIDEO NEL BOSCO DEL GIGLIO

I nostri amici Secondamarea - la bella coppia cantautorale di milanesi trapiantati da 12 anni sull' Isola del Giglio - ci hanno avvisato in tempo reale della pubblicazione del nuovo video "Naturale", tratto dall' album "Slow". Trattasi di bella natura in mostra. e... "Torni a bordo, cazzo!"

VASCO: LA VERITA'! MAMMA MIA CHE IMPRESSIONE!

Gentile omaggio di mezza stagione di Vasco Rossi con videoclip e speech de' "La Verità", tutto fresco di giornata.

LA FOTONOTIZIA

TESLA MODEL 3 ARRIVA PER POCHI GIORNI NELLO SHOWROOM DI PIAZZA GAE AULENTI A MILANO

Dopo la presentazione di settembre al Salone di Parigi, per la prima volta Tesla ha portato nello showroom di Milano, in piazza Gae Aulenti, un esemplare dell' ambìta Model 3. Sarà una "toccata e fuga" di pochi giorni,  nell' attesa che, probabilmente, da gennaio 2019, anche per gli italiani che l' hanno prenotata due anni e mezzo orsono si apra la possibilità di "configurare" la vettura con le caratteristiche preferite. La Model 3 rossa meneghina è una Long Range a trazione posteriore di produzione americana. Anche i ragazzi di Tesla Italia la ricaricano con un adattatore... Prezzi e tempi, nonché previsioni sul modello base da 35k di dollari: nisba. Un po' come il "contratto" del Governo che prevede incentivi e conti per la mobilità elettrica.

LA SANA E CONSAPEVOLE LIBIDINE DEI FLAMING LIPS

Sono in pista da trentacinque anni, e continuano a credere nel loro messaggio iconoclasta e fanfarone. La band americana dei Flaming Lips si trova bene in Italia, ma ieri sera erano meno di seicento i "fedelissimi" all' Alcatraz di Milano. E dire che c'era anche una band di supporto, Universal Sex Arena, che peraltro ci ha lasciato un po' "di ghisa". Già due album all' attivo, e un frontman belloccio e agitatissimo, musicalmente però dicono poco o nulla, a cavallo tra ritmiche da Primo Maggio di sapore balcanico (molto bravo il batterista) e una specie di tex-mex edulcorato. Mah. Wayne Coyne invece guida i suoi Flaming Lips con fiero cipiglio, la voglia di trovare nuove idee visive e un muro sonoro molto educato e duttile. Insomma: non sai mai come suoneranno il brano successivo, e questo è un grande pregio. Coriandoli e palloncini. Funghi giganti, un "mech" gonfiabile e dietro le quinte un unicorno a grandezza naturale, che tra l' altro dà il titolo al tour. Si vede che sono i figli più giovani della scuola americana di Detroit dei Tubes e Alice Cooper, anche se  loro sono di quella Oklahoma City cara ad Alberto Sordi "whatsamericanow… ". Sono insomma degli audiovisivi del rock, e per questo motivo metto in galleria foto un bel po' di immagini.

PAOLO CONTE E CINQUANTA VOLTE AZZURRO

Paolo Conte è sempre stato un maratoneta della musica e della parola,  e di tutto il resto. Non uno scattista. Pertanto gli 81 anni suonati non incidono più di tanto sulla bontà delle sue esibizioni, sempre richiestissime in Italia come all' estero, a partire dalla Francia. E lui, una volta fattasi una badilata o due di cavoli suoi (leggi: vacanze, viaggi, dipingere o... nulla) visto che la salute - tocchiamoci - c'è non si tira indietro. Il viso è più rotondo (forse ha smesso di fumare) e il nasone doc astigiano è sempre al suo posto. Questi spettacoli (il primo dei due agli Arcimboldi è un benefit per l' Airc, con particolare riguardo alle neoplasie infantili) lo vedono in qualche modo ricordare i cinquant' anni dall' uscita di "Azzurro", che nella versione di Adriano Celentano ha venduto milioni di copie del 45 giri. Tra l' altro, grazie ai guadagni come autore, indicando a Paolo la via d'uscita dall' attività di avvocato civilista. Io l' ho conosciuto giusto dieci anni dopo, quando nel carniere aveva già messo tra gli altri i successi per Bruno Lauzi "Onda su Onda" e naturalmente "Genova per noi". Ero militare a Cuneo per il Car (uomo di mondo sono... ) e lo incontrai a un concerto gratuito nel cortile del palazzo comunale. Bontà sua, ci prendemmo in simpatia, e assieme alla leggendaria Egle, la sua signora, giorni dopo bisbocciammo in un locale di Motta di Costigliole, vicino ad Asti, dove come da tradizione, facevano tutto con i peperoni: dall' antipasto al dolce. Io ero imbarazzato per l' invito, e lui: "Non preoccuparti: il proprietario è un mio cliente e mi deve dei soldi... ". Insomma, Paolo Conte c'era già tutto, come carattere, ironia e repertorio. E stava per uscire dalla villetta-ufficio di famiglia di via Verdi, per poi in tempi recenti approdare nel dolce Monferrato. Eccoci, allora quarant'anni dopo. Sempre lui sul palco e io sotto. Sempre con le sue smorfie, gli occhi perennemente chiusi e le luci in penombra. E quel repertorio che, giralo come vuoi, scegli pure le canzoni con la Ruota della Fortuna, non delude mai. I soliti amici al seguito (più che un' orchestra di musica leggera quasi jazz, una compagnia di giro) e, volendo, alla faccia degli effetti speciali, il solito fondale a tenda che lo segue da anni. Ma c'era già tutto quarant' anni fa, con lui e il pianoforte che si raccontavano storie. E le storie, fortunatamente, continuano ancora.

IL CREMONINI D'INVERNO TIENE IN PUGNO LA SITUAZIONE

L'avevamo lasciato a maramaldeggiare negli stadi, solo pochi mesi fa. Cesare Cremonini duracell si ripropone ai suoi fan nelle grandi arene invernali, e al Forum di Assago, il primo ieri sera, fa tre serate sold out. E' sincero quando all' inizio ringrazia il pubblico e ricorda quanto "sia bello tornare in questa storica, grande arena... ". Ecco, come farci sentire obsoleti. Per noi il Forum è la più recente delle strutture adibite anche ai grandi concerti. E' nata infatti nel 1990 su iniziativa privata dopo il crollo del grande palasport e velodromo di San Siro, a seguito di una mega nevicata. Prima c' era stato il Palalido (dai Rolling Stones nel '70 ai Police dieci anni dopo) e poi il "tendone" di Lampugnano, e sulle sue ceneri il primo Forum meglio noto come Palatrussardi. Ma il Cesare è ancora piuttosto giovane, e i suoi Lùnapop nacquero al Festivalbar che era ancora di Vittorio Salvetti. Ma poi arrivarono presto al Forum, e dopo il Cesare da solo innumerevoli volte. Eccoci a ieri sera, con uno show che ripropone molto di quelli negli stadi, e il palco è una versione più contenuta - si fa per dire - di quello del Meazza. Dato che chi mi segue da tempo sa che ho un debole artistico per Cremonini e la sua buona capacità di scrittura pop-rock, concorderà anche sul fatto che è quasi inutile ritornare sulla scaletta ben nota o sull' impegno fisico del Nostro fino all' ultima stilla di sudore e all' ultimo pelo del petto ritorto. Ci scherziamo su, confidando nell' antico sodale affiatamento, fatto di interviste buone e buone risate di contorno. Vogliamo invece sottolineare che Cesare Cremonini è, assieme a Vasco certamente, il performer che meglio riesce a tenere in pugno e plasmare il suo pubblico. Altri distribuiscono sorrisi e cori. Altri contano su fan club deliranti. Cesare invece li ha tutti li dal primo momento che appare in scena fino allo scemare dell' ultimo bis, e oltre, gigioneggiando e paludando il suo amore artistico per Freddie Mercury. Una capacità innata, ripeto, ma molto naturale. Una rarità.

TRIBALISTAS LIVE! FINALMENTE LA GIOIOSA MACCHINA MUSICALE DI MONTE, BROWN , ANTUNES AND FRIENDS

Il Brasile ci regala un quasi dittatore alle elezioni politiche (si vedrà... ) ma l' enorme Paese sudamericano sembra quasi darsene poco peso, e con una "scrollatina" torna alle cose serie: la musica e i sentimenti. Dopo quindici anni da "Jà Sei Namorar" la superband dei Tribalistas torna con un album, omonimo, nel 2017 e poi alla fine della scorsa estate si imbarca in un tour mondiale di non molte, ma selezionatissime, date. In Italia Milano l'8 novembre e Roma l' 11. Ieri sera agli Arcimboldi hanno divertito il numeroso pubblico con una performance gioiosa e musicalmente ricchissima di colori e ritmi, ma anche con la dolente elencazione, specialmente tramite immagini sul videowall, dei problemi del Mondo e del loro Paese. Un cahier des doléances sfogliato ad ogni canzone, ma allo stesso tempo propositivo, di denuncia con lo sguardo verso il futuro. Una promessa di futuro che da sempre vede protagonista il Brasile delle mille rivoluzioni, dei film-messaggio di Terry Gilliam, dei grandi poeti e dei concorsi di bellezza, dove le miss litigano accusandosi di avere il sedere siliconato. Una specie di sacrilegio. E del Samba, e del calcio, of course.  Ecco allora l' iconica bellezza di Marisa Monte (che dovrebbe pronunciarsi Monchi in portoghese) che sfoggia i suoi 51 anni, la marea di percussioni atipiche di Carlinhos Brown, la clownerie di Amaldo Antunes. E gli splendidi musicisti che li accompagnano. Tutto da gustare nelle ottanta immagini che sto inserendo in archivio. Ecco, una volta di più forse a parlare bene è meglio che siano le immagini. E per chi c'era una bella a lunga festa, a cui perdoniamo sia le signore che durante lo show si alzavano e andavano sotto palco per farsi un selfie e le maschere del teatro che agli Arcimboldi sembrano specializzate nel disturbare il lavoro dei fotografi, sempre mal tollerati. E' l' Italia che va...

HARROW E' UNA SERIE "PATOLOGICA" DALL' AUSTRALIA

 SU FOX CRIME

Uno dei difetti maggiori della "critica", a partire da quella musicale, è il fatto di affidarsi a un "pezzetto" di qualcosa, in questo caso di puntata - magari una intera, al meglio - e pensare di essersi fatto un'idea della faccenda, esprimendo, con certezza degna di migliori occasioni, pareri a volte poco azzeccati. Io preferisco vedere e rivedere, sentire e risentire. "Harrow" è una serie australiana in onda adesso su Fox Crime, che si focalizza sulla bella caratterizzazione che il quarantacinquenne  attore inglese Ioan Gruffudd fa del patologo forense di Brisbane Daniel Harrow; uno che divorziato dalla moglie da sei anni vive sulla sua bella -peraltro - barca e gira per la città su una Fiat 124 Sport degli anni Settanta. Ha una figlia, Fern, mezza disgraziata anche se buona (Ella Newton) per la quale farebbe qualunque cosa. Un grande senso dell' onore e dell' etica, anche se spesso prende "scorciatoie". La co-protagonista, che cresce di puntata in puntata, è l' avvenente sergente della scientifica Soroya Dass (la pluripremiata attrice australiana Mirrah Foulkes) che, insomma, poi, alla fine... La prima serie, già rinnovata, ha un intrigante fil rouge che prosegue di puntata in puntata, e che alla prima impressione farebbe dubitare dell' integrità del nostro Eroe. Ma si sa che poi, alla fine... Appunto. Idem come sopra. Gruffudd è un viso ben noto. Dopo l' esordio da giovanissimo in "Titanic" è stato, tra l' altro, uno dei Fantastici Quattro, Black Hawk Down e molto altro. In tv esordì nel film Poldark del 1996, e poi come protagonista di "Hornblower". A noi è piaciuto tanto in una serie del 2014, "Forever", dove a New York interpretava il ruolo di un immortale che, guarda caso, aiutava la polizia come patologo. Un predestinato, insomma. Nell' insieme la serie è piacevole e curiosa, e decisamente ironica. Bravi i caratteristi. L' estate australiana è molto "rilassante", e la colonna sonora scelta con cura pescando nel meglio del Secolo scorso.


COME DISAMORARE I VERI TIFOSI DEL CALCIO: MANUALE PER CORROTTI E CORRUTTORI

L'immagine, splendida, è quella della Nazionale italiana di calcio che a Torino, il primo maggio del 1913, batté il Belgio per 1 a 0 con gol di Ara su punizione. Antonio Ghirelli, nella sua Storia del Calcio Italiano, ricorda questa partita perché ben nove degli undici componenti erano della Pro Vercelli. E' il primo caso di "blocco" - e che blocco! - utilizzato per la nostra Nazionale azzurra. All' epoca si inorridiva per il passaggio di un giocatore da una squadra all' altra "per soldi", e accadde qualche anno dopo proprio con il vercellese Rosetta - indovinate? - alla Juve. I presidenti delle Società calcistiche erano serissimi e impomatati signori progressisti entusiasti del nuovo "giuoco" che arrivava dall' Inghilterra. Pensare di sbarcare il lunario con il pallone come prima attività era impensabile.  Calcio romantico, altri tempi, si dirà. Ed è giusto ovviamente. Quello che non è giusto è che ben sei (sette con la Viterbese per altri motivi) Società storiche del calcio italiano (beh, facciamo cinque più l' Entella che ha una storia fresca ma tanti soldi) siano state maltrattate da un "potere" in àmbito para sportivo che definire mafioso forse offenderebbe l' Onorata Società... Non lo dico io, ovviamente, che conto poco o nulla, e non ho un gran fervore se non nostalgico per il gioco del football, ma i dirigenti, gli avvocati e i tifosi, sui vari "muri", di Pro Vercelli, Novara, Ternana, Siena, Catania ed Entella. I fatti sono noti anche oltre le linee di demarcazione della sacra pelouse, oggi spesso sintetica. Per qualche euro in più, circa 700mila per Società, le diciannove squadre di serie B rimaste dopo le tristi vicende (io penso sempre ai poveri tifosi ingannati) di Bari, Avellino e Cesena, assieme al presidente di Lega B hanno fatto fronte comune nell' impedire i giusti ripescaggi di almeno tre delle sei Società "defraudate" e retrocesse per la classifica di fatto falsata dalle tre squadre poi squalificate a vario titolo. Tra corsi e ricorsi, che vi risparmio, si è giunti a ieri, 30 ottobre, con la delibera-non delibera di ponziopilatesca memoria della Federazione Italiana Giuoco Calcio, che ha rimandato tutto a un' assemblea plenaria del 15 novembre, credo. In soldoni, la Serie B è già all' undicesima giornata. La Serie C è un guazzabuglio tra poche partite giocate dalle squadre de quo e le molte da recuperare in un vero tour de force. Ovviamente tutti, nei centri di potere, tremano per le richieste in sede civile di danni (si parla tra gli 8 e i 12 milioni di euro a testa) che verranno certamente accolte... Forse, nel Paese di Chilosamai. E intanto l' ordine per tutti è quello di tornare a giocare, e per la gloriosa Pro sabato sarà derby con il Novara. E i Signori delle scommesse, dei potentati economici e politici dietro a ogni Società, specialmente in B e C, continueranno a fare i loro traffici, che qualcuno in una maniera o nell' altra giustificherà dal punto di vista giuridico-istituzionale. Infatti la tattica di "lorsignori" (cosa vi ricorda?) è stata quella astuta di porre controesposto ad esposto, con il fine riuscito di rimandare fino al punto di non ritorno dei campionati. Una "decorrenza termini" nemmeno troppo nascosta. E i tifosi? Per la Serie C, ché questo ci tocca, o si va allo stadio - cosa sempre più complicata - o si sta a casa a guardare in tv. Ma per la Terza serie il servizio è svolto da Eleven Sport e con una sola telecamera (sì, una... ) con cui devono fare anche il replay. E spesso la linea salta... Il fatto è che non se ne può più di giocatori tatuati, di "wags" (che sarebbero le ganze di turno dei suddetti) e di altre scemenze che sembrano diventate indispensabili. Mi viene in mente di quando, piccolissimo, quasi sessant'anni fa mio nonno mi portava in tribuna al Robbiano (sempre di Pro Vercelli si parla) e assieme agli amici del bar, visto che avevo già un bel vocione che trapassava i muri, mi istruiva nel gridare: "Arbitro! Figlio di una passeggiatrice di via Veneto!" Molto più elegante di un volgare figlio di mignotta...

LA QUARTA STAGIONE DI SUPERGIRL: NESSUNO E' ALIENO

Pochi sanno, per un fatto di età, che quando Superman era italianizzato in Nembo Kid - fino alla fine degli anni Sessanta - Supergirl era Nembo Star. E come fumetto era una biondona americana vaporosa e curvilinea. Poi il cinema (occhio, che stanno per riprovarci... ) l' ha migliorata nella figura elegante di Helen Slater, e con Faye Dunaway "cattiva" e Peter O' Toole alieno. C'era molta incertezza  sull'idea di una serie tv (il cugino Superman sul piccolo schermo era sempre andato malino... ) ma Cbs e Soci ci hanno creduto. Melissa Benoist è, con enorme successo di ascolti, alla quarta stagione nei panni dell' eroina di Krypton, e ha saputo imporre un personaggio molto realistico e credibile, e anche divertente. Lo script della serie, affidato a Greg Berlanti e ai suoi collaboratori, pur vivendo nel "mondo" dei supereroi DC Comics (con i quali interagisce almeno una volta a stagione: Arrow, The Flash, eccetera) si è dimostrato subito parecchio indipendente rispetto ai normali "caratteri" dei fumetti. Jimmy Olsen, il fotografo bianco e riccio compagno di avventure di Klark Kent, si trasferisce di città e diventa, nero, muscoloso, e a sua volta super eroe come Guardian (l'attore Mehcad Brooks). Negli anni diventa il capo del giornale della Cat-Co World Media di National City, e si innamora di Lena Luthor (Catie Mc Grath) che è l' unica buona della famiglia. La sorellastra di Kara-Supergirl, Alex Danvers (Chyler Leigh) è una mega agente segreta che si scopre abbondantemente lesbica. Tralascio il resto, citando solo proprio Helen Slater - sempre una bella signora - che si ritrae il ripetuto cameo della madre delle due Danvers: la figlia vera e l' aliena. E qui comincia il bello. Perché una serie normalmente "minore" e al massimo suggestiva, pur originale nella scrittura, ci interessa e ci piace? Perché è coraggiosa nei confronti dell' attualità. Infatti il "must" della quarta stagione appena iniziata in Usa è la completa tolleranza verso il diverso. Già detto dell' omosessualità femminile (ma molte serie ne parlano) in realtà gli autori di Supergirl 4 stanno a loro modo dando un calcio in bocca alla politica reazionaria di Trump in una maniera così raffinata che... magari appunto i politici ci impiegheranno un bel po' a rendersene conto. E così da una parte ci sono i "veri americani" e dall' altra parte gli alieni - chiamiamoli messicani, portoricani, ancora neri, democratici... - che a National City sono una comunità ben radicata e pubblica, per vicende sviluppatesi nelle stagioni precedenti. E proprio la serie 4 si apre con i "cattivi", nazionalisti ad oltranza per i loro secondi fini, che svelano il segreto dei segreti, e cioè che la presidente americana Olivia Marsdin (Lynda Carter: Wonder Woman) è anch'essa un' aliena. Lei si dimette ma l' opinione pubblica si schiera. I buoni sentimenti, la volontà di riappacificazione (che, siamo sicuri, dopo diverse puntate vincerà) è rappresentata proprio da Supergirl, dai suoi amici  e dalle "forze buone" di National City. Il messaggio, insomma, è forte e chiaro. Sarà forse per il fatto che da tempo molti americani si sono resi conto che Trump è veramente un alieno?

BOHEMIAN RHAPSODY IL FILM

 RECENSIONE E ALTRO

Rami Malek vincerà l' Oscar come migliore attore protagonista. Con Lady Gaga (A Star Is Born) mi sono sbilanciato nel candidarla alla Cinquina, ma Mr. Robot questa volta ha veramente esagerato, più personaggio del personaggio stesso. Perfetto.  Nell' esegesi di Freddie Mercury e dei Queen c'è tutto il dramma scespiriano: l'ascesa e la caduta, il peccato e il perdono, con sottofondo wagneriano. E poi appunto c'è la musica. Abbiamo visto ieri sera Bohemian Rhapsody in contemporanea con l' anteprima mondiale di Londra, nella rinnovata Wembley Arena (cambia nome e interni ogni pie' sospinto, ma è sempre quella gloriosa in cui vedemmo gli Who nell'81). Arriviamo all' Uci Bicocca in orario, ma la "diretta" video con il red carpet parte che sono quasi le 21. I presentatori sembrano due da Eurofestival più che da Notte degli Oscar. Le traduzioni sono di quelle, per capirci, in cui la parola "uno" diventa "1" e sono più che altro riassunti in ritardo. Masticando giusto un po' di inglese, comunque ci si diverte a sentire risposte assennate a domande sciocche (fatta a tutti: la tua canzone favorita dei Queen?Sei emozionato/a?) da parte di Rami Malek, Brian May e Compagnia, con un quasi irriconoscibile Mike Myers, nella parte del capo della Emi Mike Foster. Se qualcuno pensava che il film firmato tra mille incertezze dal regista Bryan Singer fosse una specie di biopic lussuoso, rimarrà di certo spiazzato. Bohemian Rhapsody - che dura più di due ore che passano in un attimo - è la storia di un' amicizia solidissima e struggente (i quattro Queen), di un uomo tormentato e perciò debole (Freddie) e della bisessualità intesa come un vero e proprio dramma (il grande amore Mary Austin che gli sarà sempre vicina) che si risolve solo con la malattia del protagonista, e la sua morte a soli 45 anni di Aids nel '91. Il film parte e si conclude con l' epica giornata del 1985 in cui allo stadio di Wembley i Queen si ripresentano più uniti che mai, ma già informati ("L'ho presa, ragazzi. L' Aids... ") che il loro caro amico aveva una scadenza ravvicinata. Va detto che il tutto è trattato con rispetto per i sentimenti, anche quelli più tortuosi, e la caduta verticale di Freddie in una omosessualità feroce e onnivora più come un grido di aiuto contro la solitudine (bella la scena in cui, dopo la visita di Mary, taglia i ponti con il suo "cerchio magico" trovando finalmente l' amore di una persona perbene che non lo lascerà mai e morirà pochi anni dopo). Per farsi un' ulteriore idea di quanto il film sia accurato, varrebbe la pena di cercare su Sky Arte il  documentario del 2016 su Mercury From Rags to Rhapsody, in cui si spiega il perché e il percome da parte dei sopravvissuti. Dal punto di vista musicale, la supervisione amorevole del duo May/Taylor, e l' affetto nei confronti degli attori (May ha dato addirittura lezioni di chitarra al suo alter ego Gwilim Lee) ha reso credibili le interpretazioni e surreale, per chi ha visto gli "originali", lo svilupparsi delle performance della band sino al Live Aid. Per i fan è interessante anche la ricostruzione di momenti topici, come il primo incontro tra Freddie Bulsara e gli Smile, la band appunto di May e Taylor, prima che entrasse John Deacon, il bassista da anni fuori dai riflettori per scelta personale. Il pubblico, allora. Ovviamente fan, ma anche molti giovani e giovanissimi. Personalmente, sono stato più che muto. Come avrei fatto a morigerarmi, magari raccontando al vicino di poltrona l' intervista ai Queen nell'84 a Sanremo? Allora uniamoci ai lacrimoni finali e a un lungo e sentito applauso. Per favore, se leggerete recensioni "di quel tipo là... ", non fidatevi e dal 29 novembre (credo) andate al cinema a vedere, appunto, una lussuosissima ed edificante storia di amicizia, amore e musica.

FRANCESCO DE GREGORI E MIMMO PALADINO: C'E' CHI PUO' E CHI NON PUO': "NOI PUO'!"

Mutatis mutandis, la famosa citazione del Principe De Curtis ben si addice al principe laico Francesco De Gregori e al suo compagno d'arme in codesta avventura Mimmo Paladino. Sì: proprio lui, quello dello Swatch che oggi vale circa diecimila euro. Loro l' anno traslata anche in una constatazione: "Siamo due signori benestanti che si tolgono qualche soddisfazione". In soldoni - è il caso di dirlo - Francesco ha cantato in napoletano "Anema e core" duettando con la moglie Chicca, mentre Mimmo ha realizzato la copertina e una xilografia apposta per l' evento. Il tutto per un "pacchetto" in sole novantanove (99) copie che comprende il vinile con due versioni, con e senza orchestra, realizzate presso i celeberrimi World Studios di Peter Gabriel, la xilografia e ovviamente la copertina. In vendita a 1000 euro in prenotazione e, se ne sono rimaste, a 1200 euro da oggi. Operazione goliardico-artistica insomma, pure degna di simpatia. Va detto chiaramente che anche un introito di 100.000 euro, tolte tasse e Siae, fatica a coprire i costi di realizzazione, la mega conferenza stampa di stamane alla Triennale di Milano, per metà cantiere. "Honni - alla francese - soit qui mal y pense".

DOMANI IN ITALIA E NEL MONDO E' IL QUEEN DAY

Martedì 23 ottobre 2018 si preannuncia come una giornata campale per i fan dei Queen. Forse più per quelli storici rispetto a quelli di più recente acquisizione. Infatti domani sera a Londra ci sarà la prima mondiale del film "Bohemian Rhapsody", dal titolo della canzone manifesto che simboleggia ancora oggi la profonda anarchia del messaggio musicale di Freddie Mercury e Brian May (i fan sanno perché cito loro due senza nulla togliere a Deacon e Taylor). Il bello è che in Italia sarà possibile vedere il film (compresa la diretta del red carpet da Londra alle 20,30) nelle sale del circuito Uci (andate sul sito per particolari e biglietti) con più di un mese di anticipo rispetto all' uscita ufficiale del 27 novembre. Produzione tormentata con cambio di registi e interpreti, alla fine il Rami Malek di Mr.Robot è sembrato perfetto per impersonare Freddie Mercury. Ma ne parleremo dopo aver visto il film. Sempre domani a Milano verrà presentata la nuova edizione italiana del musical "We Will Rock You", dopo il successo della prima tournée del dicembre 2009, iniziata alla presenza di Brian May, Roger Taylor e dell' "imbucato" Zucchero (foto tra poco in Galleria). Anche in questo caso ci risentiamo domani con le news. Stay tuned...

IL TALLONE DI ACHILLE E' OGGI LA SUA FORZA E LA SUA COERENZA

"Meglio perdere con le proprie idee che governare con quelle degli altri", ipse dixit Achille Occhetto, l' ultimo segretario del Pci, che con le lacrime agli occhi e l' orgoglio ferito ebbe il coraggio - oggi bisogna dirlo con forza, e fu il suo involontario tallone fatale - di fare quello che andava fatto per salvare il salvabile, e cioè la vera Sinistra in Italia, sciogliendo il Pci al Congresso di Bologna nel marzo 1990 e diventando il primo segretario del Pds. Oggi Corrado Augias lo ha invitato a "Quante Storie", il salotto buono di Raitre dopo il Tg di mezzogiorno, per parlare del suo nuovo, e fondamentale, libro per Sellerio "La lunga eclissi". Eccolo, splendido ottantaduenne in nuance di grigio da fighetto, consigliato forse dalla moglie Elisa Kadigia Bove (i Due dettero "scandalo" con baci pubblici ai tempi del Pci) esporre con grandissima dignità e perspicacia idee vecchie che ci sembrano però nuovissime. La "lunga eclissi" è quella ovviamente della vera Sinistra nel nostro Paese. "Sono convinto però - spiega - che succederà come per l' Araba Fenice, che rinasce dalla proprie ceneri, e direi che siamo quasi alle ceneri... ". Sintetizzando (ma il libro merita di essere letto da cima a fondo) Occhetto spiega con le buone idee di allora anche i problemi di oggi. Augias cita gli U2 a Milano (sbagliando sul numero dei concerti: quattro e non due) e l' esposizione finale (non iniziale… ) della bandiera europea. Achille Leone (secondo nome dedicato alla nonna) sottolinea la bontà del progetto europeo "ma non nella maniere in cui è attuato adesso" e riafferma la propria identità di italiano "vicino ai problemi non dei poveri, ma dei lavoratori, termine che preferisco e che indica una rotta". E ricorda il grande fallimento per contrasti interni del Pci nel "dopo Berlinguer" che non seppe, come per il "dopo Moro", cogliere l' occasione storica di un confronto con le altre componenti della Società italiana (cattolica, laica, riformista) da un punto di unità e parità di intenti. E lo spiega meglio confrontando il Pd di oggi (netto il rifiuto del renzismo) con l' idea di una Sinistra che vada incontro alla gente: "Quando penso alle Primarie per scegliere un leader, dico che prima bisogna fare le Primarie delle idee e non delle persone, per sapere in che direzione andare". Devo dire che avendo seguito da adulto tutte queste vicende, la spiritualità laica e l' intelligenza politica di Occhetto, torinese anomalo né falso né appunto falsamente cortese, che poco si esprime sul Governo di oggi aspettando gli eventi, mi lascia sempre - io che non voto più Pd perché non ho mai votato la Dc. A buon intenditor… - meravigliato dal fatto che esistano ancora grandi figure di statista in giro per il Paese, ma che non vengano più prese in considerazione, malgrado la modernità anche di linguaggio che lo ha reso comprensibilissimo alla scolaresca in studio, per ignoranza storica e modernismo fasullo. Sempre nell' attesa, magari in questa vita, che, come diceva il fantasma del comandante Bowman, accada "qualcosa di meraviglioso". 

DOLCI INCUBI SONORI ISLANDESI

Si chiama Olafur Arnalds - e già questo non è semplice - ed è islandese come Bijork e Sigùr Ros, tanto per capirci. Quindi, in senso buono, non è troppo normale. Troppo buio, troppa luce, i geyser e i vulcani. E' partito nella carriera musicale come batterista e poi, con un gruppo di amici, una volta imparato a suonare il pianoforte, si è arrovellato su come smontarne un paio e rimontarli a modo suo, come honky tonk in versione elettronica. Si esibisce con un quartetto d'archi e un batterista (la violoncellista alla sua destra è "diversamente brutta"... ). Ecco allora che vedere l' Auditorium di Milano praticamente pieno in un martedì sera qualunque desta già interesse. Non sto lì a sciorinare dischi e miracoli del Nostro, perché chi è interessato a questa musica sa già sicuramente tutto. Vado a sensazioni. La sua musica è un misto di catechesi "cosmica" e ridanciana parodia. Diciamo che suona delle serie di tonalità salmodianti alla Cosmic Jockers, appunto, ma a un volume ridottissimo. Così come sono al minimo le luci di scena (ci ho messo del "manico" per tirare fuori quindici foto dal fondo della sala. Una collega arrivata da Londra era abbastanza disperata). Al secondo brano invita tutto il pubblico a emettere un suono; lo registra e lo riproduce come sottofondo. D'altronde, una delle caratteristiche delle sue esibizioni è quella di essere sempre differenti l' una dall' altra. E alla via così, con uno strano e variegato pubblico, maturo ma non anziano, in assoluta estasi e trascendenza. Memento: lo sapete qual è il record mondiale che appartiene agli islandesi? Appunto: quello...

LA SERIE DI STREGHE E VAMPIRI SEXY E COL PEDIGREE

In sintesi, se un vampiro di millecinquecento anni ben conservato si innamora di una prof nerd ma gnocca che non sa di essere una strega potentissima - cioè sa di essere "stregosa" ma vorrebbe evitare… - ovviamente la possibilità di casini a livello cosmico è dietro l' angolo. Aggiungete una Congregazione (sede in un'isola occultata della laguna di Venezia. Immaginate i vaporetti che ci sbattono contro... ) che non accetta certe digressioni tra razze, che in confronto il buon Salvini è uno sciamano africano, e una serie di vampiri e streghe e stregoni di contorno (e le vampire sono tutte "stra… ") capirete bene che, se i dosaggi sono ben fatti, si parla di una serie epica. In effetti il risultato è gradevole e non smielato, e sta piacendo moltissimo sin dall' esordio. A Discovery of Witches (Sky Distribution. E chi sennò?) è attualmente in onda in Inghilterra con una prima serie di otto puntate, e vede protagonisti  Mattew Gode (Downton Abbey) nel ruolo di Mattew-Mathieu de Clairmont, il supervampiro, e Teresa Palmer (già numerosi film "de paura") nel ruolo di Diana Bishop, irrisolta strega ultra potente che viene scoperta dalla Congregazione per aver evocato un libro di magìa potentissimo. Le location principali sono Oxford e la sua biblioteca Bodleiana, Venezia, dove vive un potente e cattivissimo vampiro, e un esotico castello francese denominato Sept Tours. Vi ho già detto fin troppo. L' attrazione tra vampiro e strega è veramente quasi fatale, e in mezzo tutti mettono il becco con le loro presunte ragioni. La collocazione mistica è credibile e i personaggi (molti altri volti noti) ben delineati. Mattew ha anche buon gusto e senso civico, perché si sposta su una fascinosa auto elettrica che porta il nome di un certo scienziato Nikola e finisce per "S". Lo dico anche perché l' auto, che si vede spesso, alla fine è una specie di co-protagonista. E' probabile che la serie si svilupperà in tre stagioni, perché tre sono i libri - All Souls series - che la scrittrice e accademica statunitense Deborah Harkness ha dedicato all' argomento, sviluppato con rigore storico pur trattando un argomento - fino a prova contraria, Preacher docet - di fantasia. Il primo, in italiano Il Libro della Vita e della Morte (2011) tratta le vicende della prima serie, a cui dovrebbero seguire L'ombra della Notte e Il Bacio delle Tenebre. Stiamo parlando di un successo editoriale planetario che da subito Warner Bros. opzionò per realizzare un film ancora oggi fermo alla pre-produzione. Liberatisi i diritti di prelazione, Sky è invece stata rapida e scaltra ad opzionare la storia e metterla rapidamente in onda. Come dire: "chi va losto…".

GLI U2 E QUANTO A LUNGO SENTIREMO LA STESSA CANZONE

Andare alla seconda serata - e non alla prima - di uno show come quello degli U2 al Forum di Assago mette le cose sotto una prospettiva più calma e introspettiva. Accetti per scontate le "buone azioni" di Bono e compagni ( ieri il frontman è andato in mezzo ai fan in fila per entrare. A Torino, anni fa, portò le pizze di notte a quelli che erano accampati dal giorno prima). Evochi come doverose le prese di posizione pubbliche su vari argomenti (violenza, fascismo di ritorno, immigrazione, guerrafondaismo di ogni tipo. Tutto rappresentato sul  grande videowall) compresa la scelta finale anti brexit di suonare con dietro la bandiera dell' Unione Europea (si sa che irlandesi e scozzesi sono contrari) e forse anche l' omaggio alla nazione ospitante che si traduce - appunto - nei testi di protesta tradotti in italiano, così pure il "fumetto" che narra l' avventura tra esperienza, innocenza e ritorno che caratterizza questo tour. Il quale, va detto, conserva la struttura di quello precedente di due anni fa con data a Torino, e la lunga passerella-schermo che attraversa l' arena. Poi, però, il resto è nuovo di zecca, con non solo la parte video rinnovata ma anche la posizione dei due palchi alternativi. Detto questo, musicalmente io sono fermo a "Sunday Bloody Sunday" che considero ancora oggi un capolavoro assoluto. Ho visto tutti i tour italiani della band, eccetto Roma l' anno scorso, partendo dal mitico "tendone" di Lampugnano nel febbraio del 1985. Oggi si fatica a vedere nello show gradguignolesco e costosissimo proposto (ma anche il 360° negli stadi scherzava poco... ) la radice "eversivo-cattolica" (miscela pericolosissima) degli inizi. Come si fa a essere allo stesso tempo ultramiliardari e così vicini alla gente. Come si fa, a proposito, ad essere ancora creativi e non solo massmediatici. Sono domande che non hanno una sola risposta. Bono viene spesso punzecchiato per essere diventato un Bob Geldof al quadrato. Non lamentiamoci, però, anche noi nel nostro piccolo abbiamo alcuni giovanotti...

E SONO CENTOMILA LE TESLA MODEL 3 PRODOTTE IN USA

Poche ore fa Bloomberg, da sempre in diaspora con Elon Musk e il suo ottimismo, ha certificato che la Tesla Model 3 ha superato i centomila esemplari prodotti, a fronte comunque di una richiesta e prenotazione di circa mezzo milione di vetture. Con questo risultato, Tesla ha complessivamente superato nelle vendite Usa di alta fascia il colosso tedesco Mercedes ed è ad una incollatura da Bmw. La "scommessa" di Musk insomma ha fatto il primo tagliando, e solo pochi giorni fa era stata insignita dall' apposito Ente americano, delle cinque stelle su tutti i crash test, cioè il massimo. E' stata dichiarata "l'auto più sicura al Mondo per la protezione dei passeggeri". Ora, finalmente questa auto che rivoluzionerà i nostri criteri di affidabilità e autonomia - per non parlare delle prestazioni da supercar - arriverà in Europa a metà del prossimo anno. In Usa sta per iniziare la produzione del modello "base" da 35mila dollari (circa 30mila euro al cambio fluttuante) che molti, come me, hanno prenotato sulla fiducia. In Norvegia sono a 30mila prenotazioni e da noi a quasi 3mila. Ma in Norvegia lo Stato favorisce l' elettrico tagliando circa la metà dei costi di listino con varie agevolazioni (Model S e X a go-go) quindi è presumibile che la vettura base possa costare l' equivalente di poco più di 20mila euro. E da noi? Il prezzo non è stato ancora fissato. I giornali specializzati parlano di quasi 50mila euro per un modello accessoriato il minimo. Il Contratto di Governo prevede questi sgravi sull' Elettrico (dazi, Iva e sconto all' acquisto. In Germania e Francia si va dai 6mila ai 9mila euro) ma non è ancora nero su bianco, mentre per esempio Enel si sta già pesantemente muovendo sulle "colonnine" di ricarica. E proprio in questi giorni il gasolio "schizza" alla pompa. Mi viene in mente la barzelletta di Walter Chiari sulle preghiere del ricco e del povero alle prese con una cambiale. Alla fine "perché il Signore ha altro a cui pensare" il ricco con la cambiale da dieci milioni (altri tempi… ) dà le 10mila lire al povero per la sua. Ecco, tra un "reddito", una "flat tax" e la "quota cento" magari sarebbe il caso di dare subito i soldi per la cambialina…

Sotto, nella versione della Home Page, la foto di un crash test della Tesla Model 3

LADY OSCAR GAGA CON L'INFOIATO BRADLEY E UNA VECCHIA STORIA CHE FA SEMPRE LA SUA PORCA BELLA FIGURA

Ci sono quelli che vanno al cinema solo dopo aver letto una recensione positiva, quelli che stanno a sentire gli amici al bar ("Na curtlà... ", una coltellata, dicevano nel mio a Vercelli gli intellettuali che preferivano la Fenech e i pierini) e poi quelli che vanno perché gli sembra cosa buona e giusta. Io mi sono limitato al "punto uno" ma senza pregiudizi e stamattina ho letto Maurizio Porro sul Corriere che parlava di "A Star is Born" di e con Bradley Cooper e Lady Gaga, e devo dire che ho capito poco o nulla, a parte il fatto che la Germanotta alla fine non è male e Cooper in una scena si  fa la pipì addosso ai Grammy Awards. E poi che il film nella seconda parte e un po' lungo e lento. Rispetto molto Porro, persona reattiva, ma per un fatto generazionale più propenso a celebrare, nella stessa storia, Fredric March e  Janet Gaynor nel '37 e nemmeno tanto la Streisand (country con Kristofferson) nel comunque lontano 1977 di "E' nata una stella". Allora ripartiamo da zero. Questa è una versione rock. Lo si capisce bene all' inizio e non fosse altro perché il film è prodotto da Live Nation, ovvero il più grosso "commerciante" di musica live al Mondo, e credo anche management di Lady Gaga. La storia è nota. Lui, rockstar ubriacona ma ancora in sella, scopre casualmente lei, Ally, in un localino (nel nostro caso la Germanotta unica donna tra la drag queen) a cantare veramente "La vie en rose". Da lì in poi lei ascende nella carriera e, costretta da business della musica, "diventa un po' Lady Gaga" verso metà film, ma in realtà il bello è che la Germanotta prevale sul suo stesso personaggio, eccome. Il finale strappa lacrime vede lui soccombere ai suoi vizi e lei finire il film con una ultra canzone, con orchestra e lacrime. Citazione a parte per Sam Elliott, con quella faccia un po' così, nella parte del fratello-manager di lui. Cooper realizza una regìa nevrotica al punto giusto nelle parti musicali, lasciandosi consigliare dai più esperti nelle parti melense ma necessarie allo script. La fotografia è di altissima qualità. Nella parte del rocker Jackson Maine, Bradley ci mette impegno, canta e suona chitarra e pianoforte non male, e sembra proprio che sia lui a farlo. Lady Gaga-Ally è straripante per talento ed espressività. Per tutto il film, struccata al punto da mettere in risalto la pelle molto bella, è quella che a me personalmente piacerebbe sempre vedere e sentire. Cioè una cantautrice della madonna, che non a caso nella sua stanzetta presso la casa paterna ha la copertina di "Tapestry" di Carole King appesa al muro. La recitazione (parlo di lei. Lui è un vecchio marpione dagli occhi azzurri, che salvano sempre... ) è molto istintiva, da "non attrice" più brava di quelle scafate. La capacità espressiva, colta dai numerosi piani molto stretti sul viso, è quasi imbarazzante. Nasocrazia, insomma. Le scene di sofferenza (Stanislasky) sembrano proprio vissute personalmente. Funzionerà molto anche l' album colonna sonora, perché il materiale non è stellare ma molto buono. Sono certo - e lo dico adesso - che la Germanotta sarà nella Cinquina per gli Oscar. Due cose, per finire. Il formato dell' immagine al cinema è leggermente troppo stretto, con tutto vagamente allungato. Forse è una mia impressione, o forse no. In galleria foto vi metto le immagini live di Lady Gaga realizzate a Torino, l' ultima volta che il management ce le ha fatte fare. Probabilmente l' avevano chiesto alla Germanotta ma non al suo avatar permaloso.

LE SERIE TV LE CUI NUOVE STAGIONI MI STANNO VERAMENTE "DILUDENDO" E QUELLE CHE CE LA FANNO ANCORA

L'ammiraglio Chandler non ce la fa più. La quinta stagione di The Last Ship - ma anche la quarta - manca di idee ed è realizzata "al risparmio". Ricorderete la storia iniziale che ha sostenuto gli episodi per due anni. Un virus cattivissimo sta decimando il Mondo. Tutto bloccato: energia, comunicazioni. La malavita si dà da fare. Un solo vascello, la Nathan James, sfugge al virus perché è in alto mare, e inizia la sua personale battaglia affinché tutto finisca per il meglio. Tra imboscate, fantapolitica e qualche lutto (altri telefilm da fare?) la trama regge. Poi però finiscono le idee. La quinta stagione vede una lotta tra gli ammaccati Usa e una fantomatica e dittatoriale Gran Colombia. Chandler è costretto (ma va?) a tornare sulla tolda della nave. La storia però è ripetitiva. Le solite azioni da commando in cui qualcuno finisce sempre ferito e le battaglie navali che sono solo immaginate, perché si vedono solo i radar del centro comando e puntini che appaiono e spariscono. Colpita e affondata come in Battaglia Navale. Al risparmio, insomma, con una grafica raffazzonata che l' abitudine alle magìe delle produzioni più curate ci rende addirittura fastidiosa. Meglio i dinosauri di cartone d' antàn... E dire che viene "minacciata" una sesta serie. Purtroppo la tv Usa, se i riscontri di ascolto sono accettabili, va avanti comunque. E' il caso per esempio, e ormai da qualche anno, di Once Upon a Time, o C'era una Volta che dir si voglia. Ormai per colori e ambientazioni ricorda alcune brutte puntate di Star Trek, ma allora si era nel 1966 e Kirk baciava Uhura scandalizzando i razzisti. La settima stagione, finita a primavera 2018, dovrebbe però essere l' ultima, lasciando liberi ottimi attori come Lana Parrilla (la strega) Jennifer Morrison (Biancaneve/Emma Swan) e Robert Carlyle (Tremontino) di continuare per la propria strada. E le serie che non mi stanno "diludendo"? Di quelle alla prima stagione vi parlo di volta in volta (siete pronti per streghe e vampiri della Bbc?) ma, escludendo la "perfetta" saga di Games of Thrones, va rimarcato il livello comunque buono di tutta la "famiglia" Ncis, giunta alla stagione 16 per Navy Ncis (che doveva essere solo lo spinoff di Jag-Avvocati in Divisa) alla 10 per Ncis Los Angeles e alla 5 per Ncis New Orleans, sempre con la sigla di testa di John Lee Hoocker "Boom Boom". Ncis "storica" si riapre con l' assenza di Abby Sciuto (Pauley Perrette. Quindici anni nello stesso ruolo e la gioventù andata... ) mentre storicamente dobbiamo ricordarci, tra gli altri, delle defezioni di Sasha Alexander (la moglie di uno dei figli di Sophia Loren ha poi trionfato in Rizzoli & Isles) proprio morta ammazzata da un cattivissimo, e in maniera ancora dubbia di Ziva David (Cote de Pablo) che è forse sparita con il "very special agent" Anthony Di Nozzo (Michael Weatherly, oggi protagonista in proprio di Bull). I due stakanovisti a questo punto sono Mark Hamon e l'immenso David McCallum (lo ricordate ne' La Grande Fuga ne 1962?) classe 1933 e con la pelle da neonato. Sarà il whisky? I due spinoff sono sulla stessa lunghezza d' onda con a capo da una parte "Henrietta" Linda Hunt e dall' altra il fascinoso Scott Bakula (lo dico perché è mio coscritto... ) con una serie di characters ben delineati e una morte vera, quasi sul set, del grande Miguel Ferrer. In tutti e tre i casi le ripartenze sono state ben calibrate, con direttori rapiti e recuperati, una jeep che esplode con sopra tutto il team e con l' agente Pride che non si può godere la convalescenza da una brutta sparatoria. E' vero che le serie sono aiutate da una dinamica sempre efficace (omicidi, trame oscure e nuove tecnologie) e appunto da ottimi protagonisti, ma è ancora più vero che i personaggi sono veramente diventati quasi di famiglia. Infatti, le due cose che tutti ci chiediamo sono: ma Ziva quando riapparirà con Di Nozzo e il loro figlioletto? Ma Daniela Ruah/Kensi e Eric Christian Olsen/Deeks si baciano veramente, visto che nella vita reale lei ha sposato il fratello di lui e quindi sono cognati?

LA CATTEDRALE DEL MARE SERIE TV SU NETFLIX E ALTRE STORIE

Operazione completamente catalana prodotta dalla Diagonal Tv per Antena 3 e distribuita anche in Italia da settembre su Netflix, La Cattedrale del Mare è la trasposizione del romanzo storico dal successo planetario nel 2006 dell' avvocato di Barcellona Idelfonso Falcones, 60, che ha poi bissato il successo con La Mano di Fatima nel 2009 (forse il più bello) e La Regina Scalza nel 2013, per poi approdare nel 2016 al non ancora letto (da me) Gli Eredi della Terra, che è a tutti gli effetti il seguito della Cattedrale del Mare, riportando al centro della storia il tentativo di vendetta della famiglia Puig sul nostro eroe Amau Estanyol che porca miseria non ha un attimo di tregua... Come ben sappiamo, la storia romanza fatti storici veri, a partire dalla costruzione nel  Quattordicesimo secolo della Cattedrale di Santa Maria del Mar, eretta non dai nobili ma dal popolo, con enormi sacrifici. Il fil rouge è la tormentata storia della famiglia Estanyol. Il padre di Amau, dopo che la moglie ha subìto lo ius primae noctis dal signorotto locale, si trova costretto a rapire il figlio - suo - e accidentalmente uccidere una persona. Il resto della storia è ben noto a chi ha letto il libro. Nelle otto puntate della fiction catalana, ma parlata in spagnolo e non politicizzata sull' attualità, viene ricostruita con fedeltà e rigore la condizione subumana dei poveri nei confronti della - presunta - Nobiltà. Angherie, violenze, false accuse, e la "doppia" religione: quella sincera e buona del popolo e quella purulenta e vendicativa del Potere. Realizzata con grande enfasi ricostruttiva e ben l' ottanta per cento di produzione in "esterni" (e sui luoghi storici) La Cattedrale del Mare vanta ben centocinquanta attori professionisti e oltre quattromila comparse, che nelle scene di guerra, molto ben fatte, risultano un esercito credibile, visto che all' epoca i numeri di una forza bellica regionale (nel nostro caso del Re di Barcellona) erano proprio quelli. Gli attori sono molto bravi, anche se pressoché sconosciuti da noi. Cito il protagonista Aitor Luna, nel ruolo di Amau, e il suoi antagonisti dapprima Grau Puig (Ginès Garcia Millàn, con un passato da portiere nel Valladolid) e poi il figlio Genis Puig con il volto veramente medioevale di Crispulo Cabezas; con la regìa di Jordi Frades. Falcones è certamente il Ken Follett spagnolo, e la produzione tv non sfigura con quella mastodontica anglo-statunitense realizzata per quell' altra cattedrale, nei Pilastri della Terra. Da vedere.

LA MAURIZIA E IL DEMETRIO VANNO IN LIBRERIA

Nel libro "Senza Rete" (RoiEdizioni. 18 euro) Maurizia Cacciatori racconta come vinse una coppa Europa con la Foppapedretti nel 1997 contro la squadra dell' Uraloka (praticamente la Nazionale russa camuffata) grazie alla voglia di lottare dell' americana Keba Phipps, leggenda del volley mondiale approdata a Bergamo. Massacrate nel primo set, e con Keba che portava una benda sull' occhio pesto (che poi tolse) le prospettive erano pessime. Keba ricorda come in Vietnam l' esecito Usa fu sconfitto perché impantanato dai vietnamiti nelle risaie. Cioè in un campo a loro sfavorevole. Racconta Maurizia: "Keba Phipps ci spiega come attirare le russe nella nostra risaia. Poi mi guarda e mi fa:"Tu passa la palla, l' occhio sta bene". Che non è esattamente la verità, ma è la frase che voglio ascoltare". Ovviamente vinsero. E Maurizia, come le disse il tecnico della squadra Reguzzoni, entrò nell' Olimpo mondiale del volley. Il tutto accadeva poco dopo che la bella e brava ragazza aveva mollato il promesso sposo Mauro Pozzecco a dieci giorni dal matrimonio... Oggi Maurizia ha 45 anni e nessun "ritocchino" (peraltro non necessario) e vive felice con un altro cestista, Francesco Orsini, e i due figli Ines e Carlos. "Il libro l' ho scritto principalmente per i miei figli - spiega - affinché un giorno sappiano chi era la loro madre. L'idea mi è venuta mentre li aiutavo con i compiti... ". Ecco allora che Demetrio Albertini, sempre nel mondo del calcio ma con mille altre attività, pubblica il libro come primo volume della collana "Assist", dedicata ai campioni dello sport che si vedono da una diversa prospettiva. "L' ho chiamata Assist - spiega Demetrio, che è il fondatore dell' agenzia per lo sport Dema4 - perché quando giocavo gli assist ai compagni per il gol erano la cosa che mi veniva meglio... " e definisce gli sportivi di successo "persone di talento senza tempo". "Senza rete", insomma, non è un libro da "buco nella serratura" nel privato di Maurizia (che con Francesca "Picci" Piccinini - ancora in campo a quarant'anni a Novara - ha inventato l' immagine di successo del volley femminile alla "belle e brave") ma le cose vengono dette e raccontate. Ovviamente sempre dal punto di vista dello sportivo, che parte dal suo baricentro esistenziale e, nel caso della Cacciatori, spazia con occhio curioso sul Mondo.

MARIA DE MONSERRAT VIVIANA CONCEPCION CABALLE' I FOLCH 1933-2018

Se n'è andata l' ultima delle Grandissime. Spirito eclettico e aperta al Mondo. Niente da aggiungere a quello che scriveranno tutti, probabilmente tutto giusto. Eccola con la figlia Monserrat Marti e Albano Carrisi nel Duomo di Milano per il Concerto di Natale, il 16 dicembre 1999.

GIGLIOLA SE N'E' ANDATA ED E' UNA GIORNATA DI MERDA

"Allora, deciditi: o fai il fotografo o fai il giornalista!", mi apostrofava tanti anni fa "la Gigliola", ai tempi in cui scrivevo molto su un quotidiano che definire ingrato è riduttivo. E io a spiegarle che facevo tutte e due le cose da sempre, e molto altro.  Ma lei era così. Seppur minuta era tagliata nella roccia delle sue montagne del Friuli, delle "malghe" e dei pascoli tante volte ritratti e messi in mostra. Ai concerti discuteva con la sicurezza - tutti amici, alla fine - lottando per la posizione migliore, vista l' altezza, e con il "vaffanculo" facilissimo sulla lingua. Gigliola Di Piazza, persona buona e generosa, grande professionista della fotografia, se n'è andata ieri sera a settant'anni, in quella che era diventata la sua Milano. Una malattia che si è accanita in maniera feroce e repentina. Le era accanto la figlia Monica e il pensiero degli amici, che certamente la ricorderanno in qualche maniera. Da oggi, insomma, mancano delle immagini alla storia del Mondo, lei che con me, Angelo e Massimo formava un quartetto rock di tutto rispetto. Le nostre recenti mostre, la "compagnia di giro" ai concerti, i tanti viaggi fatti assieme. Uno degli ultimi l' anno scorso a Lucca per i Rolling Stones. Ci facemmo cinque chilometri a piedi con le attrezzature fotografiche al seguito, lei con la fedele borsa old style a tracolla e il passo calmo da "montagnina". Gigliola non era soltanto una fotografa di cronaca, di musica e di ricerca delle sue radici culturali; era sempre stata in prima linea per le lotte delle donne, che ha fotografato tantissimo in mille mostre personali e collettive. Questo però non è ancora il momento di pensare al suo archivio e a come valorizzarlo (il suo cruccio confessato alla figlia) e a come celebrarla. Questo è il momento per noi amici di ricordarla a modo nostro. Il mio è divertente, credo.  Due anni fa, verso le sette di sera, eravamo riuniti al bar della Feltrinelli di piazza Piemonte, per discutere con il nostro direttore artistico Luigi Pedrazzi sulla prossima mostra collettiva. Poche ore dopo ci sarebbe stato il concerto di Rihanna a San Siro, ma il management dell' artista non voleva fotografi professionisti, e così ci eravamo messi il cuore in pace. Gigliola aveva con sé la borsa con macchine e tutto il resto. Non se ne separava mai. E dico: proprio mai. Insomma, verso le otto di sera ci arriva un messaggino della Silvia, ufficio stampa della faccenda, che ci dice: "Contrordine! Siete accreditati". Nel frattempo era scoppiato un nubifragio pazzesco, che ritardò, fortunatamente, l' inizio dello show, permettendomi di rientrare a casa e prendere a mia volta lo zaino con tutto l' occorrente. Gigliola, invece, schizzò subito dalla sedia, salutando tutti, e mettendosi in bicicletta sotto la bufera (estiva, fortunatamente) per raggiungere San Siro, fradicia come non so cosa... E' anche per questo motivo che in questi tempi di crisi della categoria, di cui abbiamo già detto, di poco rispetto per la nostra professione, la perdita di questa donna giovane e decisa mi fa sentire, appunto, di merda e incazzare per l' ingiustizia. Gigliola vivrà perché noi la ricorderemo sempre.

L'immagine è un crop da una foto di Mauro Pomati

TEX WILLER COMPIE SETTANT'ANNI MA E' SEMPRE UGUALE E FA UNA MEGA MOSTRA A MILANO

Quando eravamo bambini, dalle mie parti sentivamo sempre dai vecchi al bar: "Tom Mix e la bala sut'aqua". Dialetto piemontese, ma comprensibile. Significava qualcosa di inverosimile e straordinario. Per molti, Tom Mix è stato appunto il "nonno" cinematografico di Tex Willer, il cowboy creato da Sergio Bonelli, sempre vivo e vegeto e di età grafica imprecisata. In realtà domani si apre la grande mostra a Milano, al Museo della Permanente (niente battute ma riccioli di bene) in via Turati - dove c'era il Milan - dal 2 ottobre al 27 gennaio 2019. Noi l' abbiamo visitata in anteprima, e c'è proprio tanta roba. Il termine "graphic novel" è abbastanza recente, e caratterizza l' evoluzione delle "strips", gli antichi fumetti nati sui supplementi domenicali dei grandi giornali americani nell' Ottocento. E' un fatto però che "Tex" si sia sempre caratterizzato per la ricchezza delle storie, le ambientazioni anche esotiche e magiche, i "villains" che il Nostro eroe ha di volta in volta affrontato. Una scommessa vinta da tempo, e un pubblico mondiale. Proprio all' interno della mostra - è un invito a visitarla - trovate anche i "numeri" di questo successo, simbolo di una altissima artigianalità che, per esempio, si esprimeva anche nei cartelloni pubblicitari per i film, molti dei quali in mostra. Troppi elogi? Dovuti. Non fosse altro che io ero per Nembo Kid (Chi è? Suvvia... ) e Batman... 

SE NE VA ANCHE ZIO CHARLES E IL RICORDO DI UN BIANCO E NERO CHE SEMBRAVA A COLORI

Una bella età, come si dice con consumata assenza di commento. Ma i 94 anni di Charles Aznavour ci sono sempre sembrati fasulli. Ricordando il bianco e nero della tivù del sabato sera, e le sue tristezze su Venezia, un appuntamento a Verona e un gioco a tre ("Io tra di voi") si pensava che il cantante e politico e ambasciatore umanitario franco-armeno (real name  Chahnourh Varinag Aznavourian. Mica bruscolini... ) in realtà avesse le rughe già a trent'anni, miracolosamente immutate nel tempo, con quel viso tagliente e intelligente, che sembrava quello di un "italiano vero". E lui era italiano in Italia, francese in Francia, americano in America, e cittadino del Mondo in generale, con attenzione particolare per la genìa armena, di quella parte del globo antichissima, culla della vita e della civiltà. Cantava in tutte le lingue, un po' come il più giovane Julio "ansimo" Iglesias. Non li fanno più così. Ergo, sempre come si dice, la morte di Aznavour oggi a Parigi lo ha "colto da vivo".

YOUSSOU N'DOUR LE CANTA FORTE  E CHIARO AL GOVERNO ITALIANO SULL'IMMIGRAZIONE

Alla fine del primo brano dello show al Live Club di Trezzo d' Adda, il mitico Youssou N'Dour, il compagno di strada di Peter Gabriel con la sua World Music, l' autore del successo mondiale con Neneh Cherry "Seven Second" nonché ministro della Cultura del Sénégal nel 2011, cerca tra il pubblico un connazionale che parli bene italiano, e trova quello giusto al terzo tentativo. Lui parla in francese e si capisce comunque benissimo. "L'attuale governo italiano non è affidabile nei confronti degli immigrati. Non mi piace questo governo - prosegue - perché non garantisce i diritti dei miei connazionali senegalesi arrivati molti anni fa, che hanno un lavoro e una famiglia, con bambini nati in Italia, che parlano italiano e studiano nelle scuole italiane. Questi bambini non hanno diritti! E invece sono sia italiani sia senegalesi. Tutti dovremmo vivere in pace e senza barriere che non hanno più senso!". Il più famoso musicista africano vivente ha di fronte una platea al novanta per cento formata da connazionali. Le facce patibolari sono poche (i carabinieri fanno una blanda presenza) mentre le intere famigliole, e pure signorine dalle mises sgargianti (qualcuna se lo può permettere. I senegalesi sono belli e alti) si divertono a cantare e ballare con quello che per il popolo africano in generale è un vero e proprio idolo. Oltre la politica - ma Youssou è anche un politico - troviamo uno show ricco, con tanti musicisti in scena, tutti bravi e precisi. E un' idea di "sound etnico" abbastanza ben delineata. Ho avuto il piacere di intervistare l' artista più volte, e ricordo con quale entusiasmo parlava del suo studio di registrazione a Dakar, il migliore del Continente e aperto a tutti i giovani musicisti. Ecco allora che, di fronte alla cospicua comunità senegalese brianzola (peraltro ben integrata e meglio accolta da noi) non a caso si è sentito in dovere di precisare alcune cose. Sull' integrazione e i diritti, ma non sull' accoglienza indiscriminata che è il vero cavallo di battaglia del Governo a trazione leghista. A fronte degli attuali "malumori" dell' opposizione (opposizione?) a suo tempo al governo - e lo dico io che non ho mai votato Lega o Five Stars - sarebbe il caso però che qualcuno spiegasse a N'Dour che "questi", anche se in maniera confusa e certamente strumentale, stanno cercando di fare delle cose che nessuno dall' altra parte, pan-democristianamente parlando, si è azzardato di fare negli ultimi decenni. Cose "de sinistra".

MEN IN ITALY IL MUSICAL E IVA ZANICCHI MODELLO SPECTRA (NON SPECTRE)

Ve l'ho già detto che Iva Zanicchi mi è sempre stata simpatica. Oltre al fatto che "da giovane non era male... " possiede la voce più bella della musica leggera italiana, senza se e senza ma, e pure senza Mi(na). Posizione opinabile, la mia, ma vi assicuro supportata da dati di fatto inconfutabili (basta ascoltare"Come ti vorrei" e si capisce tutto). Ergo, se anche la presentazione del musical Men in Italy fosse stata una ciofeca, valeva la gita agli Arcimboldi. In realtà l' idea degli autori e del regista Alfonso Lambo è buona, e molto "milanese". Sulla scia del "Diavolo veste Prada", ma non proprio in realtà, si racconta la storia di una Casa di moda che cerca una nuova strada creativa. La capa è Iva versione Sally Spectra (copyright la mia amica addetta stampa Cristiana Cozzi) decisionista ma sensibile. Bianca Atzei è la figlia innamorata, mentre la bravissima Beatrice Baldaccini (una star del musical italiano) è Emma, la "Creativa" che trova l' idea giusta e allo stesso tempo si invaghisce di Alex Belli. Jonathan Kashanian è... sostanzialmente se stesso. L'idea - ed ecco la nutrita compagine di boys succintamente vestiti e danzanti: gli "Angel Boys" appunto) - è quella di girare l' Italia con una serie di casting per trovare i ragazzi più belli e bravi e creare così la nuova "immagine" dell' atelier.  Il regista Alfonso Lambo (che ha fatto provare il cast un paio di giorni per offrire un' anteprima convincente) parla di un "elogio alla bellezza maschile, in cui anche le donne hanno un ruolo importante nella storia". Comme d' habitude da un po' di tempo, la colonna sonora è formata da canzoni "indossate" dagli artisti. Ecco la Zanicchi cantare "Diavolo in me" di Zucchero, la Baldaccini andare liscia e decisa su "Oggi sono io" di Britti e lo stesso Jonathan non avere problemi con una "Sex Bomb" inizialmente di Tom Jones ma ormai adottata come inno ufficioso del movimento gay mondiale. E di "gaiezza" almeno estetica il musical non mancherà, visti i muscolosi boys. Ma la formula potrebbe portare al teatro Ciak - dal 31 dicembre 2018 al 20 gennaio 2019, e poi in tour - pubblici molto differenti. La verve spiritosa della Zanicchi (sono stato volentieri sua "vittima" in conferenza stampa) vale da sola il biglietto. La bellezza della Atzei è ultra sarda e mi ricorda la grande Marisa Sannia. La Baldaccini ha sia l' aspetto sia la voce. Ora bisogna mescolare gli ingredienti con cura. E senza aglio, per favore. 
Pacchettata di foto in Galleria

IVAN GRAZIANI E LA SUA MATITA MAGICA IN MOSTRA A PESCARA DA DOMANI

Se c'è una persona dell' ambiente che mi manca tanto - tra le molte, partendo da Pino Mango - questa è Ivan Graziani, che ci ha lasciato attoniti il primo gennaio del 1997. La mostra di Pescara "Il disegnatore è libero" che si inaugura domani fino all' 8 ottobre, con orari pomeridiani, lo vede rivalutato, se ce ne fosse bisogno, nella sua prima Arte, quella di disegnatore e fumettista professionista. Ivan mi raccontava che nei primi tempi del suo trasferimento a Milano con Annina e i figli piccoli (anzi, credo solo Tommy. Filippo arrivò dopo) la vita era dura e passava più che altro aspettando l' occasione giusta negli uffici della Numero Uno di Lucio Battisti (sua poi la chitarra di "Ancora tu", tra l' altro). Così tornarono buoni gli studi di disegno ad Urbino e il lavoro nel negozio di fotografia del padre. Iniziò una allora abbastanza lucrativa collaborazione con una serie di riviste del Nord Europa, svedesi in particolare, per le quali faceva anche vignette soft-porno, con animali come protagonisti. Per fare un esempio, una sera a cena prese il classico tovagliolo pulito (mi auguro... ) e in un attimo disegnò un curioso e grottesco amplesso tra toro e mucca (lei ricordava un po' la celebre Mucca Carolina) con lui tutto goduto con la lingua a penzoloni, mentre la mucca mostrava indifferenza... Un capolavoro che Venditti (e chi sennò?) pretese per se'. Perché Ivan faceva da special guest e poi chitarra ritmica ad Antonello in un tour del '77, credo. IL primo album dopo l' Anonima Sound, "La città che io vorrei" non aveva lasciato segno, ma "Ballata per quattro stagioni", che uscì nel '76 in contemporanea con "Il mare" di Gino d' Eliso, cambiò la sua prospettiva. E il resto è veramente storia della musica leggera italiana. Pertanto, nell' attesa che che la mostra arrivi a Milano e dintorni (e magari la mia a Pescara) se siete da quelle parti non mancate.

BODYGUARD E' LA SERIE BBC CHE SEMBRA L'EDIZIONE STRAORDINARIA DI UN TELEGIORNALE

Solo sei puntate, nello stile Bbc che ormai sembra essere l'unica Compagnia pubblica al Mondo che riesca a stare al passo nella fiction-drama con i colossi privati del settore. E' ottimo per tensione e verosimiglianza il percorso di Bodyguard, in cui un ex militare dei servizi speciali in Afghanistan (un notevole Richard Madden è David Budd) si ricicla come sergente di polizia a Londra con incarichi speciali. Una prima puntata veramente "bomba" (o non bomba?) lo proietta come guardia del corpo personale di una stropicciata quanto avvenente Ministro degli Interni Julia Montague, con ambizioni da leader (il volto ben noto di Keeley Hawes). La signora non è molto amata, a partire dall' ex marito, politico anche lui, per non parlare dei Media e, forse, dei Servizi Segreti inglesi. Troverà qualcuno che la ama veramente? Sono tanti i volti noti, a partire dalla capa della Polizia Anne Sampson (Gina McKee, in sedia a rotelle ai tempi di Notting Hill, poi spesso poliziotta british) per continuare con Tom Brooke (da Bridget Jones a Game of Thrones) amico veterano di guerra con pesante sindrome post traumatica. Che per il vero attanaglia anche il personaggio di Budd, che però, con grande fatica, riesce ogni giorno a mascherare sul lavoro (ottima in questo senso la poker face di Madden) e un po' meno in famiglia, peraltro ormai compromessa (la moglie ci dà con un altro). E' chiaro, spoiler a parte, che Bodyguard, adesso in onda in Inghilterra, va più visto che raccontato, perché i capovolgimenti di fronte, i sentimenti, rimangono sul filo del rasoio. Ben scritto, ben diretto e benissimo interpretato. A quando in Italia?

VENDITTI A VERONA E LE FOTO: CI VORREBBE UN AMICO

E' veramente triste avere la conferma - anche con Venditti, che di queste cose non si occupa ovviamente - che la professione onorata di fotografo live - forse anche per colpa del digitale - sia ormai talmente bistrattata da essere diventata un fastidioso orpello all'interno di un business a cui del fatto che alcune decine di bravi professionisti cerchino di portare onestamente a casa la pagnotta non frega nulla. Principalmente perché non interessa più la qualità (una banale foto ufficiale qualcuno la regala sempre... Aggiornamento del 25 settembre: le foto dal palco con De Gregori "aggratis" sono effettivamente arrivate  e sono di Giovanni Canitano. Un amico e uno bravo... In più una collega ne ha fatte alcune di nascosto tra il pubblico, vedi un noto sito) ma solo l' apparenza. Che, come si sa, spesso inganna. Personalmente mi consolo con la grande stagione vissuta e la mole di materiale che nessuno mi potrà mai togliere, con le relative esperienze umane. Ieri sera eravamo in dieci a Verona. All' ultimo momento - a quanto dicono - ci hanno messo dietro al mixer e non nel golfo mistico pieno di gente seduta. Per chi è pratico della Bimillenaria, eravamo in fondo sotto il palco imperiale. L' Arena ha un problema. Anche se all' aperto, la "conca" produce condensa - il respiro delle persone e altro - che, invisibile a occhio nudo, da grande distanza inganna i sensori sofisticati delle fotocamere, con risultato di sfocatura, grana e peggio. Insomma, delle foto di merda. Le ventotto che ho salvato con gran fatica, e che non sono capolavori, le pubblico solo perché non ne ho ancora vista una online dei nove colleghi... Rispetto, please. E dire che pure la serata era iniziata in maniera movimentata (anche qui i gazzettieri hanno scritto in maniera imprecisa). Dopo la presentazione di Carlo Massarini e il primo brano che va nella penombra (luci insufficienti pure con il collegamento tv e l' "apparizione" di Totti sugli schermi) durante "Il compleanno di Cristina" Antonello fa un brusco movimento allungando il braccio. Il filo del microfono, probabilmente incastrato da qualche parte, si tende e il microfono stesso schizza via come un missile, distruggendo lo schermo del monitor dei testi. Venditti fa un errore, perché inizialmente non afferra la gravità della cosa, e passano i secondi e i minuti con lui che parla per far compagnia al pubblico. I tecnici effettivamente ci mettono un po' troppo, sia per il microfono sia per lo schermo, ma mi sembrano angosciati e lo stesso Antonello "deraglia" sicché il brano poi va con lui che canta una cosa e l' orchestra dall' altra parte. Ma è comprensibile. Avrebbe fatto meglio a scusarsi, sbollire l' incazzatura e uscire di scena per il tempo necessario alla sostituzione. Quello che accade dopo il terzo pezzo è stato celebrato solo dai telefonini, con il finale assieme a De Gregori e Ermal Meta. Che non passeranno alla storia perché non c'erano i fotografi professionisti. Insomma, caro Antonello, per la festa degli ottant'anni di "Sott'er segne", ricordati (stavo per citare "Ricordati di me"... ) che un amico sotto il palco non fa mai male.

DOMENICA SERA A VERONA LA FESTA PER L'AVVOCATO ANTONIO VENDITTI E SOTT'ER SEGNE DDE PESCI

Dovete sapere che con l' artista Venditti Antonello - che appunto quando non c'erano ancora i telefonini era sull' elenco di Roma come "Venditti avv. Antonio" - c'è frequentazione di lunga data, addirittura da prima del suo matrimonio con Simonetta Izzo. Si parla quindi del 1975 e non facevo ancora foto e articoli, Radio City Vercelli apriva in quei giorni. Insomma ero in altre faccende affaccendato. Ho una particolare attrazione verso le persone che sembrano sbruffone o peggio (gli amici romani lo chiamano "Cicalone" perché parla pochissimo... ) ma in realtà sono eccezionalmente perbene e pure generose. L' uomo Venditti appartiene a questa categoria. Ci siamo ritrovati subito, per una serie di circostanze che racconterò un' altra volta. E ce ne sono di avventure. Sta di fatto che domani sera all' Arena di Verona Antonello festeggia i quarant'anni di "Sotto il segno dei pesci" (nel titolo l' ho "romanizzato") e cioè il suo disco più fortunato economicamente e per media di buone canzoni forse dell' intera carriera. Per essere chiaro, ricordo un assegno Siae da 160 milioni di lire che mi mostrò circa due anni dopo l' uscita del disco, e si trattava dei rimasugli... Insomma, con quel disco raggiunse la popolarità e la tranquillità economica. Aggiungo che, appunto, trattasi di persona molto generosa, che ha sempre diviso parte della sua fortuna con chi più ne aveva bisogno. Ecco allora che la festa di domani sera è sana e giusta. Sia per lui sia per i suoi fan (sold out da tempo l' Arena) e volendo un po' anche per me che sono stato testimone ravvicinato di quello come di altri momenti fondamentali per la musica italiana. Commenti e foto a seguire, ma nel frattepo beccatevi uno scatto d' epoca e un video

CON VICTOR GYOZO KULCSAR MI LASCIA UNA LEGGENDA DELLO SPORT E UN AMICO

"Allora ragazzi oggi maestro ha molta sete. Tiriamo a una stoccata e chi perde paga birrettina... ". Lui aveva quasi cinquant'anni, e dall' altra parte c'era il meglio della Nazionale italiana e, semel in anno, modestamente il sottoscritto. Poi alla fine la birrettina solitamente la pagava Randazzo o uno della Nazionale, e a noi la condonava. E' la prima cosa che mi viene in mente - stupidamente, lo ammetto - nel ricordo di quello che viene considerato il più grande spadista dell' Era moderna della scherma. Campione olimpionico, mondiale: più volte! Victor Gyozo Kulcsar è mancato nella sua Ungheria (magari nella sua dacia sul lago Balaton, spero) alla giovane età di 77 anni. Per me è' stato il mio ultimo Maestro alla Pro Vercelli, prima di trasferire l' attività schermistica nella più comoda, per il mio lavoro, Milano. Senza considerare il Maestro Visconti, il leggendario Visconti di Vercelli, che mi mise "in guardia" da bambino, la morte di Victor (sorry, ma per tutti Gyozo era troppo... ) è il secondo lutto che affronto nell' ambiente, dopo l' addio a Oleg Pouzanov, che mi ha tenuto lezione alla Società del Giardino con e dopo Gianni Muzio, riuscendo a farmi arrivare in Coppa del Mondo a 44 anni suonati e fino a 46, tra un concerto e l' altro, un' intervista e l' altra. Sembrano storie private, e certamente lo sono, ma il valore universale di una vita per lo sport, la correttezza e certi stimoli che sembrano persi mi fa soffrire. Anche se sapevo da tempo che il Grand'Uomo non stava bene. Kulcsar, a lungo appunto in Italia, era già leggendario anche nell' Ungheria "anomala" del socialismo reale. Alla fine ha raggiunto anche i massimi livelli dirigenziali, e solo due anni fa a Rio ha portato una sua allieva alla medaglia d' oro individuale di spada, proprio contro un' italiana, che tra l' altro stava vincendo. E io a dire a mia moglie, mentre la tv lo inquadrava durante una pausa: "Vedi, adesso le dice, con voce calma: "Non ti preoccupare, non è successo niente. Lei deve mettere ancora due botte e tu qualcuna in più. Comincia con una, con attenzione, e poi un' altra. E lei è ancora lì con quelle due da mettere... "". Persona di cultura, esempio di umanità e di universalità dell' appartenere a questo Pianeta grazie anche allo sport, ho scelto di ricordarlo con una foto di vittoria (vicino a lui l' italiano Saccaro) trovata online, quando era molto giovane. Perché come dice il Maestrone, "gli eroi son sempre giovani e belli".

UNA CALIENTE LAURA PAUSINI IN GRAN FORMA VOCALE TRA LUCI E BOTTI E TUTTO QUANTO FA SPETTACOLO

Ma se a Paolo Carta, chitarrista e consorte della Pausini, i Rolling Stones chiedessero di entrare nella band, lui che farebbe? Sarà l' aria di Verona, sarà stato un "momento Wampum", ma la nostra cara Laura ci ha proprio provato ieri sera a rovinare l' assolo del padre di sua figlia Paola. Abbiamo tutta la serie di immagini ma ve la risparmiamo. In Galleria Foto troverete invece cinquanta istantanee - come si diceva una volta - fresche fresche di ieri sera. Laura fa un pieno dietro l' altro, e il tempo clemente le permette ancora le grandi arene estive. Tre date a Verona, per quasi quarantamila  spettatori. Un' amore, quello per la ragazza romagnola, che è ormai mondiale, con punte di fanatismo in Sudamerica e certamente a Bellaria-Igea Marina. Si scherza. Un po' perché Lauretta, che conosco da sempre ma che non riesco più a frequentare (ci vorrebbero gli avvocati di Suits... ) mi mette sempre di buonumore (a proposito. Grazie per avermi visto e salutato dal palco) un po' perché, tra una cazzatina scenografica e l' altra (ne abbiamo già parlato... ) l' ho trovata in una forma vocale strepitosa. Ovviamente bisogna leggere tra le righe, perché le sua amabili canzoni a volte sono limitative del suo talento, ma ieri sera nel finale del primo medley con "Le cose che vivi" ha infilato una "roba" veramente pazzesca, che ancora un po' e si svitava. E pazienza per il primo brano "Non è detto" cantato in penombra con una giacchetta luminosa molto da Cavaliere Elettrico (già vista in Italia con Jovanotti e Giorgia, e chissà chi altri) e pure per il secondo brano con un' esplosione di coriandoli che entrava pure nelle mutande. Direte: è le foto? Nisba, non si può. Ormai, lo sapete, noi fotografi dovremmo ricorrere a Salvini. Perché? Perché tutti in Italia, adesso, ricorrono a Salvini per qualsiasi cosa. Pietà l'è morta. Tornando alla nostra cara Laura, abbiamo lasciato il seguito ai fan: le canzoni, gli effetti hollywoodiani che a Hollywood non fanno più, le lunghe chiacchierate, le dediche. Noi dovevamo tornare al paesello per permettervi di gustare questi simpatici sproloqui. Ecco, la verità è che vorrei tanto che la cara Lauretta si divertisse di più con quel ciumbia di strumento che ha in gola. Non fraintendetemi con maliziose banalità. L' ha fatto anche Lady Gaga (ecco: altre banalità... ) che ha sì un buon strumento ma non all' altezza di quello della Nostra. Eppure la Germanotta si è sparata un paio di album (e un tour) jazz con l'ottuagenario Tony Bennett. Laura sa da sempre che la considero un' "animalo" rock. Potrebbe fare un tour mascherata, un po' alla Kiss... Vabbè, invecchierò con questa nostalgia da metallaro rincoglionito... 

SHAPIRO E VANDELLI SONO LIBERI PER BUONA CONDOTTA E ASSIEME FANNO GIA' DANNI...

Trattasi di duo comico-cabarettistico di grande qualità. A volte anche Trio, come da foto (non ho resistito... ). L' esordio dei Due in conferenza stampa riguarda l'età anagrafica. Vandelli dichiara "un anno in meno" e Shapiro risponde: "Sono solo pochi mesi... ". Su come facciano a mantenersi in ottima forma malgrado le sigarette, Shel è tassonomico: "Mia moglie ha un centro di pilates e io ci vado ogni tanto. Poi ogni mattina esco col mio cagnone Golden Retriever e faccio almeno otto chilometri. Maurizio hai un cane?".  Vandelli ride: "Non, non l' ho mai avuto. Come ginnastica mi alzo e mi abbasso molte volte al giorno dalla poltrona dello studio di registrazione ed è già un bello sforzo... ". Classe 1943 Shel, marzo '44 Maurizio, i Due, sempre amiconi ("Magari ci stavamo un po' sulle palle negli anni Sessanta... Ma no: non è vero") avevano già lavorato assieme una quindicina di anni fa (vedi intervista in archivio) ma adesso hanno messo di mezzo la Sony Music per l' album "Love and Peace", con tutti i loro grandi successi riarrangiati e cantati assieme con nuovi suoni e le foto di copertina fatte "aggratis" (dicono) da Oliviero Toscani, che li seguirà anche in tour (devo preoccuparmi?). "Ci siamo divertiti moltissimo - commentano - e non vediamo l' ora di stare sul palco, che è casa nostra  e su cui ci sentiamo fortissimi". Promettono "almeno trenta canzoni, ma poi andiamo più lunghi di Baglioni... " e ovviamente interludi, racconti e ricordi. Vandelli: "Shel sa già che se mi scappa la cazzata sul palco la deve accettare, perché sono così... ". Una band di cinque musicisti "più noi che ce la caviamo con due chitarre". E Vandelli. "Diciamo una chitarra e mezzo". L' età del pubblico? "Noi abbiamo le luci addosso e non li vediamo. Ce la faremo raccontare... ". Sperano cumunque che i vecchi fan "portino i nipotini, che si divertiranno sicuramente". Sulla musica di oggi sono pragmatici. Shel: "A me picciono i Manneskin perché giocano a fare le rockstar a 19, 20 anni... Sono divertenti, come in genere i talent". Vandelli: "Non mi dispiaciono The Giornalisti, ma in genere c'è una qualità abbastanza alta della musica". Chiedono un ricordo di Battisti. Vandelli: "Contrariamente a quello che dicono era molto divertente, e faceva scherzi terribili. Una volta, a casa mia in Brianza, mi disse: "A Maurì, sono senza macchina. Per favore mi porti a Poggio Bustone?". In realtà la macchina era nel mio cortile, e non mi pagò neanche la benzina... ". Shel: "Lo conoscevo meno. Abbiamo lavorato assieme solo una volta. Mi ricordo il timore a salire sul palco e la difficoltà, all' inizio, a cantare le sue canzoni. E noi, che le ascoltavamo in privato per piano e voce, a convincerlo: "Se le canti tu, vedrai che arriveranno meglio al pubblico"". Roberto Manfredi, che è il regista dello show, non ha dubbi: "Loro due assieme sono fortissimi, e sono molto attuali malgrado, o forse grazie alla lunga carriera". Gli chiediamo se avranno ospiti agli show. All' unisono: "E' una moda che non ci interessa, che spesso tende a nascondere le difficoltà e i limiti di un artista. Non è detto che qualche amico ci raggiunga per strada, ma garantiamo di bastare a avanzare noi due... ".

VIDEO-EMOZIONI CON MIMI' E MANGO E UNA DELLE PIU' BELLE CANZONI DELLA MUSICA LEGGERA ITALIANA

Ogni tanto andare contro la logica ed esprimere emozioni vere fa bene. Ieri, in una Milano ancora torrida, sono andato alla presentazione di un nuovo libro su Enzo Jannacci quasi con la sola intenzione di salutare il figlio Paolo e altri amici. Ne parlerò fra poco. Invece, per una casualità di ricerca (non si finisce sempre sul porno... ) ho trovato ben due maiuscole interpretazioni di Mia Martini per un brano, "Se mi sfiori" di Pino e Armando Mango, che è forse il mio preferito "ever". Ho scelto quella Rai al teatro Sistina nel 1977, anche se l' altra versione è sicuramente antecedente. Quella di Pino è invece recente e amatoriale, ma la qualità sonora è buona. Mimì non la conoscevo bene, ma tutte le volte che abbiamo parlato, anche fuori dalle interviste, erano cortesie e sorrisi. Sapete invece della bella amicizia con Pino. Amicizia da me un po' trascurata, ma pensavo che ci fosse ancora tanto tempo e tante canzoni...

EDITORIALE 

UNA PICCOLA STORIA IGNOBILE (LA B RIMANE A 19 SQUADRE) E UNA GRANDE STORIA NOBILE

Oggi la faccio decisamente fuori dal vaso. Ma quando ci vuole, ci vuole. Non sopporto più il gioco  - o giuoco -  del Calcio. Ma - continuando per parafrasi - quando ci vuole, ci vuole. L'unica fede laica calcistica rimastami è la Pro Vercelli. E' la mia città di origine. Da bambino, in sala scherma, sotto la bella tribuna degli anni Trenta oggi monumento nazionale, sudavo e poi lanciavo un occhio al campo. Le tribune, appunto, fatte centinaia di volte su e giù di corsa. La seguivo in serie B. Come quasi tutti sanno, oggi 11 settembre si decide la sorte di serie B a 22 squadre e criteri di ripescaggio. In questa storia le Bianche Casacche attendono la loro sorte. Se le cose andassero secondo giustizia, sarebbe ancora Serie B. Ma, come accade, in questo mondo di ladri, anche nel calcio cadetto ci sono forze oscure - ma non tanto - che in confronto Dart Fener è un seminarista. Vedremo stasera, e quello che deciderà l' ex ministro Frattini, che è il capo del Collegio di Garanzia del Coni, o come cacchio si chiama. E sembra che sette scudetti vinti fino al 1922 non contino nulla, almeno in Italia, mentre nel Mondo ci sono fan club anche in Sudamerica, e il Palmeiras nacque dai tifosi piemontesi emigrati in onore della Pro. La vera "notiziola" che mi interessa, però, viene dai due blog dei tifosi vercellesi. Vi tralascio sfottò, incazzature varie e sconforto (la Società è pulitissima, ma guarda caso proprio ieri è uscita la notizia di un'indagine sul Presidente a proposito della sua attività... ) Ma i tifosi ieri hanno parlato in particolare di due cose: il famoso doppio spareggio del 1971 per la serie C con la Biellese e l' idea di un film che racconti l' epopea della - non me ne vogliano gli altri - più forte e celebrata squadra di calcio del Secolo scorso. La faccio breve. Quell' anno la Pro dominò il campionato, ma nelle ultime partite, per stanchezza, dilapidò sette punti di vantaggio. La Biellese aveva un' ottima squadra, e alla fine era decisamente più in palla. Ci fu un primo spareggio a Novara, nel vecchio stadio ovviamente, e fini 4-4 dopo i supplementari. Due a due, poi due gol della Bilellese e un' epica rimonta in nove contro undici (all' epoca si cambiava solo il portiere). Ripetizione al Comunale di Torino davanti a quarantamila persone: circa diecimila a testa dalla due città in gara e ventimila torinesi ai quali non sembrava vero di rivedere i Bianchi su un campo si serie A. La storia ci ricorda che, dopo il 2-2 ai supplementari, decise il lancio della monetina, e il salto di Bruno Rossi ci disse tutto... Avevo 17 anni ed ho visto entrambe le partite. Da qui l' idea di una sceneggiatura che racconti una storia leggendaria che, per certi versi, sarebbe più interessante di quella, già vista in Rai, del Grande Torino. Penso all' inizio del film proprio centrato sul quel famoso spareggio (la nostra Italia- Germania 4 a 3) e poi un vertiginoso riavvolgimento della storia partendo dalle origini, da quella bianche camicie utilizzate come divisa in mancanza di meglio, la "storiaccia" dell' ottavo scudetto mancato quando per protesta il presidente Bozino mandò in campo i ragazzi di 14 anni contro l' Inter nella finale. Silvio Piola, che ho avuto il piacere di conoscere da bambino e da ragazzo, che abitava a cento metri di distanza dallo stadio Robbiano, che adesso porta anche il suo nome.
La foto l'ho ritrovata nell' archivio di famiglia. E' stata fatta il 10 marzo del 1947. Non ho idea se si trattasse della Prima squadra, ma penso di sì.  L' amico Alex Tacchini, che scrive i libri sulla Pro, dice che si tratta della formazione De Martino, come si chiamava allora la Primavera. Foto a suo dire inedita

UN VIDEO D' ANNATA E DI BUON GUSTO LE ORME MEDLEY

KATYNA RANIERI E' ANDATA VIA IN PUNTA DI PIEDI

Il 31 agosto aveva festeggiato i 93 anni a Pesaro, città del marito Riz Ortolani. Katina Ranieri, che era di Follonica, si è spenta a Roma due giorni dopo. E' difficile spiegare ai Millennials, ma anche ai loro genitori, l'importanza del duo Ortolani-compositore e Ranieri-cantante. Fino ai primi anni Duemila, e per cinque decenni abbondanti, la Coppia ha creato alcune delle più importanti colonne sonore per film al Mondo. Ortolani, con "More" (da "Mondo Cane") ha vinto il Grammy Award, l' Oscar dell' industria musicale. In quel 1964 Katina ebbe l' onore di cantare proprio quella canzone alla cerimonia degli Oscar, unica italiana di Sempre. Il  brano, candidato, non vinse l' Oscar ma divenne un successo planetario, complice quello strano film-collage che mostrava le stranezze, e le brutture del Mondo, in un momento molto particolare. E' banale ricordare che a quei tempi i mezzi di comunicazione erano limitati, e andare al cinema per vedere il Pianeta (anche qualche tenero nudo nordico... ) risultò vincente. E negli anni ci furono Mondo Cane 2, 3 e via dicendo. Donna bellissima e moderna, Katina esordì come soubrette di avanspettacolo. Nel '53 cantò a Sanremo; l' anno successivo conobbe Riz Ortolani e i Due si sposarono in Messico nel '56, e da allora inseparabili per 58 anni. 

RECENSIONE IL PRESIDENTE E' SCOMPARSO LIBRO LONGANESI 

Solo la maestosa operazione di marketing - Lo scrittore d'azione più prestigioso e il presidente Usa più amato con Obama - vale già tre quarti del libro. Ma questo "Il presidente è scomparso" ("The President is Missing". Stesso titolo di un vecchio romanzo di Rex Stout) che Longanesi ha pubblicato pochi mesi fa in contemporanea mondiale, è anche un Signor Libro d' Azione, tra i migliori di James Patterson e con il valore aggiunto di un Bill Clinton che dimostra - si capisce benissimo quando è lui a scrivere e non un ghost writer - come forse da una parte si sia messo troppo presto in quarantena il suo modello di sviluppo Usa e dall' altra si sia scesi ai livelli populistici e veramente poco presidenziali di Trump. Il libro infatti, a prescindere dalla trama e dall' immancabile lieto fine, mette in luce quanto sia difficile il mestiere di "Commander in Chief"- anni luce da altri tipi di presidenze che non siano quelle russe o cinesi - che abbiamo imparato a conoscere attraverso mille libri e cento film (è sembra certo che anche questo diventerà un film). E' anche vero che il presidente Duncan è lo stereotipo dell'uomo d'azione con passato da militare che lo immedesima bene in un ruolo che lo avvicina ai protagonisti filmici di "Air Force One" o "Independence Day"". La trama svela e non svela, perché la minaccia, molto verosimile, è quella di un cyber attacco, e il percorso che porterà al - quasi - lieto fine sarà a volte logico, a volte sorprendente. Patterson lo si conosce fino all' ultimo pelo, e così la sua capacità di allestire storie molto verosimili. Il presidente Clinton, invece, sublima se stesso sia all' inizio del libro (risponde - forse - a una commissione d'inchiesta per l' impeachement. Ma va?) sia alla fine quando spiega tutto al congresso, e il suo è un vero discorso da presidente in carica. E, ovviamente, l' essere accompagnati nei meandri della Casa Bianca da chi ci ha vissuto veramente per otto anni (con qualche nota "caduta di stile"... ) e nelle stanze blindate dei sotterranei ha veramente preso decisioni drammatiche, è un ulteriore valore aggiunto. Ho "spoilerizzato"? Manco una riga. E chi leggerà il libro, ideale negli ultimi giorni di vacanza, lo confermerà.

RIECCOLI! SHEL SHAPIRO E MAURIZIO VANDELLI DISCO E TOUR

Loro si divertono come matti. Le due facce di una stessa medaglia "beat". Domani 31 agosto le radio proporranno il Duo nel remake di "Ma che colpa abbiamo noi" (cover di "Cheryl's Going Home" di Bob Lind). Il 21 settembre (non il 29... ) Maurizio Vandelli e Shel Shapiro pubblicheranno per la Sony un nuovo album, e il tour per la Trident avrà un' anticipazione il 10 dicembre al teatro Verdi di Firenze e l'11 al Teatro Parco della Musica di Roma. Anche se dal comunicato stampa sembrerebbe il contrario, non si tratta però di una novità assoluta. Nel 2003 Shel e Maurizio fecero un tour organizzato da Enrico Rovelli. Il pezzo per il settimanale Stop, molto ampio e ricco di curiosità, è già in archivio (cerca: Vandelli). Idem per le foto esclusive di allora. Tanto loro sono sempre uguali...

SHARP OBJECTS SERIE VERAMENTE "CATTIVA" SU SKY DAL 17 SETTEMBRE

In italiano "Sulla pelle", è un libro del 2006 di Gillian Flynn da cui è tratta la serie in otto puntate che Sky, con buona tempestività (in Usa è finita da pochi giorni) manda in onda appunto dal 17 settembre. Una cittadina del Missouri, Wind Gap, vive la morte misteriosa di due ragazzine. Ma la situazione è, se possibile, molto più complicata. Camille Preaker, una grandissima Amy Adams, è la figlia bella e sfortunata di Adora, la donna più potente della cittadina (Patricia Clarkson). Ha una sorellina adolescente e turbata, Amma, mentre un'altra è morta per una malattita "troppo" misteriosa sempre da adolescente. Camille è letteralmente scappata da Wind Gap per fare la giornalista criminale, e proprio in questa veste tornerà obtorto collo a casa. Ha avuto un'adolescenza burrascosa, di cui porte le tracce di autolesionismo, appunto, sulla pelle. Ma non è mancata la violenza subita all' epoca dai coetanei della classica squadra di football, il periodo passato in manicomio, e tutto il corollario del caso. Beve molto, ma resta lucida, quasi sempre. Ma lei è una tosta, e ha un supporto forte nel direttore del suo giornale. Affronta il ritorno in città con ovvio timore, e le figure che incontra sono ambigue, a partire dallo sceriffo, dall' agente Fbi di cui si invaghisce, per finire con una grande Elizabeth Perkins nella parte, anche questa ambigua, della più cara amica di famiglia. Per non parlare del partigno...  Sembra che abbia detto molto, ma in realtà nella piccola Twin Peaks del Missouri, tra ragazzine che pattinano per le vie e mattatoi industriali di maiali, le scoperte sono dietro all' angolo, e la storia prende una certa piega solo alla penultima puntata. Da vedere, sicuramente.

DOPPIA RECENSIONE BORG-MCENROE E LA BATTAGLIA DEI SESSI VISTI SU SKY

Ammettiamolo: ci sono dei film che non andiamo a vedere in sala perché non ci attirano più di tanto, o solo perché non abbiamo voglia di prendere l' auto per andare in una multisala non comodissima. E allora vai con Sky che, specialmente in agosto, propone agli abbonati cose piuttosto recenti (fine 2017) e abbastanza "sbilanciate" dalla programmazione tipo. Ho visto di seguito - sì: di seguito - La Battaglia dei Sessi e Borg-McEnroe. Entrambi parlano di tennis. Il primo è ambientato, tennisticamente parlando, nel "vecchio Mondo" (1973) mentre il secondo è già in quello nuovo (1980). Emma Stone è Billie Jean King, tennista eccelsa dei suoi tempi, un attimo prima della rivoluzione tecnica - non ce ne vogliano le Williams Sisters - delle varie Chris Evert, Martina Navratilova e Steffi Graf. La King oggi ha 75 anni ben portati, una moglie più giovane di lei e una storia sportiva e umana di prim'ordine. Nel '73, appunto, venne messa in piedi una sfida tennistica "uomo contro donna" tra l' ex campione statunitense cinquantacinquenne Bobby Riggs (Steve Carrell) e la ventinovenne attivista, femminista e "non ancora, quasi poi lesbica" Billie Jean. Era il momento in cui le tenniste chiedevano di avere lo stesso trattamento economico dei maschi ma la cosa era presa sottogamba dagli organi sportivi (avete presente oggi, 2018, le ragazze italiane del calcio, tra l' altro qualificate per i Mondiali, che chiedono di diventare professioniste a tutti gli effetti?... ) e la vittoria della King in un Astrodome di Houston strapieno e in diretta tv smosse le coscienze degli americani, e delle americane, sull' argomento. Anche perché Riggs, pluricampione a Wimbledon ai suoi tempi, era anche un bel pezzo di simpatico reazionario. Tra gli attori di un cast eccellente spicca Alan Cumming che fa lo stilista gay (le ragazze erano vestite in maniera bizzarra e scomoda, ma utile per gli sponsor) e uno spaesato Eric Christian Olsen (sì, quello di Ncis Los Angeles) nei panni dell' allenatore di Riggs. La storia è a tinte pastello. Come al solito gli americani sono maestri nelle riprese sportive "Mescolate": quelle vere e quelle con gli attori. Per quest' ultimo aspetto si può dire la stessa cosa di Borg-McEnroe, che è una produzione svedese con Shia LaBoeuf-McEnroe e lo svedese Svemr Gudnason praticamente identico al vero Borg. Un altro grande attore svedese, Stellan Skarsgard (quello che fa il sacerdote in Nimphomaniac) è il manager di Borg Lennart Bergelin. Due forti personalità. Borg vuole solo vincere. McEnroe (anche il fratello Pat è stato tennista di buon livello) è il folle  puro talento, forgiato anche duramente da un padre invadente. La storia è quella della finale a Wimbledon del 1980. Da notare che in quella finale gli sponsor dell' abbigliamento erano Fila per Borg e Sergio Tacchini per McEnroe. Borg si ritirerà l' anno successivo a soli 26 anni. La storia dei Due, grandi amici nelle vita vera, ha poi preso pieghe diverse. Borg imbrigliato in scelte manageriali e matrimoni fallimentari; McEnroe ancora sulla cresta come musicista (Devo trovare le foto che gli ho fatto una vita fa al Covo di Nordest) e come stralunato commentatore tv per i grandi appuntamenti dello Slam. Tra i due, credo che alla lunga abbia vinto il vecchio John. Una curiosità. Nei primi minuti di Borg-McEnroe c'è un errore da matita blu che i fotografi rileveranno certamente. Se hanno la mia età...

Soluzione: il film parla del 1980. La Canon T90 uscì nel 1986...

LA SFIGA CI VEDE BENISSIMO: SE NE VA TROPPO GIOVANE ANCHE CLAUDIO LOLLI

Mi chiedo quale motivo avesse di ammalarsi uno come Claudio Lolli. Uno che faceva la sua musica dal 1972, con quell' "Aspettando Godot" - prima singolo e poi album - che fece anche un discreto successo discografico, con una non so quanto causale o voluta musicalità del brano che andava oltre il testo, oltre l' impegno movimentista nell' agitata Bologna di quegli anni ancora né carne né pesce. Lolli, morto oggi a 68 (sessantotto!) anni, dopo un' impari lotta con il Male, si aggiunge a un elenco troppo lungo, troppo ingiusto. Non era uno dei miei cantautori preferiti ma lo rispettavo molto. D'altronde un rocchettaro come me nel '72 faceva fatica a immedesimarsi nella ballata quasi esistenzialista del giovane Lolli, che riprendeva certamente gli americani, De André ma anche il contemporaneo Guccini. Il "giro" era sempre quello dell' Osteria delle Dame e circonvicine. Una Bologna pane e salame, di lotta sì ma con contorno di vita. Sia come sia, piaccia o non piaccia, il suo album del '75 "Ho visto anche degli zingari felici" è a buon diritto nella discografia fondamentale italiana. L' avevo visto l' ultima volta proprio a Bologna per "We love Freak", lo show collettivo a simpatica memoria di Roberto Antoni. A proposito di gente andata via troppo di fretta...

 

                                     GOODBYE ARETHA!

 

E' DA IERI A MEZZOGIORNO CHE MI CHIEDO SE IL MIO SPIRITO ROCK - E INCAZZATO - DEBBA IN QUALCHE MANIERA PARLARE DI QUEL VIADOTTO DI MERDA E HO DECISO DI RISOLVERLA CON IL VIDEO SOTTOSTANTE

 

IL CONDOR E' TORNATO IN SERIE A

Nell' attesa che la serie arrivi in Italia da qualche parte (a proposito, visto che successo in Rai per The Good Doctor di cui parlammo a suo tempo?) ecco l' immagine - ufficiale del Network Usa Audience - che meglio sintetizza perché Condor (attualmente alla nona puntata su dieci in Usa) sia il miglior action drama attualmente in onda. Un cast stellare:  Brendan Fraser, Leem Lubany, Bob Balabam, William Hurt, Max Irons nel ruolo di Joe Turner, Mira Sorvino e Kristen Hager. And more, come si dice. Nel 1975 dalla novella di James Grady I sei giorni del Condor venne tratto il film I tre giorni del Condor, riadattato da Lorenzo Semple Jr. e David Rayfiel. Ne uscì il capolavoro di Sydney Pollack con Robert Redford "Condor", Faye Dunaway, Cliff Robertson e Max Von Sydow, il killer che nella versione tv è Leem Lubany "Joubert". Che lo show business ci abbia pensato ben quarantatré anni prima di farne una serie tv (probabilmente avrà una seconda stagione) è indice di serietà del progetto. Scritto benissimo come un film, Condor adatta la storia all' attualità e alle nuove tecnologie, ma di fondo c'è sempre "una Cia dentro la Cia" che fa le peggio cose nel nome di presunti valori e diritti. Il Joe Turner di Max Irons è uno che va al lavoro di corsa (ma anche Redford nel film correva molto) e il lavoro è quello di copertura per la Cia, come analista di strategie, assieme ad altri dodici colleghi. La storia è nota. Joe, che è un mezzo genio, scopre qualcosa, e la Cia cattiva organizza una strage in quell' ufficio anonimo di Società Bibliografica. Si salva fortunosamente ma non sa più di chi fidarsi. Il suo Cliff Robertson è un immenso William Hurt, in ottima forma va detto, che per me resterà sempre il maggiore Arkady Renko di Gorky Park (mai capito perché non fecero altri film dai bei libri di Martin Cruz Smith. Ne veniva fuori un James Bond d' Oltrecortina). Per ragioni di attualità la storia si distacca, ma non troppo,dal film e racconta di un tentativo della Cia cattiva (mi fa ridere. Chissà se c'è una Cia buona? Chiedere a Finardi e alla sua "La Cia ci spia") di attribuire al mondo arabo un' epidemia di peste indotta tramite un "paziente zero" e un "corriere" per diffondere il virus alla Mecca. E mi fermo, anche perché nemmeno io conosco il finale. Rispetto al film, muore un po' più di gente. E non so ancora se la killer Joubert si redimerà alla fine come Von Sydow (secondo me l' ammazzano. Ne ha fatte troppe... ). Una cosa è certa: Condor farà strage di premi e, come per altre serie, tipo "La Gara dei Tronisti", meriterebbe un vero Oscar.

JOAN BAEZ E MINA PRESENZE E ASSENZE E LA NECESSITA' DI UN ABECEDARIO DI RICORDI

Tanto per essere chiari, e usando un eufemismo, malgrado io non sia più un ragazzino (vabbé: ma nello spirito... 'Sta cippa) non ero certo tra i più anziani presenti ieri sera nel cortile dell' Agenzia di Pollenzo - è il nome esatto - dove una come sempre eccellente Joan Baez ha tenuto il suo ultimo concerto italiano di sempre. La citazione di "Per ogni Cinquantennio" di Paolo Conte risulta appropriata. Ecco allora, i "sempreingamba". Signore, anzi sciure, post hippy che "da giovane non era male" bardate per un ultimo valzer (altra citazione?) accanto agli attempati compagni, ovviamente più che benestanti, abbarbicati sullo smartphone ultimo modello. Colleghi e amici spesso "dispersi" anche se perfettamente funzionanti come Bertoncelli, Harari e il "decapentastellato più uno" (nel senso dell' amore per gli Usa e quella musica) Ezio Guaitamacchi, che mi è' sempre sembrato tra i più bravi. E via dicendo. E, arrivando con un certo anticipo per via del tempo bizzarro (show iniziato qualche secondo prima delle 21) eccoci a chiacchierare di quel concerto dei Genesis con peter Gabriel... Che anno era? Il '73? "No, io li ho visti a Genova nel '72 al Charisma Festival", rispondo. E Segno una tacca sul pallottoliere. C'è la fila per comprare il panino col salamino abbrustolito e un bicchiere di vino (se non qui, dove sennò?). Sa di buona educazione antica anche vedere gli organizzatori del festival itinerante tra Langhe e Monferrato salire sul palco e ringraziare il pubblico. E la Baez? Ma vi devo proprio raccontare uno show che è meravigliosamente sempre lo stesso? Dirvi se ha fatto come terzo pezzo "Farewell Angelina"? Sì, l' ha fatto. L' unica cosa da aggiungere è che, in maniera privata, il sindaco di Villafalletto - così come aveva fatto anni fa lo stesso Comune con Giuliano Montalto, regista di "Sacco e Vanzetti nel 1971 e facendo cittadino onorario Ennio Morricone - ha consegnato alla Baez una targa per ringraziarla del suo ruolo nel ribadire la drammatica storia di "Nicola e Bart" essendo Bartolomeo Vanzetti nativo di quei luoghi. E allora, cosa c'entra Mina? Eccomi. E' storia nota che Mina abbia fatto gli ultimi show live nell' estate del 1978 in Versilia a Bussoladomani (mannaggia a me: ero in tour con Patty Pravo... ) e sono passati giusto quarant'anni. Ecco: da una parte l'iconica Joan, che a 77 anni fa un tour di un anno e mezzo nel Mondo per accontentare chiunque voglia ancora applaurirla o, come dicevo all' inzizio, celebrare la propria stagione di vita e impegno sociale. Dall' altra la Grande Assente, che prese al volo la scusa, peraltro piuttosto vera, di un ambiente giornalistico e sociale che le andava di troppo per un paio di misure. Quando la giustificazione finì, e con Celentano non se ne fece nulla (troppo genialmente distratto lui. Troppo istintivamente iper professionale lei) ecco che si ammala Lucio Battisti, con il quale prima Massimiliano Pani e poi la stessa Mina a Viareggio, aveva intrapreso un discorso molto vicino a "quagliare" positivamente. Purtroppo Battisti morì e la Divina tornò al suo trantran, alle partite a carte, ai nipoti e a dischi sublimamente di routine. Che bello sarebbe che, nel momento che Joan saluta, anche Mina lo facesse per davvero, visto che (absit... ) ha sia la salute sia la voce. Penso anche a un duetto. Anzi, ci avevo pensato, ma me lo sono dimenticato (l' età... ). Ah, sì! Che ne dite di "Gracias a la vida"?

EDITORIALE QUARANTANOVE JOAN BAEZ DI STRETTA ATTUALITA'

E LIVE IN ITALIA PER L'ULTIMA VOLTA

Quando Joan  Baez terminerà il suo tour d' addio dopo sessant'anni di carriera - dal Newport Festival del 1959 - le ultime date negli Stati Uniti precederanno di poco le celebrazioni per, nell' agosto del 2019, i cinquant'anni dell' epico show di Woodstock: il weekend rock che fece tremare il mondo. Ricordo tutto ciò perché, a partire da domenica 5 al teatro Romano di Verona, il 6 alle Terme di Caracalla a Roma, l' 8 al piazzale del Castello di Udine e il 9 (e ci saremo) al cortile dell' Agenzia a Pollenzo di Bra, la 77enne musicista statunitense terrà gli ultimi show italiani. E, di certo, non sarà come per gli Elii: saranno proprio le ultime date. Dire che la Baez voglia bene all' Italia è riduttivo, non solo per le innumerevoli volte in cui si è esibita da noi, ma anche per l' idem sentire culturale e politico. Basti pensare a "Nicola and Bart" di Ennio Morricone, colonna sonora del film "Sacco e Vanzetti" di Montaldo con Cucciolla e Volontè, la predilezione per Gianni Morandi con "C' era un ragazzo… " e recentemente "Un mondo d' amore" (dal vivo da Fazio) e gli show con Capossela e molto altro ancora. Nell' immaginario collettivo del mondo non nordamericano, che la conosceva molto bene per il suo impegno politico e umanitario, la Baez "nasce" però a Woodstock (che come tutti sappiamo non si svolse lì ma nella vicina fattoria del buon Max... ) e grazie a una canzone. In quel momento la 28enne ragazza di origine ispanica era incinta di suo marito David Harris, attivista politico in quel momento in prigione. Tutti ricordano le sue parole prima di intonare la classica folk song "Joe Hill", che parlava di un altro celebre attivista del passato morto per le proprie idee. presentando quindi l' addio live italiano della Baez, abbiamo pensato bene di "fermare" con quella canzone e quel momento uno snodo esiziale della sua carriera e della sua notorietà.

EDITORIALE QUARANTOTTO

SE IL MONDO E' VERAMENTE PICCOLO

In queste sere vacanziere, io e la "gentile signora", come si diceva una volta, stiamo rivedendo tutti e cinque i film della saga di Don Camillo e Peppone, quelli veri firmati da Julien Duvivier, Carmine Gallone e Luigi Comencini. Come molti sanno, la saga va dalla fine degli anni Quaranta al 1965 ("Il compagno Don Camillo"). Lo facciamo in una specie di cinemino autoctono con video proiettore sotto il pergolato della nostra casetta. Sono i racconti di Giovannino Guareschi, che esordì anteguerra sulla rivista satirica "Bertoldo" con Cesare Zavattini, per poi dal 1950 pubblicarli per anni sulla rivista "Candido" creata con Giovanni Mosca, e poi in una serie di libri di enorme successo a partire da "Mondo Piccolo". Come Paolo Villaggio, Guareschi è lo scrittore italiano più pubblicato al mondo, con oltre venti milioni di volumi. Suona quasi offensivo raccontare trama e ambientazione, così come l' immensa grandezza dei protagonisti Fernandel e Gino Cervi. Miracoli tra Chiesa e Pci in anni forti del primo Dopoguerra. Il vero miracolo, però, fu la co-produzione italo-francese voluta dalla CineRiz del gruppo Rizzoli. Il tutto a pochi anni dalla fine della guerra. Se vi interessa leggere tutta la storia, compresi i personaggi veri a cui Guareschi si ispirò, andate su questo link: www.giovanninoguareschi.com/archivio-bibliografia/2001-Schiaretti-Inutile-allarmarsi.pdf 

Il mio amico Franco Zanetti, direttore di rock online o rockol.it che dir si voglia, è un grandissimo esperto del mondo di Guareschi. Ha svolto indagini, conosce i parenti, e via dicendo. E ovviamente non è il solo. Per noi nati negli anni Cinquanta, insomma, si è trattato di un processo "au contraire": prima i film (alla "quarta visione" diventavano un must delle sale parrochiali) e poi i libri. Il personaggio Guareschi, poi, è intrigante e difficilmente classificabile. Spirito libero, militare durante tutto il Secondo conflitto, rischiò una volta la fucilazione per aver insultato Mussolini dopo una sbornia (gli avevano detto che il fratello era morto in Russia) e poi ebbe il carcere dai tedeschi per aver rifiutato di aderire alla Repubblica Sociale Italiana dopo l' 8 settembre del '43. I suoi personaggi lo rispecchiano: grande tendenza alla tragicommedia, ma intransigenti sui valori umani e civili (e religiosi per chi crede) che ne fecero veri portabandiera in anni duri, di miseria post bellica, di ottimismo della volontà, di sentimenti non mediati dall' interesse. E' inutile che citi questo o quell' episodio (da bambino impazzivo per il "carrarmato nascosto") o la pletora di attori comprimari poi diventati famosi (un giovanissimo Giorgio Albertazzi prete assistente del vescovo). Una parola su Brescello, set cinematografico ideale e oggi reliquiario, con tanto di  museo, di quella generazione. Concludendo, io sono uno di quelli che conosce a memoria tutta una serie di film generazionali (per lavoro anche le musiche) tipo il Bond di Sean Connery, i "biblici" di Cecil B. DeMille con Charlton Heston e ovviamente la fantascienza a partire dal "Pianeta proibito". Leggevo oggi sul Corriere che le generazioni post 1980 hanno perso completamente il riferimento a questi parametri. Vedrei bene che le scuole (penso alle Medie in particolare) inserissero tra le attività anche la visione collettiva in aula magna di Peppone e Don Camillo. Vedremmo inaspettatamente (?) i ragazzi ridere per quelle scene di sessanta e passa anni fa, farsi domande e farle. Ecco: fare domande. Se non ai genitori sciroccati e consumisti, magari ai nonni.

EDITORIALE QUARANTASETTE 

LA FOTO DI MASSIMO SESTINI E LO SFORTUNATO MANAGER

Chiedo scusa all' amico Massimo Sestini per aver riprodotto così male la sua bella foto "sparata" grande in terza pagina sul Corriere di oggi. Un'immagine che da sola dipinge e racconta il personaggio. Sono in situazione balneare, e tant'è. Mi premeva sottolineare come, più di pagine e pagine di commento e mestizia, una sola foto abbia definito l' uomo Marchionne e la sua genesi professionale in Fiat. In questo editoriale infatti celebro la foto, la sua forza e il suo autore. L' immagine sembrerebbe su un set privilegiato, ma potrebbe essere anche il fondale di una presentazione alla stampa o al Salone dell' auto di Vattelapesca. Ci tocca il dramma di Sergio Marchionne; se le notizie sono attendibili, l' assurdità della sua genesi. Due parole occorrono, come di quando, all' inizio in Fiat, ebbe l' intuizione della Nuova 500 e di una presentazione a Torino nel luglio 2007, lungo il Po, che fu affidata per la prima volta a tal Marco Balich, da non molto artefice della Filmaster clip  e che poi avrebbe organizzato cerimonie di apertura e chiusura per Olimpiadi d' estate e d'inverno e Alberi della Vita all' Expo di Rho. Ricordo la grande 500 che attraversava il ponte sul Po, fatta di luci e acrobati. Il tutto in un momento di crisi della Società e del suo mercato popolare in Italia. L' uomo coraggioso, peraltro fautore di odio (moderato) e amore (smodato) da parte di maestranze e sindacati anche negli Stati Uniti, aveva così definito se stesso e il suo lavoro. Parliamo di Sestini, allora. Massimo è un grande fotografo, un artista, anche se, per forma mentis e generazione, non ha mai disdegnato il denaro, nel senso di vendere al meglio le sue creazioni e quelle del suo staff. Allo stesso tempo seppe rifiutare l' offerta più lucrosa: quella di distribuire l' immagine di Lady Diana morente sull' auto devastata nel famoso sottopasso di Parigi. E' stato lui stesso a raccontare a suo tempo l' episodio. Massimo vince anche i premi, come il World Press Photo Award per la famosa foto della "nave dei disperati" ripresa dall' elicottero in perfetta perpendicolarità. Intendiamoci, l' elicottero lo usa spesso (adesso forse i droni) per violare matrimoni vip blindati, e analoghe feste. Ma, ripeto, se si ha un' azienda e dipendenti da far felici (in questo momento di crisi, poi) è più che lecito. Alla faccia dei bavosi che usano figli e tette e culo per farsi pubblicità. In miniera! (scusate, mi è scappato il "follower"… ). La mia conoscenza di Massimo (superficiale così di chi fa questo mestiere ma sempre rispettosa e sorridente da entrambe le parti) è legata a molti episodi. Lui è parecchio più giovane di me. Lo ricordo a qualche Festival di Sanremo, alle manifestazioni televisive. A uno show di Ligabue all' Arena di Verona in cui voleva rubarmi l' arte del live… Scherzo ovviamente. Ecco, penso che professionisti e artisti come Sestini, mille volte più bravo di me in business e pubbliche relazioni, dovrebbero mettersi a capo di qualcosa per rendere più rispettabile e rispettato il lavoro di tutti. Qualcosa da inventare, ovviamente, ma con l' occhio a lungo di chi non si limita più solo a mettere a fuoco. O autofocus.

CHE BORDELLO I GOGOL 

ALLA PICCOLA WOODSTOCK DI VILLA ARCONATI

Una piccola Woodstock a Castellazzo di Bollate? Forse più un mini Primo maggio "zumpa zumpa" ma con una musica decisamente migliore. I Gogol Bordello sono una vera icona fricchettona, con la forte carica spettacolare, la musica di chiarissime origini centroeuropee, il fatto che anche se non si guarda il palco, va bene lo stesso. Ecco, questo intendevamo. Difficile contare i presenti sotto il palco. Diciamo quasi tremila, ma poi c'erano tutti quelli "dislocati" nell' ampio parco della villa, con supporto di innocenti droghe d' antàn (quelle che puzzano e fanno venire mal di testa, per intenderci) più qualche centinaio tranquillamente in fila alla cassa del bar, perché pare che i panini e la birra siano buoni. E il buon Eugene Hutz, ucraino trapiantato a New York ma di lungo passaggio anche in Italia, che si danna sul palco fino all' ultima goccia di sudore ed oltre, con i compagni di avventura vecchi e nuovi. Perché i Gogol vanno avanti dal 1993, ma non la fanno pesare. Ecco allora che lo show, come dicevamo diventa multiuso: eccitante, tranquillante, nutriente con retrogusto pic nic. Chi c'era ieri sera me ne darà certamente atto. Poi che Hutz sia un vero "disgraziato" lo dimostra il fatto che, munitosi di una bottiglia di mediocre Merlot da supermercato (abbiamo letto la marca), dopo averci giocato un po' ne ha lanciato il contenuto in direzione del pubblico. Peccato che il "pit" fosse largo dieci metri, e la gittata del vino ben più corta. Ne hanno fatto le spese i fotografi. Io su pantaloni e scarpe, salvando le fotocamere. Ma il mio amico Massimo, di bianco vestito per l' occasione, porterà tutto in lavanderia.

FOTONOTIZIA!

GOGOL BORDELLO ANTEPRIMA DAL 2006... 

STASERA 18 LUGLIO A VILLA ARCONATI NEAR MILANO

GRATTA IL SANANDA E TROVERAI IL TERENZIO!

 LIVE AL CASTELLO SFORZESCO DI MILANO

 E CON LA "LUISONA"!

Quando nel 1987/88 Terence Trent d'Arby esplose a livello planetario con "Wishing Well" (tredici milioni di dischi - non download! - venduti, e più di due milioni l' anno dopo con l' album) l' Italia fu tra i primi Paesi a volerlo vedere in tivù e poi dal vivo. Anzi, fu Vittorio Salvetti che lo portò al Festivalbar, chiamandolo appunto "Terenzio" (ma chiamava anche "la trans" quella meraviglia di Gianina Facio, oggi moglie di Ridley Scott). E così gira che ti rigira che ti rigira ancora dal 2002 l' artista newyorkese è cittadino milanese, sposato con Francesca Francone dal 2003 e con due bimbi, Mingus ed Elvis. Per par condicio ovviamente. Terenzio ci era simpatico a quei tempi, e così eccoci nell' eclatante Cortile delle Armi del Castello Sforzesco di Milano. Sedie sold out e più ancora. Diciamo alla fine un migliaio di persone (molte "sciure" e "sciurot" della Milano che lavora... ma non sempre). Adesso si chiama legalmente Sananda Francesco Maitreya e, complice una accurata gestione di quei soldini d' antàn, se la canta e se la suona come vuole. Dal vivo è sempre lui, e le overdose di risotto giallo non ne hanno mitigato la verve soft-rock che ci ha sempre ricordato un po' di Prince, anche se le differenze sono molteplici. Una Luisa Corna in formissima poi (miracolo della Natura. Io lo dico: 53 a dicembre... ) ha presentato, duettato con il Terenzio in "The Birds Are Singing"; e a buon titolo, perché ha partecipato alle più recenti registrazioni dell' artista. Non chiedeteci i titoli delle canzoni perché, un po' come per il jazz, quello che conta è l' atmosfera. E allora aggiungiamo che se Sananda volesse, e basterebbe il pezzo giusto da sparare forte urbi - Milano - et orbi, basterebbe veramente poco per tornare alle arene da diecimila posti. Se volesse, appunto. Meglio un ossobuco ogni tanto, la bella moglie, e Mingus ed Elvis da mettere d' accordo sul che fare da grandi.
CINQUANTACINQUE FOTO IN GALLERIA

TORNA L'AKOUSTIC BAND DI CHICK COREA CON JOHN PATITUCCI E DAVE WECKL 

PRIMA DATA A VILLA ARCONATI E SUCCESSONE

Da sempre Chick Corea mi mette buonumore. Il suo jazz è una forma di entertainment molto liquida. Sarà anche per questo motivo che va così d' accordo con gente come il nostro Stefano Bollani, sempre più "sporco" di Brasile. I Due hanno fatto faville un paio di anni fa per un breve tour a pianoforti opposti. Un po' come aveva fatto il pianista italo-americano negli anni Settanta con  Herbie Hancock, trovando platee da rock come a Parigi (il mio pezzo in archivio). A Villa Arconati - tanta gente! - ha riproposto il suo progetto degli anni Novanta con John Patitucci al basso e, adesso, Dave Weckl alla batteria. Lo show è jazz puro, con intro, assoli e ritorni in chiusura come da prassi. Corea è rilassato e divertito; ama il nostro pubblico da sempre, ed è pienamente ricambiato. Serata jazz, suoni jazz, pubblico jazz e foto... jazz! Forse un po' imbolsite, ma di farle storte per renderle più "acchiappose" non ce la siamo proprio sentita. Cinquanta in Galleria.

I JETHRO TULL, PER LA MISERIA! SEI DATE IN ITALIA PER I

CINQUANT'ANNI DELLA BAND

LE NOTIZIE E L' INTERVISTA STORICA PER CIAO 2001 DEL 1978 (GIA' IN ARCHIVIO)

Come sapete, non è mia abitudine mettere le date dei tour, e cose del genere. Non è la "mission" di questo sito. Però i Jethro Tull di Ian Anderson sono qualcosa di unico e particolare. Ricordo ancora un articolo dell' amico Armando Gallo su Ciao 2001 che intervistava la band a Londra. Ricordo la foto fatta sulle seggioline del teatro vuoto, prima dello show. E ricordo ovviamente "Living in the Past", brano rivoluzionario, ed ero presente, non ancora diciottenne, ai due show al palasport di Novara, il 5 e 6 febbraio 1972 in cui presentavano Aqualung. Esiste un bootleg. La band che apriva erano i Gentle Giant, Miezzeca! Prima data ad ascoltare lo show; la seconda, di domenica pomeriggio, con due amiche curiose a farmi compagnia. Mi fermo qui perché sotto attacco la famosa intervista a Ciao 2001 che compare anche come "best of" nei sito dei Tullians, i fan italiani del gruppo. E' stata realizzata a Monaco di Baviera nel 1978, dopo lo show all' Olimpiahalle (foto in restauro) nel ristorante dell' hotel Hilton. Con me c'era la capo ufficio stampa della Polygram Gianna Morello, personaggio mitico purtroppo scomparsa troppo presto. 

PLAGIATO: TRAGEDIA SEMISERIA

Da quando, molto modesta­mente incominciai ad occupar­mi di cose musicali, scrivendo­ne sulla carta stampata, ho avuto una sola aspirazione/frustrazione: vendicarmi. Sì. ven­dicarmi di tanti anni passati in estatica ammirazione di ogni suo gesto. Le sue liriche mi affascinavano, la musica poi mi faceva rinnegare l’amore da sempre nutrito per i sacri Bea­tles.- e la gioia di vederlo on stage, nel '72, paragonabile ad un amore di gioventù... Mai che mi fosse riuscito di trova­re un suo LP infelice (I solchi di « War Child » passati più volte ai raggi X), una sua « trovata » fuori luogo. Poi, pre­so il coraggio a due mani, con­sultati numerosi psicanalisti, presi, un anno fa. la decisione di andarlo a riascoltare, coi sublimi Jethro, In quel di Basi­lea (vi ricordate?), nella spe­ranza che incappasse in una giornata infelice, cosicché po­tessi alfine scatenare le mie angosce represse in « parole di fuoco ». Probabilmente vi ricor­date anche cosa accadde: tut­to perfetto e, da parte mia nuove malcelate lacrime... Non rimaneva che una possibilità: affrontarlo! Ma come, data la sua nota diffidenza verso i giornalisti? Immaginatevi la mia emozione quando venni in­formato che, primo tra gli ita­lici, ed in esclusiva per il no­stro giornale, avrei potuto par­largli. Rendez-vous » a Monaco di Baviera in coincidenza con un trionfale tour europeo A\ presentaziore del nuovo discusso LP « Heavy Horses »Ho potuto così constatare che mister lan Anderson esi­ste davvero.

UN AMABILE SIGNORE

 «Ah, 2001? Pensa che è il numero di telefono del mio ufficio di Londra! ».

Cominciamo bene!

Un passo indietro. A due passi dall'Austria, immersa in un manto di verde così perfet­to da sembrar finto. Monaco di Baviera odora d'estate. Non ho il tempo materiale di fare pe­rò il turista: un rapido viaggio dall’aeroporto all'Hotel, e poi di corsa alla Olimpia Halle, fantascientifica arena, posta a la­to dell’altrettanto eclatante Sta­dio Olimpico. La compagnia si fa in quattro per rendere pia­cevole l’attesa del concerto.

I discorsi vertono, come al so­lito, sul problema dei concerti in Italia...

Il live act del Jethro Tull mi è ben noto: ogni gesto dei musicisti, ogni nota sono sin­cronizzati al millesimo di se­condo. La successione dei bra­ni (scelti tra il meglio della produzione del gruppo inglese) si snocciola per più di due ore, suddividendo lo spettacolo in due tempi. Si prova un piace­re Indefinibile, nell'intulre, ad ogni nuovo riff della band, co­sa succederà dopo, quale sarà il brano successivo, e come verrà arrangiato. Due sole dif­ferenze, rispetto allo spettaco­lo dell’anno prima: il ritorno tra i brani presentati di «Too old to R&Roll, Too young to die », e il preistorico, splendido « Li­ving in the Past». Come mai questi nobilissimi revivals? For­se, a questo punto, conviene passare alla fàmosa intervista/ vendetta... Anderson. Carpisco la sua attenzione, spostandola dalla ciotola di crema di ver­dura, alla quale era preceden­temente rivolta. L’uomo che ho davanti mi sembra la personifi­cazione della tranquillità e del­l’armonia: discute un po' con tutti, non sembra per niente disturbato dal clima assordan­te della discoteca/ristorante, all’ultimo piano del Munchen Hilton, teatro appunto del mi­sfatto...

2001 - Come mai sei così attivo c fecondo sul lavoro; perché scrivi e suoni, quindi, così tanto?

ANDERSON - L'Inghilterra è un paese molto povero, forse povero quanto l’Italia, lo sono inglese e voglio lavorare mol­to per il mio paese: io vivo c pago le tasse in Inghilterra, e ne sono fiero. Voglio che tutti stiano bene; desidero che i bambini poveri che vivono nel mio paese abbiano sempre, ogni giorno, latte da bere!

2001 (insisto) - Mi sembra che tu abbia ulteriormente per­fezionato la tua tecnica di ese­cuzione. è vero?

ANDERSON - Si, ma non è tecnica, è pratica, lo ho molta pratica nel mio strumento. Il flauto è il mio amico: io vor­rei avere la possibilità di eser­citarmi e suonare il classico, ma non ho tempo, non mi al­leno mai. Suonare ogni sera con l Tuli è il migliore allena­mento: si fanno un po’ di pro­ve prima di iniziare il tour, ma si mette tutto a punto « on stage ». Ho bisogno del pub­blico, da solo mai: quando ho tempo libero preferisco legge­re un libro, o guardare la te­levisione.

2001 • Dopo la morte di Ro­land Kirk, sei rimasto abba­stanza solo, nell’ambito dello stage « elettrico » del flauto, sei d’accordo?

ANDERSON - Sì. ma tutto sommato non sono un vero flautista. Mi interessano tutti gli strumenti, provo piacere a suonarne molti. Il mio stile e quello di Roland Kirk sono si­mili, ma non identici: io ho quindi subito la suggestione di un importante musicista: è nor­male. Ma amo suonare il flau­to, come la chitarra, come so­prattutto comporre.

2001 • A proposito, una cu­riosità: ti sci avvicinato prima al flauto o alla chitarra?

ANDERSON • La chitarra, per prima.

2001 - Veniamo al nuovo di­sco: « Heavy Horses » mi sem­bra che sia un po’ la continua­zione logica e voluta di « Song from the Wood », è vero?

ANDERSON - Bene:musi­ca inglese, o europea, se vuoi. Troppo a lungo abbiamo subi­to l’influenza delia musica ame­ricana, sul rock&roll. Sono stan­co della musica americana,.pre­ferisco un suono europeo, quin­di faccio dischi come « Song from the Wood » e Heavy Horses ». Si. ci sono affinità fra I due dischi.

2001 Sei sempre stato con­siderato uno scorbutico, spe­cialmente con la stampa. Mi sembra, invece, che da un paio d’anno a questa parte ti sei realizzato dal punto di vista umano, e la tua musica ne risente.

ANDERSON - Hai perfetta­mente ragione. Il motivo ò che adesso ho una moglie e dei bambini (la signora Anderson mi fa notare che il secondo è in arrivo): è evidente che que­sta serenità indirizza ai\che la mia attività artistica: futi una ragione in più per fare bene.

2001 E i cavalli... (da man­tenere).

ANDERSON - Ah, già: anche i cavalli!

2001 •Sperava di vedere Dar­ryl Way (ex Curved Air) « on stage », dopo averlo sentito nel disco?

ANDERSON - Darryl è un ra­gazzo meraviglioso. Il violino è uno strumento molto « emo­zionale », e va suonato, con molto temperamenfo?''E’. diffì­cile suonarlo bene dal .vivo: specialmente durante ' questi tours stressanti; io almeno la penso così, non è stato pos­sibile.

2001 - Anche in "H.H." è presente una concept song. Come del resto è un'abitudine nei tuoi dischi.

ANDERSON - E’ il mio mo­do di essere: penso molto e mi piace esprimere dei concet­ti. Avendo tante cose da di­re, è quindi logico, ò giusto che lo faccia anche nella mia musi­ca, .sopratutto nella musica.

2001 - E’ vero che stai rea- tx lizzando il primo disco dal vi­vo dei Tuli?

ANDERSON - SI. uscirà ad Ottobre: è da molto tempo che ce lo chiedono. Registriamo in questi giorni: domani, ad esem­pio, in Svizzera. Mi dici che ci saranno molti italiani? Li saluterò di sicuro: « I like ltaly»Se saremo messi in grado di farlo, durante il prossimo tour torneremo in Italia.

2001 - E’ una promessa?

ANDERSON • Ah, sì.

Bruno Marzi


"A PRESCINDERE": SUZANNE VEGA LIVE A MILANO

Ho incontrato Suzanne Vega nel 1987, proprio nell' anno di "Luka". Volendo, c'è l'intervista per Il Gazzettino, le foto posate in albergo e quelle dal vivo pochi mesi dopo al teatro Orfeo, se non ricordo male (Ci sono sempre i "sacri testi"... ). Cordiale, diversamente bella, cioè non bellona ma fine, e sempre attenta a ogni parola e gesto. Ci fu reciproca simpatia. Aveva 27 anni. Adesso ne ha 58. Dopo l' apparizione madonnesca alla Notte della Taranta del 2017 è tornata a Milano per suonare all' Auditorium di Largo Mahler, dove ha sede anche l' orchestra La Verdi. Uno show particolare, senza fronzoli, accompagnata solo dal chitarrista Gerry Leonard (un passato anche con Bowie) Suzanne lo ripropone in Italia: 12 luglio Cagliari, 14 Corigliano d' Otranto (Le) e il 16 a Roma alla Casa del Jazz. Va subito detto che Milano ha risposto così così, con circa seicento spettatori in platea, peraltro osannanti. Ho già espresso il mio pensiero sul senso del discernere del pubblico italiano, per il quale "Luka" è un pezzo di Paola Turci, e nemmeno il più famoso. Ma quando al secondo brano "Marléne on the Wall" si mette il cappello a cilindro per citare la Dietrich de' L' Angelo Azzurro (forse un po' troppo calcato sugli occhi, che "spariscono". Foto buttate via... ) si capisce quanto la bravura compositiva della ragazza newyorkese dall' infanzia e dall' adolescenza complessa, studente prodigio della scuola nota per "Fame", sia qualcosa di non comune anche in quei complessi anni Ottanta. Impegno civile, sentimenti, struttura armonica, voce particolare. Appunto, anche la voce "diversamente bella" e dalle frequenze cristalline colpirono anche le nuove alchimie sonore digitali cosicché "Tom's Diner", e in particolare il suo inizio a soliloquio, fu utilizzata come parametro per la campionatura e la compressione dei primi file audio mp3.  Insomma, un po' di storia della musica la ragazza l'ha fatta. Eppure, quando lo show termina e i riti notturni e le cene sono finiti, da brava ragazza "contro" non si fa problemi a seguire chitarrista e tecnici sul nemmeno grandissimo pulmino dalla targa inglese con "davanti un altro viaggio e una città per cantare" (mi è scappata... ). Un po' casa e bottega.
Immagini del concerto in Galleria Foto

POLDARK SU CANALE 5 MA INTANTO IN UK SIAMO GIA' ALLA QUARTA STAGIONE

Da stasera, 8 luglio, le domeniche sera di Canale 5 vivranno delle storie e degli amori del capitano Ross Poldark e di sua moglie Demelza. Con contorno di cattivi, cattivissimi e pressoché carogne. In realtà la storia è già alla quarta serie, e il nostro Eroe - unico spoiler che diamo - è arrivato al Parlamento. In realtà questo mito letterario della Cornovaglia è già comparso nelle prime due serie su La Effe, la rete di Feltrinelli, che però ha sempre avuto la bruttissima abitudine di non pubblicizzare, o in malo modo, quello che di buono manda in onda. Penso per esempio alle serie danesi poliziesche e di costume di cui non si conosceva mai la programmazione (leggi: perdersi gli episodi) e di conseguenza l'impossibilità di fidelizzare il pubblico, me compreso. Quindi Mediaset, che a sua volta sbagliò mandando Broadwalk Empire e - udite udite! - Downton Abbey su Retequattro, fa ammenda presentando una serie che, nei fatti, risulta quasi inedita. Vale la pena seguirla? Sicuramente. I libri di WInston Graham, nati a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, trovano quella epicità molto cara al mondo anglosassone (vedi Outlander di Diana Gabaldon e la bella serie tv) che ha molto a cuore la propria genesi storica e in particolare il momento precedente all' inizio della rivoluzione industriale: quello di maggiore sofferenza per le classi disagiate. Questo epico feuilleton fatto di grandi spazi e mare in tempesta, cavalcate sia in senso letterario sia di altro genere, e di radicalizzazione dei personaggi tra dignità e disprezzo, piacerà anche al disinibito pubblico italiano in vacanza o meno. Comme d'habitude ormai nella fiction che non può perdere di vista i giovanissimi, anche in questo caso i personaggi sono belli da far schifo. Poldark è l' attore Aidan Turner, mentre Eleanor Tomlison, meraviglia della Natura, è la rossa Demelza moglie del capitano e personaggio ricco di sfumature. Non manca la "ex" di lui, la stucchevolmente bella Heida Reed nel ruolo di Elizabeth, mentre il super carognone George Warleggan è un bravissimo Jack Farthing. Non finisce qui, perché il modo di Poldark ha una serie di sottofiloni emotivo-popolari che  vede donzelle date in moglie a ignobili religiosi, i loro veri innamorati in angoscia, e un popolo alla fame pronto a fare la "rivoluzion" anche per molto meno che la pappa col pomodoro. Nota a margine, ma molto importante, Poldark ha avuto una prima edizione inglese nel 1975, interpretata da Robin Ellis (che molti in Gran Bretagna considerano il vero Poldark) e da Angharad Rees nel ruolo di Demelza, mentra una giovanissima Jill Townsend era Elizabeth e Ralph Bates il perfido George. Cosa altresì sfuggita ai più, Raidue trasmise la serie nel 1978 e poi Canale Cinque replicò negli anni Ottanta. La differenza fondamentale tra le due serie è ovviamente tecnico-interpretativa, con l' evidente e abbondante uso di set interni e il solo intento, diciamo, panoramico degli esterni in Cornovaglia. Per contro, l' odierno Poldark enfatizza le scene dinamiche e le ambientazioni. Con l' aiuto anche di Santa Tecnologia Digitale, ovviamente.

PER UNA VOLTA IL DIAVOLO FA ANCHE I COPERCHI

Ben prima dello sfavillante arrivo del presidente Trump, gli americani hanno sempre dimostrato di saperla lunga per come gestire il mondo dello show business. Quanti bei telefilm cancellati perché magari non raggiungevano i numeri previsti, mentre da noi augurano vita eterna a Camilleri e al suo Montalbano, per non parlare di Don Matteo che, il più tardi possibile ovviamente, passerà dalla bicicletta al lento pede cum bastone. Le nostre serie televisive sono eterne. Per chiudere La Piovra alla decima stagione dovettero non ammazzare, ma massacrare il povero commissario Cattani. Eccezione ha fatto, forse, Un Posto al Sole, in onda su Raitre da ventidue anni, perché anni fa la rete penso di chiudere definitivamente il leggendario condominio napoletano dove succede di tutto. Ci fu una vera rivolta dei telespettatori, pure attori e tecnici temettero per il loro lavoro e protestarono ai Sindacati. Tutto finì in Gloria (non so bene se quelle di Tozzi o l' altra... ). Negli Stati Uniti è successa una cosa del genere, che in poche ore ha fatto sottoscrivere a oltre trecentomila fan inviperiti una secca protesta alla rete Fox. Parliamo di Lucifer, una gaudente serie poliziesca con Tom Ellis nella parte del Diavolo (Lucifer Morningstar) che salito sulla Terra per noia si mette a risolvere a modo suo casi polizieschi e si invaghisce della intrigante poliziotta Chole Decker (Laure German). Dopo tre annate con ottimi risultati la Fox ha deciso di cancellare la serie non tanto per lo scarso successo quanto per voler spendere i soldi in alcune novità. La protesta dei fan ha avuto un recentissimo lieto fine perché Lucifer è stato acquistato da Netflix, che produrrà l' intera quarta stagione. La cosa si fa intrigante perché, a differenza della bigotta Fox, Netflix non si fa problema a rendere le trame e le scene più piccanti. Senza esagerare, per non perdere una fascia giovanile di pubblico, è quasi scontato che il cast belloccio della serie darà il meglio di sé e non solo nella recitazione.

EDITORIALE

CRITICO MUSICALE? MA MI FACCIA IL PIACERE...

Contrariamente all’ incipit della poesia “Invidia” di Evtuscenko (che comunque trae in inganno) io non sono e non sono mai stato invidioso dei miei colleghi di lavoro, fossero giornalisti, fotografi autori televisivi o conduttori radiofonici. Perché questi sono i mestieri che ho fatto, spesso in logico connubio tra loro. E non sono nemmeno invidioso, per così dire “difendendomi” alla mia età, del look o delle stranezze che ostentano gli attuali operatori nel mio mondo professionale, quello della musica e dell’ arte, avendo altresì dato a suo tempo. Mi ritrovo allora un po’ spiazzato, specialmente nel momento attuale di congiuntura gravissima per la categoria, nel venire a conoscenza di un’ iniziativa futura rivolta – leggo – a creare un’ “associazione dei Giornalisti e critici italiani di Musica legata ai linguaggi Popolari”. Il tutto avviene e avverrà al Mei di Faenza, il benemerito Meeting delle Etichette Indipendenti creato molti anni da Giordano Sangiorgi e che già l’anno scorso ha organizzato tavole rotonde sul nostro presunto mestiere. Ho chiesto a loro la bozza dello statuto e, gentilmente, me l’hanno inviata. In sostanza, lo status di giornalista musicale, addirittura “critico” sembra qualcosa di semplice e scontato. Bastano due anni di pubblicazioni, magari anche gratis. Di conseguenza all’ Associazione potranno aderire tutti: dall’ illustre o presunta tale “firma” di quotidiano nazionale all’ oscuro blogger specializzato in canti ottocenteschi della Valsugana, ma non di tutta la Valsugana, ovviamente. Qualcuno dirà: “Ma come ti permetti di criticare – appunto – questa lodevole iniziativa?”. La prima risposta è la più semplice: evitare un marasma di presuntuosi disoccupati. A meno che gli stessi “critici” non abbiano un secondo lavoro per esempio come responsabile dei fidi in banca. Mi immagino già il dialogo con il malcapitato cliente. “Sa cosa sono le launeddas?”. “Ma, veramente qui in Trentino… “. Richiesta cassata. Procedendo a vista, bisogna ricordare che la categoria di “critico” non è qualcosa di appuntabile come una medaglietta in vermeil, ma uno status giuridico aziendale che, appunto, al giornalista-critico, di cinema per esempio, consente di non rispettare gli orari redazionali, essere appunto pagato quando va a vedere un’anteprima, e di conseguenza usufruire anche in trasferta di tutti i diritti del redattore al desk, con in più una serie di privilegi economici. In tutta Italia ce ne saranno al massimo dieci. Essendo io stesso critico – ma va? – nei confronti dell’ indifferenza dell’ Ordine dei Giornalisti verso le problematiche drammatiche dei non assunti (i gloriosi tesserini verdi) arroccandosi invece sugli enormi privilegi economici acquisiti, sarei il primo a supportare, su un ipotetico pianeta Agorà (o qualcosa del genere) il proliferare di cazzute categorie di professionisti delle cultura, nate non sotto un cavolo ma all’ ombra di esperienze, pratica e certa capacità professionale. Il fatto è che l’ associazionismo tra deboli non funziona. Come direbbero giustamente i veri sindacalisti, non c’è una piattaforma programmatica, un carnet di richieste, una serie di lotte per difendere alcuni diritti e crearne dei nuovi. L’idea di questa Associazione funzionerà, inizialmente, per la grande quantità di reclutati, ma poi di fronte alla certa mancanza di risultati pratici a favore della categoria, le fila si scolleranno gradualmente ma anche velocemente. Perché lo dico? Perché è già successo. Attorno al 1993, su iniziativa anche del sottoscritto, e comunque di un gruppo iniziale di giornalisti tutti molto qualificati e molto attivi nel panorama dell’ editoria nazionale, tutti con eccellenti rapporti sia con la discografia sia con gli artisti, nacque a Milano il “Gruppo Giornalisti Musicali”, sotto l’egida dell’ Ordine e del Sindacato, con uno statuto redatto da fior di notai e finalità molto chiare: migliorare i rapporti tecnici con gli uffici stampa per esempio, affinché, come succedeva e succede, non si accavallassero gli impegni. Far sì che chi doveva veramente lavorare a un’ evento (giornalisti, fotografi, radio) potesse farlo al meglio e con uguale trattamento. Alla seconda riunione, al Circolo della Stampa di Milano, eravamo in centocinquanta. Peccato però che alla fine molti tra gli iscritti continuassero a fare affari “pro domo sua” con manager e discografici, e via dicendo. Risultato: tre o quattro anni dopo ci fu una splendida cena di scioglimento per la quale il tesoriere spese ogni lira rimasta in cassa. E’ ovvio che nel nostro ambiente occorra una rivoluzione in primis emotiva, ma perché funzioni deve partire dal basso. E poi, se proprio vi va di sorridere, andate su Google e digitate Gruppo Giornalisti Musicali; e poi guardate qual è il primo titolo che esce…


PATRICK MELROSE O DEL DIFETTO D'ORIGINE

SU SKY ATLANTIC

L’attore inglese Benedict Cumberbatch sta facendo talmente tanto, e bene (è pure un ottimo essere umano. A Londra ha salvato dalle botte un estraneo per strada) che ormai il ruolo-culto di Sherlock Holmes risulta un punto di partenza; un po’ come Idris Elba con Luther, per un Oscar al cinema che non tarderà (con quella faccia un po’ così… ). Dal 9 luglio in cinque puntate (ma quelle originali sono sei) e una possibile seconda serie Sky Atlantic manda in onda “Patrick Melrose”, serie anglo americana, voluta dallo sceneggiatore e regista David Nicholls e tratta dai libri semi autobiografici – lo si può comprendere per il “semi” - di Edward St Aubyn. E’ una storia quasi contemporanea, partendo dagli anni Ottanta e dalla morte del padre a New York, dove Patrick/Benedict si recherà per prenderne le ceneri, con un susseguirsi di avvenimenti tragicomici, a causa della dipendenza del protagonista da qualsiasi droga. In quel momento, dall’ eroina e dall’ alcool. La storia di Patrick è ripercorsa, nel corso di tutte le puntate, dal fil rouge del rapporto col padre David (Hugo Weaving, il “carognone” di Matrix) figura di bon vivant un po’ pianista, a spese della ricca moglie con doppi paraocchi e bottiglia al seguito Eleaonor (Jennifer Jason Leigh, che nei ruoli da fuori di zucca umana è perfetta) dedita più alla beneficienza e a un hippismo sui generis. Perché al centro di tutto c’è un bambino violato e un padre pedofilo (probabilmente “di ritorno”) che ne abusa per anni, fino a quando un giorno, dopo essersi chiuso in bagno per paura, Patrick affronterà il genitore: “Da adesso non devi più toccarmi. Mai più!”. E il padre obbedirà. La storia, che ci sembra degna almeno di una seconda serie, arrivando fino ad un certo punto, con Patrick sposato e padre di famiglia ovviamente, e normalmente, apprensivo, mentre la madre fuori di melone dilapida le sostanze e regala la splendida villa in Francia a una specie di setta. Sembra che abbia raccontato tutto, ma in realtà, a causa dei flashback massicci, sono cose che si intuiscono subito o quasi. Il senso di redenzione di Patrick è fortemente voluto ma sempre un po’ precario, all’affacciarsi di fantasmi dal passato. La bravura e l’ interesse della trama (e, lo ammettiamo, la figura veramente schifosa del padre di Patrick, con grande prova attorale) non devono far pensare a qualcosa di pesante, perché in realtà – e la faccia di Benedict in questo senso aiuta – il tutto è condito da un british humor che pervade l’ azione anche nei momenti evidentemente più duri. Un cast eccellente, che riconoscerete anche tra gli altri protagonisti (cito solo la vecchia amante di lui Julia, l’ attrice Jessica Raine e l’ astro nascente prezzemolina Holliday Grainger, Lucrezia Borgia e partner del già celebrato Strike).


CHIUDE ANCHE IL MUCCHIO SELVAGGIO

E NON CI SONO PIU' PAROLE

TORNA ROCK TARGATO ITALIA FUCINA DI TALENTI DA OLTRE TRENT'ANNI

Veramente, non ce ne sono più. Quando chiude un giornale popolare, anche se di alto lignaggio (e penso a Epoca o L'Europeo e ai loro bellissimi servizi fotografici) si resta male, ma poi si pensa che ne uscirà uno nuovo, ancora più bello. Non capita quasi mai, dai tempi di FMR - Franco Maria Ricci, ma potrebbe succedere, anche in tempi di crisi e mancanza di coraggio editoriale. La chiusura di un mensile di nicchia però (sopra la prima copertina con Springsteen) fa male due volte, perché non chiude solo la pubblicazione, ma l' idea di quella pubblicazione. Rimarrà solo il sito, gratis. E più sotto copio e incollo il comunicato redazionale. Il problema è che chiudono le riviste di musica, quando il mondo è pieno di musica, sempre di più. Si dirà: "Ma la musica che va è usa e getta, e forse non è neanche proprio musica". Una buona ragione - penso io - per invertire la rotta. Giuro che il mio nuovo sito (intanto un' ideuzza della mia vis polemica l' avete già) andrà in quella direzione. Ci stiamo lavorando. E' complicatissimo ma porterà  avanti la bandiera, a modo mio e con le mie sole forze. Ho già visto troppe chiusure. Se leggete, bontà vostra, la mia bio sapete che parlo di Ciao 2001, di Gong, del Rolling Stone milanese del 1980 (dove sono le mie foto di Angus Young col culo fuori?... ) e via via, fino al grande dolore di Musica e Dischi, ancora online come archivio, che ha portato il gentile e perbene Mario de Luigi alla malattia e alla morte. Le ragioni per la chiusura del Mucchio le spiegano loro, e sembrano quelle delle crisi e rinascite di altre testate storiche come Buscadero, agli sforzi di gente come Paolo Carù, e via dicendo. Solo poche righe sotto si parla dei "mastodonti" iper milionari che riempiono gli stadi, mentre quegli stessi artisti faticano a vendere un decimo di quello che vendevano dieci anni fa. Certo, noi che ce la tiravamo negli anni Settanta/Ottanta, con i discografici che ci portavano in giro per il Mondo a loro spese e che avevamo "aggratis" pacchettate di dischi dagli stessi, nella maggioranza dei casi non solo eravamo e siamo in buona fede (Non tutti, non tutti... ) ma anche speravamo che il nostro lavoro, non una passione coi soldi di papà, diventasse qualcosa di più. Nel nostro piccolo, siamo finiti nel tritacarne della storia, chi più chi meno. Oppure abbiamo dovuto abbassare il capino e fare buon viso. Sia come sia, non si può non versare una lacrimuccia, oggi.
L' editoriale del Mucchio Selvaggio di oggi 29 giugno 2018

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Il giorno in cui la decisione è stata presa non è stato il peggiore. Peggiori sono stati quelli che l’hanno preceduto quando, alla consapevolezza della crisi inarrestabile della carta stampata e della discografia, è subentrata la frustrazione di non potervi rimediare. Non stavolta, non davanti a una sentenza del Tribunale a nostro sfavore e resa esecutiva alla fine di maggio.

Così, il numero 767 del Mucchio Selvaggio tuttora in edicola è anche l’ultimo. La sua storia, iniziata nell’anno di American Stars’n Bars di Neil Young, Heroes di David Bowie e The Clash, purtroppo termina qui. Resterà attivo solo il sito ilmucchio.it dove pubblicheremo gratuitamente contenuti inediti.

41 anni per una rivista sono un’enormità e, per quanto sciocchi e inutili suonino gli anniversari, siamo dispiaciuti al pensiero che non ne festeggeremo altri. Mai avremmo immaginato una conclusione tanto brusca e improvvisa da negarci la possibilità di salutare i lettori alla nostra maniera, rispettando un ultimo, sebbene definitivo, appuntamento in edicola. Tuttavia, non ci è davvero possibile fare altrimenti.

Nata nel pieno del movimento del ’77 e inevitabilmente influenzata da quello spirito, Il Mucchio Selvaggio ha avuto una vita redazionale complessa e burrascosa, da vero rock magazine. Negli anni ha diviso il suo pubblico, ha scontentato alcuni ma ha anche lasciato un’eredità innegabile: è stata presente al proprio tempo per raccontare le mutazioni del mondo, non solo inglobandole – ad esempio, è l’unica rivista musicale italiana ad aver fatto emergere con vigore le firme femminili –, ma anche fornendo gli strumenti per orientarsi con consapevolezza. Così, ha formato generazioni di lettori e di critici la cui esperienza resta motivo di orgoglio.

La nostra scelta, resa inevitabile e non procrastinabile da un’ingiunzione di pagamento mossa dalla precedente direzione, ha le sue radici in un contesto editoriale e culturale fin troppo minato. Da anni ci muoviamo in un mercato in dissoluzione con le vendite e gli investimenti pubblicitari in costante calo, mentre il sistema di distribuzione continua a richiedere uno spreco di carta e risorse ormai insostenibile. Se per esistere sei costretto a una tiratura di quattro volte superiore al tuo venduto, allora anche la miglior misura di riorganizzazione assomiglia a una resistenza, mai a un reale rilancio malgrado i riconoscimenti internazionali (la copertina dello scorso giugno dedicata a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles ha ricevuto un premio di merito agli SPD Awards di New York, la cerimonia che valorizza le eccellenze nel design editoriale).

Senza un grosso sponsor a investire per brandizzare i contenuti, il futuro è segnato e non è scritto.

Probabilmente senza il supporto degli abbonati che hanno sempre risposto con generosità alle nostre iniziative questa storia sarebbe già chiusa. Ringraziandoli di vero cuore per la fiducia che ci hanno dimostrato, provvederemo entro il mese di ottobre al rimborso attraverso la spedizione di arretrati del Mucchio Selvaggio, del Mucchio Extra e dei libri della società editrice. A tal fine l’indirizzo mail abbonamenti@ilmucchio.it resta il riferimento per tutte le informazioni e i chiarimenti del caso.

Senza dubbio non tutto è stato giusto, altroché, ma in tutto siamo stati mossi dal convincimento di fare una cosa piccola ma utile per noi stessi e per i nostri lettori.

Il nostro grazie va a tutte le persone che, numero dopo numero, hanno reso possibile Il Mucchio Selvaggio, condividendo questa meravigliosa avventura: dai collaboratori, cui va dato atto di essersi spesi con entusiasmo e dedizione oltre ogni umana aspettativa, ai colleghi e ai professionisti con cui abbiamo avuto il piacere di lavorare: uffici stampa, etichette, tipografi, addetti alle spedizioni, informatici, commercialisti e avvocati. Stiamo parlando di voi!

Joe Strummer una volta ha detto: “Penso che la gente debba sapere che noi siamo antifascisti, contro la violenza, siamo antirazzisti e per la creatività. Noi siamo contro l’ignoranza.”

Non ci incontreremo più sulle pagine del Mucchio Selvaggio, ma restiamo fieramente parte di questa minoranza informale, amante del mondo e indignata dalle sue ingiustizie.

Ieri, oggi, sempre. Vi vogliamo bene,

Il Mucchio











Gli amici milanesi di Divinazione, che cento ne pensano e mille ne fanno (Vabbè... ) mi inoltrano il comunicato che, bello fresco vi giro ad usum delphini. Son cose brutte, lo so, ma qualcuno comunque...

I siti non sono direttamente cliccabili in quanto trattasi di jpeg

L'ULTRA BARACCONE DEI NEGRAMARO

(MA NON E' COLPA LORO)

Una volta si diceva: "Big in Japan!". Nel senso che qualsiasi artista straniero arrivasse nel Sol Levante negli anni Settanta e Ottanta aveva un sicuro successo e molto denaro. In realtà non era proprio così, perché per esempio i Deep Purple realizzarono il loro fantastico album "live" al Budokan di Tokyo. I tedeschi (giornataccia... ) Alphaville intitolarono "Big in Japan" il loro (unico) successo planetario. Insomma, basta trovare il proprio Giappone, magari in Italia, e si può vivere felici. Giuliano Sangiorgi e la sua simbiosi Negramaro lo sanno bene. Nati come una vera band, e tornati ad esserlo in questo "Amore che torni" tour negli stadi (pieni) i ragazzi salentini non ci credono nemmeno loro di essere al centro di un "carrozzone" di tubi lahyer, luci, fumi e colonne di amplificatori, nonché megaschermi, come mai si è visto da noi. Mettendo fuori quota gli show di Vasco a Modena e il primo Campovolo di Ligabue, se parliamo invece di un tour con una struttura che si monta e smonta diuturnamente, penso proprio che il grande palco allestito al Meazza abbia pochi rivali. Non me ne voglia Sangiorgi, che mi è sempre stato simpatico (sentimento credo ricambiato) nelle numerose interviste del passato. Ma la mostruosità de quo, con due strutture ai lati che nessuno (comuni mortali) ha capito cosa rappresentino, e camminamenti a croce in  mezzo allo stadio, è qualcosa che va al di là di qualsiasi valutazione architettonica. E' un fatto certo che se Le Corbusier nascesse oggi, farebbe il costruttore di palchi per grandi concerti. Qui l' immaginazione è veramente al potere. La ragione è semplice. Lo spettatore è sì un fan devoto, ma se non ci fosse tutto il "Carrozzone" nessun promoter potrebbe giustificare i folli prezzi dei biglietti. Perché alla fine dei conti è quello che si porta a casa col telefonino, e che va su Youtube, che conta. Mai il bravo Sangiorgi, che ha sempre una gestualità originale, si è trovato così disperso nello spazio, lui e la sua famiglia Robinson salentina, come in questa circostanza. Per non parlare dei musicisti, disposti su alti parallelepipedi luminosi e videodotati, a una altezza di almeno dieci metri. Il vecchio e mai sopito trompe l' oeil, insomma. E la musica? Ah, già... Il repertorio dei Negramaro è ben noto e proficuo, anche se questa volta, almeno all' inizio, è stato presentato un po' come un "pastone" di brani interlacciati. E, a un certo punto, è pure saltato l' audio. Sangiorgi in versione live rimane bravo, ma il grido potente e modulato a volte eccede in una specie di romanza rock. Da citare il ricordo di Dolores, che non è quella di Westworld. In conclusione, e non sottacendo che il pubblico della band è forse il migliore d' Italia in assoluto (vedi foto) non ho capito bene cosa ho visto e ascoltato. Ma qualcosa deve essere successo.

Sessantasei foto in galleria

SMEMO 19 A QUARANT'ANNI DALLA PRIMA VOLTA

Ne vendono 650mila copie all' anno, ed è un successo che, partendo dal 1979, con la prossima edizione, presentata oggi negli uffici di Emergency a Milano, arriva e supera i quarant'anni. La Smemo, l' atipico diario di Smemoranda, permette da molto tempo gesti di grande generosità a Nico Colonna, Gino Vignali e Michele Mozzati (Gino & Michele) cioé i tre "matti" perbene che un giorno,. con la neonata Casa editrice, decisero di trovare qualcosa che sostituisse degnamente il Diario Vitt nell' immaginario studentesco dei ragazzi italiani. Premessa. Loro, io, siamo tutti nati e vissuti con i diari disegnati dal grande Jacovitti, con i suoi irriverenti "salamoni" e una ironia critica decisamente evoluta ma comprensibile. La Smemo è stato il passo successivo. Gino e Michele erano già autori televisivi di successo. Io li conobbi nel 1983 ad Antenna 3, la mitica emittente lombarda che aveva strutture e programmi da Rai in sedicesimo. Firmavano uno show intitolato "Dire, fare, baciare", con  i Gatti di Vicolo Miracoli, Mauro Micheloni che presentava e la regìa di Beppe Recchia. Nonché l' "inquietante" presenza dietro le quinte di Alba Parietti (moglie di Oppini)  al massimo splendore. Era una gara tra radio private: una novità assoluta. Io ero il capitano di Radio City Vercelli, e vincemmo per due mesi... Smemo era appunta già nata, come Zelig e altre propaggini del duo di autori milanese. Oggi è facile pensare che una formula come quella di un diario con molte cose in più, quasi sempre non banali, possa essere vincente. Ma allora non lo era. Sia come sia, oggi Smemo sbaraglia la concorrenza. Ha un costo abbastanza popolare (tra i 15 e i 16 euro) e una serie di versioni differenti per look e formato. Oltre cento sono i contributi di vari personaggi, tra i quali Bebe Vio e Gino Strada, nei cui uffici milanesi di Emergency è avvenuta la presentazione, ma anche evitabili come Sfera Ebbasta. D' altronde Smemo è anche un' operazione di marketing attenta alle nuove mode e ai nuovi canali di fruizione dei giovani, sempre in divenire. Che gli ideatori ci lavorino "obtorto colon" o con entusiasmo poco importa. Con i soldi guadagnati Colonna e Compagni hanno fatto ospedali in Sudamerica, acquedotti in Africa, rimboschimenti in Italia, e altre mille cose di cui si sa poco o nulla. Ma importanti. Dimenticavo: la parola d'ordine di quest'anno è "Ciao!", saluto che la Crusca accredita come bicentenario. Ci rivediamo tutti ultra centenari all' ospizio, o alle Seychelles, per la Smemo del 2069...
Trenta foto in archivio

EDITORIALE

NON LASCIATE INCUSTODITI QUEI SENTIMENTI

Oggi l' inserto Economia del Corriere della Sera, che sfoglio non perché abbia sostanze da gestire ma per curiosità e per vedere se ci stanno vieppiù fregando, porta a pagina 50 un interessante articolo di Paolo Manazza che, occupandosi di arte come bene rifugio, parla di una eccellente mostra alla Galleria Monica De Cardenas di Milano (Via Francesco Viganò 4). Tutta una roba di un certo livello, a partire dal titolo ripreso da Louis Malle (è tutto leggibile qui sopra. Fonte citata, riproduzione meno riservata). Si tratta di una serie di artisti che fotograficamente rielaborano vecchie lastre ottocentesche e foto più recenti con una serie di tecniche raffinate e allo stesso tempo banalmente sublimate. Bello, insomma. Quello che mi piace del pezzo e di come è scritto e il senso di rispetto, sincero, verso la fotografia, in tutte le sue forme, come sentimento artistico che lo pervade, come ritorno a una fanciullezza emotiva capace di toccare corde profonde. In realtà, sono cose che chi mi segue ha già sentito, perché si tratta della filosofia che nutre la volontà mia e di alcuni colleghi fotografi di offrire opere d' arte fotografiche che partono da elaborazioni e concetti diversi ma non dissimili: la difficoltà tecnica dello "scatto", la forza espressiva della performance che si ferma in un istante, la traslazione nel rito collettivo che la musica, o la danza o il teatro, Arti povere e sublimi, rappresentano. Tutto ciò poi, toccando il costo delle opere in vendita alla Galleria De Cardenas, ha anche una sublimazione economica (il "bene rifugio") che tocca l' artista/fotografo solo come attestazione sociale, ovviamente. Devo ringraziare il collega Manazza perché la giornata era iniziata male, e il suo pezzo mi è stato di consolazione. Stamattina un giornale locale ha completamente rovinato una mia foto, che avevo regalato a un amico per il suo Facebook e lui, senza colpa e previa mia autorizzazione, aveva girato al mefitico giornale locale per raccontare un evento pubblico. La foto, che aveva un senso  e un effetto grafico preciso, è stata tagliata, schiarita senza senso fino a diventare una massa di "rumore" e... firmata! Come per farmi un favore, i meschini. Un disastro, come un certo giornalismo approssimativo e casereccio che pervade ogni situazione informativa. Così oggi mi sono vergognato per loro (e molto arrabbiato) e poi, leggendo il pezzo di cui sopra, rincuorato. Perché, citando non Malle ma Verdone, alla fine "... è sempre il bene che vince e il male che perde"...

ANGELO REDAELLI IN MOSTRA COI SUOI ATTIMI IN SCENA A NOVATE MILANESE FINO ALL'8 LUGLIO

Alcuni anni fa, almeno cinque o sei, con i colleghi fotografi Massimo Barbaglia e Angelo Redaelli visitai una famosa fiera della fotografia d' arte milanese. Un carrozzone che credo esista ancora. Volevamo capire con cosa avessimo a che fare e, modestamente, a che livello fosse la nostra produzione professionale di immagini legate allo spettacolo. Sinceramente, tutti e tre rimanemmo un po' basiti nel vedere molte foto, la maggioranza, fatte per piacere, ricercate nella tecnica, falsamente "normali" (certi bianco e nero e le foto di architettura) ovvero eccessivamente pretestuose. Fosse come fosse, notammo l' assoluta mancanza (a parte una serie banale di ritratti di cantanti italiani) dello spettacolo in genere e della musica in particolare. Il nostro ego ne uscì enormemente rinforzato... Oggi possiamo dire, noi tre più la Gigliola Di Piazza che spesso è nostra correa, di essere orgogliosi della nostra diversità stilistica e contenutistica. La fotografia di spettacolo, per me musicale e per Angelo Redaelli prettamente teatrale, ha un suo pedigree e una propria dignità artistica "alta" indiscutibile. Molte le mostre (vedi Le Mie Mostre) e grandi le soddisfazioni. L' ultima ce la regala proprio Redaelli con "Attimi in Scena", che a Villa Venino di Novate Milanese fino all' 8 luglio presenta una settantina di immagini molto affabulanti. Nel giardino spiccano i grandi pannelli già esposti a Natale di due anni fa in via Dante a Milano. All' interno è un florilegio di volti notissimi del teatro italiano e internazionale. Molto bella le sezione in cui gli attori sono al trucco, e spesso sorridono al fotografo che conoscono bene, giacché per molti anni Angelo è stato fotografo di scena di importanti teatri milanesi e da sempre lo è del Festival di Villa Arconati. Particolarmente spettacolari - è la prima parola che mi viene in mente - le immagini di balletto. Famosissimi i nomi degli interpreti. In più, un video nella penombra di un' apposita sala mette in rotazione altre 300 immagini. Per farvi un' idea completa date un' occhiata alle foto del vernissage che ho messo in galleria. Mi scuserete se non metto gli orari: sono sul sito del Comune di Novate, e comprendono anche aperture straordinari sino alle 23 per i nottambuli eruditi. Da vedere.

EDITORIALE

DIRTY OLD SOUL E LA FESTA DELLA MUSICA DAL VOLTO UMANO

Lo spirito da ludoteca di massa che ormai da tempo pervade la nostra Società ci indirizza sempre di più a pensare in grande, addirittura oltre la nostra oggettiva capacità di comprensione, per poi realizzare in piccolo. Un selfie allo stadio vicino al grande palco, il rito collettivo dei telefonini che registrano non si sa che cosa per l' "io c'ero" che in realtà è un piccolo "like" al nostro senso di appartenenza. E via dicendo. Non a caso il "Giorno della Musica", il 21 giugno che si celebra già da anni, non trova spazio tra i festival rock, i concertoni e concertini più o meno imposti dai mass media. Insomma, non vive di luce propria nelle grandi città. I comuni più piccoli, con sempre meno soldi per la cultura, e spesso spesi malissimo, hanno le loro giornate di gloria proprio grazie ai fondi, anche comunitari, disponibili in queste circostanze. Piccole cifre, s'intende, che però permettono di fare qualcosa che vada incontro alla voglia di musica socializzante delle persone. Guardiamo nel nostro cortile - in questo caso a Vercelli - e troviamo un' ottima band di bravi musicisti, i Dirty Old Soul, che suonano nelle bella Piazza Cavour. Loro sono in undici, con una sezione di cinque "fiati" e due cantanti. E il genere è proprio quello: soul e r&b degli anni Sessanta e Settanta. Musicisti professionisti? Alcuni. Altri comunque insegnano (anche musica) o svolgono altre attività che alla fine sintetizzano nel senso di comunità tipico della Provincia italiana. Sono bravi e richiesti ma... non vanno in tournée perché non riescono a far coincidere le ferie di tutti dal lavoro; ma, appunto, ci stanno lavorando... Succede che la grande piazza si anima nella fresca serata, e anche le zanzare danno un po' di tregua. E la gente non si muove per un'ora e mezza, e i bis si accavallano fino all' orario imposto dalle Autorità, e oltre. C'è gente in prossimità del palco, sulle panchine, sotto le volte dei portici, e tantissime nei bar che si affacciano. Tante. E sono solo applausi e divertimento. Gratis, tra l' altro. Intendiamoci: spesso queste feste sono solo vetrine per questo o quel politico locale, per piccole e meno piccole ingenue clientele. In Provincia spesso capita che arte e presunta arte si mescolino senza soluzione di continuità. Ma questa sera è andata bene. Senza biglietti esosi, senza parcheggi e code tra Forze dell' ordine e metal detector. Solo un po' di musica che gira intorno.
Ad ulteriore ringraziamento, in Galleria Foto 82 (sì. ottantadue) immagini della serata.

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CESARE CREMONINI VINCE AL MEAZZA

 STADIO PIENO E SHOW CONVINCENTE

Alla fine del terzo brano, "Padremadre", Cesare Cremonini non resiste e... allo stacco finale fa la famosa piroetta col pugno alla Freddie Mercury. I fan più scafati sanno che da molti anni l' artista di Bologna ha un massiccio tatuaggio sull' avambraccio che riproduce il leader dei Queen, di cui è superfan da sempre, con tanto di corona. E un piccolo diadema se l' è meritato anche il trentottenne ex frontman dei Lùnapop, la band degli esordi in cui faceva anche da penna e da spartito. Un talentone, insomma, che per quello che ci risulta non si è montato la testa e continua per la retta via del suo pop-rock autorale, che così bene funziona. Tanto bene che ha ben riempito San Siro (ufficiali 56mila) di fedelissimi e gioiosi supporter. Cremonini si distingue anche per la qualità del pubblico che lo ama e lo viene a trovare ai concerti. Facce pulite e sguardi grintosi, ma sempre con il sorriso dietro, come da foto in galleria (55). Il palco è debordante, con camminamento centrale e "isola" per fare cose da solo e coi musicisti. Lui dopo tre minuti gronda sudore, ma è sempre stato così. L'impostazione vocale, sorniona e sempre "trasportata" dalla melodia (un vecchio trucco da crooner che gli viene spontaneo) gli permette di reggere bene dall' inizio alla fine senza vituperi delle corde vocali. Visivamente, non mancano fumi, coriandoli alla Coldplay e tutto l' armamentario di rito. Una cosa che abbiamo notato - e fa piacere - è che, mediamente, sono meno i ragazzi tra il pubblico che agitano i telefonini, preferendo godersi lo show. Il repertorio è quello noto, venduto meglio nei negozi e quant'altro rispetto alla media dei suoi colleghi big, più ovviamente "38 Special" e compagnia bella. Al momento giusto, però. Successo meritato.

EDITORIALE QUARANTADUE FINE E RINASCITA DI UNA GRANZE AGENZIA FOTOGRAFICA

Pochi giorni prima che nascesse questo sito, per il mondo della fotografia professionale italiana ci sono stati due momenti veramente tristi e in un certo senso concomitanti. A gennaio infatti moriva Walfrido Chiarini, che nel 1958 fondò a Milano Olympia Fotocronache. Walfido era una persona molto intuitiva, dote essenziale per un grande fotografo. Ed era anche un bravo imprenditore. Il suo successo fu decretato dalla pregnanza giornalistica del lavoro suo e dell' agenzia, che presto assunse dimensioni notevoli. Lo conobbi nel '78 al Festival di Sanremo. Lui non chiedeva mai il pass foto, ma comprava un abbonamento in platea, terza fila di lato, e da quella posizione, tirando fuori la fotocamera nei momenti importanti, aggiungeva qualcosa in più al lavoro dei suoi fotografi, comunque presenti. Con lui e l' agenzia collaborai a lungo non come fotografo ma comprando materiale bello e raro nel mio ruolo di ricercatore iconografico per Enda/De Agostini (vedi la mia bio). Pochi giorni dopo la sua morte il Tribunale decretò il fallimento di Olycom, la sigla figlia della prima Olympia. Mentre saggiamente, per esempio, l' agenzia Grazia Neri (Maria Grazia Casiraghi) chiuse ea sponte giusto dieci anni fa, così come l' omonima galleria d' arte. La verità è che, dando comunque cifre irrisorie ai fotografi rispetto a quelle guadagnate solo pochi anni prima, il sistema di distribuzione e vendita delle immagini ha subito un colpo mortale non tanto da internet, che in realtà è una comodità, quanto dalla malcelata scelta degli editori, a partire dai grandi, di pagare pochissimo le foto indipendentemente dalla qualità, ovvero quando possibile farsele regalare dagli Uffici stampa. La differenza tra una foto professionale e altro si vedrà sempre, se la si vuole vedere. Succede però che un' ora fa mi arriva il comunicato di LaPresse, l' agenzia privata torinese nata nel mondo del calcio e poi espansasi a dismisura, che annuncia l' acquisizione (evidentemente dopo l' asta fallimentare) del marchi e dell' immenso archivio di Olycom che comprende anche Publifoto: oltre trenta milioni di immagini dal 1939 ad oggi. LaPresse si impegna anche a digitalizzare il tutto assumendo sette archivisti (magari sceglieteli tra i fotografi in crisi: uno sportivo, uno di cronaca uno musicale e di spettacolo, eccetera) e partendo comunque da una base digitale già presente prima del 2000 in Olympia, che sola e ai costi di allora - altissimi - iniziò con lungimiranza quel processo. Questa notizia (la foto di Walfrido è recuperata da una pubblicazione) non è solo nostalgismo o informazione industriale. E' un malcelato grido di angoscia e rabbia che proprio i signori di LaPresse, e non solo loro ovviamente, dovrebbero fare proprio, magari parlando con il Governo di turno, per salvare il futuro dell' immagine professionale in Italia.

LA MORTE DI JON HISEMAN: UNA PERDITA ENORME DA NOI PASSATA SOTTO SILENZIO

Il 12 giugno scorso, a pochi giorni dal compimento dei 74 anni, è mancato Philiph John "Jon" Hiseman. Ne ha dato notizia l' amico e chitarrista "di sempre" Clem Clempson, con il quale negli ultimi anni aveva rifondato una credibilissima formazione dei mitici Colosseum, con Clempson e l' immenso Chris Farlowe alla voce, e con la moglie di Hiseman, Barbara Thompson, al sax al posto del grande Dick Heckstall Smith, l' occhialuto con la faccia da ragioniere al catasto (absit... ) e un mostruoso talento. Sono molto arrabbiato perchè giornaloni, giornalini e agenzie - che io sappia - non ne hanno dato notizia. Gli stessi che non si perdono l' ultimo peto del rapper di turno. Solo pochissimi e meritori siti italiani specializzati di progressive lo hanno ricordato. Io stesso ci sono arrivato per caso giorni dopo. E pensare che parliamo di uno dei più grandi musicisti della sua generazione. Con i Colosseum, con i Tempest (una mia foto di lui sulla copertina del disco) e come ospite ai più alti livelli. E poi, come mi ricorda mio fratello batterista, in studio e live per i più grandi musical teatrali e in pellicola. Negli ultimi tempi aveva messo in standby (probabilmente definitivo) i Colosseum per seguire la malattia della moglie che, a causa del parkinson crescente, non riusciva più a suonare il sax. E poi il tumore al cervello, e l' intervento d'urgenza andato male, per quello che ne so. Il tutto in tempi brevissimi. Con ancora tante cose da fare e da far ascoltare specialmente ai più giovani, con i quali intratteneva numerosi "clinics" sulle percussioni. Un addio che voglio mediare con il video che segue. E tanta rabbia, ripeto, per i nostri giornalettari.

CLAUDIO ROCCHI FOREVER! QUATTRO ORE DI TRIBUTO DEGLI AMICI ALL' OUT OFF DI MILANO

Questa è Jenny Sorrenti. La eleggo a Musa della serata-tributo a Claudio Rocchi intitolata "Fotografie", che ieri sera al teatro Out Off di Milano (aria condizionata) ha tenuto banco per quattro ore, riproponendo personaggi mitici della scena musicale alternativa italiana degli anni Settanta/Ottanta. Cercherò di riassumerla con una serie di informazioni intramuscolari. Apro però con un breve ricordo di come ho conosciuto Claudio. Nel 1971 (when I was 17... ) i dirigenti del Pci di Vercelli volevano - come si usava dire all' epoca - "fare qualcosa per i giovani". Così con poca spesa il salone delle riunioni nelle sede storica di corso Prestinari divento l' Electric Cave" (copyright Bruno Marzi) e fece molto bene il suo lavoro. Io all' epoca suonavo e studiavo, e facevo politica. Molti gruppi della scena alternativa milanese e non solo vennero a suonare in quello stanzone, sempre strapieno. Tra questi i Jumbo e Claudio Rocchi. Maurizio Salvadori, manager di entrambi, ci chiese se potevano usare il salone per le prove del nuovo tour, e così fu. La storiellina è che Claudio, che all' epoca aveva già suonato con gli Stormy Six ed era a cavallo dei due dischi "Volo Magico", aveva già all' attivo i suoi due successi storici: "La tua prima luna" e "La realtà non esiste". Un mio caro amico, compagno di avventure e di musica, doveva fare la visita di Leva (i più grandi spieghino ai Millenials... ). Claudio l' aveva già "sgamolata" e così dette un po' di dritte al mio amico, che a sua volta, dopo qualche decina di caffè, ce la fece a sua volta. A volte si pensa che i miti volino sempre ad altezze siderali, ma in realtà poi è la semplicità della vita di tutti i giorni a rederli tali.
La serata, allora. Raduno in un solo manifesto i numerosi contributi video di chi non ha potuto esserci di persona, come Eugenio Finardi e Juri Camisasca. Si inizia con un "rito di purificazione" con sitar, campanellini e trombe tibetane. Poi però arriva Daniele Bianchini, che guarda caso era il chitarrista storico proprio dei Jumbo. Fa una cosa molto belle suonando in sincrono con le immagini di un video e sciorinando una bravura che aveva già allora. Molto New Age. Poi passano una serie di formazioni e solisti al cui confronto i Lord Khrisna Von Goloka erano una boy band. Mi viene l' abbiocchetto... Mi salva a sorpresa il caro amico Mario Luzzatto Fegiz che ricorda il Rocchi radiofonico, prima in Rai e poi, con Fegiz come direttore, a Radio Milano Centrale. Altra cosa carina, la famiglia Banfi. L' ex tastierista del Biglietto per l' Inferno Giuseppe Banfo Banfi si presenta con la figlia Gaia e un paio di laptop. Lei canta anche con molta grazia. Il risultato è un pop elettronico evoluto non male. Mauro Sabbione, ex Matìa Bazar e Litfiba, omaggia Rocchi in maniera originale, allestendo una specie di pièce teatral-musicale sulle note di "Elettroshock", mentre sul video alle spalle, in sincrono, appare la Ruggiero con Enzo Jannacci in uno show Rai. Originale. Andrea Tich poi canta e ricorda che fu Rocchi, per la Cramps, a produrgli il suo primo album "Masturbazione". Un vero e proprio parterre de roi vede assieme Paolo Tofani (racconta la sua amicizia spiritualista con Claudio e quindici anni di vita in comune) non alla chitarra ahinoi assieme alla voce evocativa di Claudio Milano, l' arpa e il Teremin Moog di Vincenzo Zitello e la voce narrante di Paolo Carelli (Pholas Dactylus). Quando Jenny Sorrenti, la sorella più giovane di Alan vera Musa di una certa vocalità con i Saint Just, attacca "La prima luna" si capisce che si tratta di una cosa molto bella. Siamo a tre ore di show e nessuno in sala si è mai mosso. Vesciche di altri tempi... Gian Pieretti, da molti considerato il precursore di un certo cantautorato, dedica "Il vento dell' Est" a Claudio, che ne era un gran fan. Alberto Camerini, alla fine, si lancia in un lungo racconto dei tempi del liceo assieme, delle ragazze, e di come la musica e la politica ("Ma io mi consideravo meno politicizzato anche se di sinistra. I miei erano Pci sfegatati... ") ma non suona. Sembra una persona provata dalla vita. In bocca al lupo! Gran finale tutti sul palco che è quasi l' una, ma io evito l' immagine-cartolina e sono già per strada.

IN GALLERIA FOTO CENTO IMMAGINI IN ORDINE CRONOLOGICO E L'ULTIMO ROCCHI SUL PALCO

"ALL YOU NEED IS POP!" LA TRE GIORNI DI FESTA PER RADIO POPOLARE NEL PARCO DEL PAOLO PINI DI MILANO CON LUCIA ANNIBALI E JACOPO FO

Venerdì, sabato e domenica. C'è ancora tempo per "All You Need Is Pop!", la grande festa di Radio Popolare che invade i grandi spazi del parco che al suo interno ha ospitato l' Istituto Paolo Pini per l' igiene mentale (quelli più normali di noi perché matti, insomma). Viali bellissimi e ombreggiati, orti popolari, e un hospice per malati in carrozzina, e altro. La festa è piena di parole, musica e cibo. Una iper Festa de' L'Unità d' antàn. Di quelle buone. Nel pomeriggio di sabato me ne sono ritagliato uno spicchio, saltabeccando tra un palco e l' altro, con 31 gradi afosi. Ho fatto in tempo a seguire una super edizione di Casa Arzilla nel Teatro dell' Orto, dove parlavano di futuro della politica ("Lo stato di salute della Repubblica italiana") il Presidente Emerito della Corte Costituzionale Valerio Onida, bimbo di 82 anni, e l' avvocato e partigiano Carlo Smuraglia, di anni 94. Moderava la "bambina" Anna Bredice. Poi sono andato nel Teatro La Cucina ad ascoltare Jacopo Fo che parlava, incazzandosi alquanto, dello stato di salute del Pianeta, "un aspetto di cui la gente sembra dimenticarsi" e che stava molto a cuore ai di lui genitori. Una vera folla, poi, ha atteso l' arrivo di Lucia Annibali, che ha subito confessato di non avere ancora terminato il calvario di interventi per tornare alla normalità, a cinque anni dall' inusitata violenza con l' acido da parte dell' ex fidanzato bestia. "Non più vittime", titolava l' incontro. Con lei a "combattere" la scrittrice, e molto altro, Giulia Blasi e Chiara Ronzani nella veste di moderatrice. Toccata e fuga, mentre la sera scendeva, le zanzare languivano ma non avrebbero tardato e i Punkreas, che non mi piacevano nemmeno vent'anni fa, a chiudere la serata sul palco principale. Mangerie di tutti i tipi e tutte le latitidini nell' apposita zona gourmet, tazze commemorative con il logo della radio in vendita tipo Nozze Reali. Bisogna pur vivere in qualche modo senza (o con pochi e affettuosi) padroni.

Sessantuno foto (sì, sessantuno... ) nell' apposita galleria

MA QUALE BAGLIONI A SANREMO! MARA REDEGHIERI E ORIETTA BERTI IN DUETTO!

Ho sempre avuto un' insana passione per Mara Redeghieri former Ustmamò, e mi è spiaciuto molto che per l'uscita del suo nuovo album nel 2017 - quello del ritorno - "Recidiva" il sito non fosse ancora funzionante. Ma rimedieremo. Stesso rispetto e simpatia nutro nei confronti di Orietta Berti, accresciuta certamente ai tempi del duetto con Giorgio Faletti a Sanremo con "La barca non va più". Ecco allora che, malgrado il titolo del brano, questo gioioso e irrituale duetto per "Cupamente" - in radio da domani 15 giugno - così intriso di "emilianità" e politica (quella di una volta, delle vere Feste de' L' Unità) ci fa dire che, malgrado atteggiamenti e "primi maggi" di circostanza, gli artisti di cui mi fidavo una volta sono quelli di cui mi posso fidare ancora adesso. Copio e incollo le poche battute delle due Divine dal comunicato stampa del bravo Daniele Mignardi. 

“Orietta Berti è un pezzo della mia terra, una stagione politica sana di un'Emilia ancora semplice e diretta – spiega Mara Redeghieri – Lei è tutto quello che io non sono, ha la tecnica del bel canto, è una voce che vorrei avere, una delle grandi interpreti, invulnerabile. E’ una presenza che assicura semplicità e franchezza.  E’ meglio di come sono abituata ad immaginarla: dolcissima, sicura, imperturbabile, sincera. La stimo molto e mi piacerebbe che ascoltasse le mie canzoni e se ne incapricciasse un poco”. “Prima di questo duetto non avevo mai incontrato Mara personalmente - racconta Orietta Berti - Ho scoperto una brava cantante, una brava autrice e una collega con un suo mondo musicale molto interessante da raccontare: chiaro, sagace ed immediato. Mara parla dei tempi che stiamo vivendo. Tempi duri, tempi cupi. E lo fa con uno sguardo attento e mai banale, avvolgendoti con ironia e senso della realtà. Sul piano umano è una creatura speciale. È emiliana come me, quindi legata alle tradizioni, con radici salde. Mi è sembrato come se ci conoscessimo da sempre. Mara è un simpatico folletto, capace di stupirti ogni volta. È stata una bella esperienza ma anche una piacevole sorpresa perché con questa collaborazione oggi ho un’amica in più”



RECENSIONE SENSE8 OMNIA VINCIT AMOR SERIE SU  NETFLIX FINALE (FORSE)

La scena veramente più alternativa e piaciona di questo ”finale di serie” (definito 2x12 o 3x00) per Sense8, è girata a Napoli. L’ innovativa e allo stesso tempo classica nella stesura (buoni e cattivi, amore e odio) proposta di Netflix che dopo due anni e un finalone, appunto, di oltre due ore è venti, vede gli otto protagonisti – i nostri Eroi, insomma – che si godono una pizza napoletana verace – una Margherita quindi – e si capisce benissimo che se la mangiano di gusto veramente, e i ciak ripetuti devono essere stati numerosi. Lana e Lilly Wachowsky, i fratelli/sorelle autori e cineasti dei tre “Matrix” e di “Cloud Atlas”, hanno proiettato nella serie della Netflix, palesemente costosa e realizzata con estrema cura, molte delle loro visioni dinamiche (grande azione ed esecuzioni truculente) così come esistenziali (un pacifismo sui generis e una concezione abbondantemente laica dell’ amore). Il successo che le ventiquattro puntate hanno avuto in tre anni (ma due serie complete e il finalone posposto di 12 mesi) e che l’ hanno reso veramente di culto, in effetti è più che meritato. L’ idea non originalissima è quella di una “comunione” sensitiva, con dislocazione nello spazio, di otto persone che all’ inizio non si conoscono e vivono in continenti diversi. Da un certo punto in poi gli Otto faranno fronte comune a situazioni estreme, peraltro riconducibili ai soliti “villains” (una bieca multinazionale dei cervelli) con retrogusto animistico (un’ antica setta). Allo stesso tempo si aiuteranno vicendevolmente nel risolvere situazioni personali e contingenti. Il montaggio serrato, con le varie dislocazioni fisiche degli Otto, e allo stesso tempo i luoghi in cui sono veramente, è secondo me il punto più alto della creatività registica e artistica del Duo. Insomma: dopo un po’ di puntate si “capisce” veramente quello che succede. Il fil rouge identificativo, anche nella puntatona finale, è espresso dal personaggio di Darryl Hannah, peraltro eccessivamente botulinata. Se vi intristite potete sempre rivedere dieci minuti di “Splash: una sirena a Manhattan”. Dovrebbero bastare. Facciamo venti… Come ai bei vecchi tempi delle Corazzate Potemkine (sarà giusto?) la cosa più importante, alla fine, è il messaggio che i due fratelli/sorelle vogliono dare: un classico e ben scolpito “Peace and Love”. Non a caso il titolo è, citando Virgilio e le “Bucoliche”, “Omnia Vincit Amor”. E alla fine vincerà l’ amore, con tanto di matrimonio (non dico altro, se non che l’ altra location, a parte Napoli, è Parigi… ) accoppiamenti vari e soft orgia quasi sui titoli di coda (ovviamente mentale, perché ogni coppia è nella sua stanza). I fan della serie possono capire di cosa stia parlando. Gli attori, dai visi noti ma dai nomi poco noti, sono tutti molto bravi e affiatati. Si ha l’ impressione che, pizza a parte, cast e produzione siano diventati una chiassosa famiglia. Cito per simpatia (e per la sexy magrezza) la coreana Doona Bae, già vista in "Cloud Atlas"; per bellezza straripante l’ indiana Tina Desai. Da citare un paio di minuti in compagnia di “24mila baci” di Celentano e gli immancabili Depeche Mode, nonché, per la gioia dei pendolari italiani, uno “spottone” di Trenitalia in versione lusso. Unico neo, un senso di incompiutezza della trama, portata a termine frettolosamente e che avrebbe necessitato di un’intera terza serie. Ma Netflix non ha messo in cantiere, cedendo solo alla vox populi che ha voluto a tutti i costi un finale esplicativo.

Nella foto: in viaggio verso Napoli con Celentano in sottofondo


EDITORIALE PINO E'... COL SENNO DEL POI

Premessa. Sono quasi totalmente d’accordo con quanto scritto da Daniele Sanzone sul Fatto Quotidiano. Che “Pino è” sarebbe stato una ciofeca era ampiamente prevedibile. Pur scusandomi io con gli amici napoletani e artisti napoletani, molti dei quali cari amici oltre che bravissimi, di fatto messi in un angolo. E giustificando la buona fede dei tanti amici sinceri del musicista napoletano, partendo da Venditti, De Gregori, la Mannoia, Giorgia e altri. Distanza abissale dall’ omaggio all’ Emilia terremotata da parte dei suoi artisti allo stadio Dall’Ara, anni fa. Fu una delle ultime volte live di Guccini, poi anche in duetto con Caterina Caselli. Sopportabile, perché di “stretta appartenenza” anche lo show in Piazza Maggiore per Lucio Dalla, con le sue band, i suoi artisti e basta. La televisiùn non solo ha ‘na forsa da leùn ma, immancabilmente, in questi casi, anche la capacità di fe’ gire’ i cujiùn. (accenti e apostofi a caso). Io sono in attesa che qualcuno faccia un grande omaggio a Ivan Graziani e Mango, per esempio. Ma temo che arrivi Sfera Ebbasta a fare “Lugano addio”… A proposito: queste orribili copie del Festivalbar tipo Wind Music Awards e le pseudo feste in Piasa dal Dòm a Milano, che la Madunina ha i tappi nelle orecchie. E dire che qualcuno si lamentò dei centomila (veri) per Manu Chao… Insomma, terminata la premessa, racconto una storia. Nel 1980 Radio City Vercelli compì cinque anni di attività. Complice la concessionaria di pubblicità Manzoni e l’ aiuto di un grande pasticciere dell’ epoca, che fece un catering mostruoso per ottocento persone, si organizzò una serata al teatro Civico. Riprendeva in rigoroso bianco e nero STP, Studio Televisivo Padano di Casale Monferrato. Le bobine, replicate per anni al posto del monoscopio, ovviamente oggi sono sparite. Io ero tornato da poche ore da Londra, dove avevo fatto Jeff Beck, Iron Maiden, Status Quo e non ricordo più chi altro. Chiesi a Mimmo, il capo della radio, chi presentasse. E lui: “Tu…”. Andai a casa e presi la giacca bianca da gelataio e per cinque ore e mezza restai in scena, tra presentazioni e interviste, e vista la mia carnagione rimediando una semi ustione rossiccio-violetta per alcuni giorni. Alcuni di quelli di allora sono ancora in pista, e ne parlano come di una serata leggendaria. Lo show fu interrotto alle due e mezza di notte per… crollo generale, con ancora almeno dieci artisti che volevano esibirsi. La verità è che tutti desideravano l’omaggio del sacchetto da due chili di riso Carnaroli strettamente Made in Vercelli, che inizialmente distribuivamo agli artisti, ma poi in realtà a tutti. Scivolo sui nomi di cantanti e gruppi, dicendo solo che c’era tutta la Wea Italiana (da Edy Angelillo ai Decibel) e mancava solo Miguel Bosè che era all’ estero, ma era molto dispiaciuto. Altri tempi? Ovviamente. Ma il parallelo con la burinata Rai sul buon Pino, che conoscevo molto ma molto bene, ci sta. Il soggetto non è più la Wea, o Warner che dir si voglia, ma una serie di agenzie di management, una in particolare, che hanno fatto della serata un hamburger record a dieci strati, e senza bibita per digerirlo. Al posto dei due chili di riso la possibilità data agli artisti di promuovere la loro faccia per le tournée estive che si avvicinano. D’ altronde STP non è la Rai, ma cinque ore di diretta con comici e saltimbanchi, come diceva Pozzetto riferendosi ad altro, “non sono mica una postilla!”.

Fotomontaggio tratto dal Web.

 


RUSH: DOVE TECNICA SUBLIME E ISTRIONISMO COMPOSITIVO SI MESCOLANO (vai anche a Galleria foto)

SANREMO 27 FEBBRAIO 1988: UN GIORNO DI ORDINARIA FOLLIA CON MCCARTNEY, HARRISON, BONJOVI E IL PRONTO SOCCORSO                 


Facciamo finta che siano alcune pagine da un mio libro prossimo venturo, e che rendano bene l’ idea di che cosa si tratti in generale. Si torna indietro di trent’anni e qualche mese.

Trattasi del mio decimo Festival di Sanremo come giornalista e fotografo, il quarto in cui faccio l’ inviato per Il Gazzettino. Presentano Miguel Bosè e una Carlucci (Vabbè, Gabriella. Quella che poi è stata anche in parlamento). E’ sabato, l’ ultimo giorno di gara. Le mie ancora esagerate forze mi consentono di affrontare una giornata impegnativa, ma sinceramente non pensavo quanto. La sala stampa è nel cinema Ritz, sotto il teatro Ariston. Per arrivarci si va su e giù per una lunga scalinata. Si trasmettono i pezzi al giornale o per telefono, dettandoli ai dimafoni, o tramite Infotec, il grande e ingombrante (e lento) nonno del telefax. La prima tappa però è a Portosole, nel cui parcheggio svetta la tensostruttura del Palarock, quell’ anno regno di Carlo Massarini. Con una vera e propria sceneggiata pagata da una radio, i Bonjovi arrivano in elicottero (in realtà sono saliti solo a Bordighera…) e una folla festante di fan e addetti ai lavori li circonda. La conferenza stampa si terrà infatti su uno yacht ormeggiato lì vicino (anche quello sponsorizzato). Macchine fotografiche a tracolla, seguo l’ orda umana. Qualcuno mi spinge violentemente di lato, e con il piede destro infilzo letteralmente uno spuntone dei cavi che tengono in piedi il grosso tendone allestito per le riprese televisive, trapassando anche il mio bel mocassino di pelle umana. Stoicamente resisto malgrado il sangue e il dolore (ho una buona coagulazione) e raggiungo la passerella della famosa imbarcazione. Seguo la conferenza stampa ma poi prendo l’ auto e vado al pronto soccorso per farmi medicare. Mi fanno l’ antitetanica e mi danno otto giorni di mutua. Che evidentemente non ho perché sono un freelance che fa il lavoro di un giornalista assunto. Riscendo a Sanremo (l’ ospedale era, e credo ancora sia, in alto rispetto alla città) e vado al Ritz per dire che sono vivo e fasciato, ma con la scarpa rotta che mi fa inciampare. Intervengo con un paio di giri di nastro. E tutti mi chiedono: “Ma cosa ti sei fatto?”. Beata gente. Scrivo sessanta righe su Bonjovi. Torno al Palarock perché ci sono le prove. Arriva George Harrison, che non canta ma si prenderà un mazzo di fiori da Carlo Massarini. Conosco bene la discografica inglese, e così resto nel retropalco (vabbè, il backstage) e assieme a Carlo e al bravo e simpatico Paolo Zaccagnini del Messaggero mi metto a parlare con Harrison. Lui cazzeggia e parla di Ferrari, e di qualcos’altro, ma dovrei recuperare il pezzo, e lo farò. Faccio anche le foto, uniche. Ricordo che nell’88 non ci sono i telefonini e così torno al Ritz e scrivo Harrison, più un’ altra cosa che non ricordo. Tre servizi, quel giorno, mandati di corsa alle 7,30 di sera prima che la pagina spettacoli interna chiudesse (vi risparmio i tecnicismi e i “vaffa” da Venezia, con gente che voleva chiudere i fogli per andarsene a casa). Cosa faccio allora? Aspetto l’ inizio della serata per fotografarla? Niet! Si torna al Palarock (non sono vicinissimi e i parcheggi latitano) per seguire la serata almeno fino ad Harrison. Che arriva abbastanza presto, attorno alle 22, e parla con Massarini e riceve i fiori. Foto. Schizzo di nuovo all’ Ariston. Il personale del teatro mi conosce (altro che security…) e salgo quattro a quattro le scale che portano alla balconata. Proprio mentre Bosè annuncia i Wings, cioè il supergruppo di Paul McCartney con l’ allora moglie americana Linda Eastman, ereditiera Kodak.. Foto. Passa il resto della serata. Finita? No, perché bisogna portare tutti i rullini della giornata al punto di ritiro dove un omino arrivato in auto da Milano raduna centinaia di pellicole dei professionisti e le porta allo sviluppo. Il Vostro si accoda al collega Alajmo (lui sì pagato dal giornale… ) per una veloce pizza. Alle tre di notte mi levo il mocassino rotto, controllo la fasciatura e crollo.

 

 

 



VASCO ROSSI INIZIA IL TOUR ALLO STADIO OLIMPICO DI TORINO

Era già tutto previsto. Da molti anni uno show di Vasco Rossi dona ai suoi fan certezze. La scaletta di canzoni e la maestosità dell' allestimento, le movenze. I "riti" come il lancio degli occhiali al pubblico. E una band rocciosa, talmente rock da essere persino eccessiva. Clara Moroni, la fedele corista tornata alla veste di solista, come non faceva dai tempi di Clara And The Black Cars,  fa da cospicuo opening act allo show di Vasco, ma la sentiamo solo da fuori, perché i fotografi sono ancora alla cassa. Entreranno dopo per fare le foto al pubblico e due dico due canzoni della scaletta: "Cosa succede in città" (all'inizio poco riconoscibile) e "Deviazioni". Ma per "La combriccola del Blasco", o "Blasco Rossi" che dir si voglia, si è già tutti fuori. Boh… E' così che gira da un po', e ricordiamo tutti le foto da 60 e passa metri a Modena l' anno scorso, mentre l' Ansa stava sul palco. Secondo voi i giornali quali foto hanno preso (pure gratis, o in abbonamento che dir si voglia)? Io voglio molto bene a Vasco, anche se è da tanto che non riesco più ad avvicinarlo. Da quando non scrivo più per un quotidiano, in realtà. Me ne sono fatta una ragione da tempo, anche se poi leggo che le domande dei colleghi "superstiti", con qualche eccezione, sono sempre le stesse; anzi, è lui che dà le imbeccate. Quindi non farò la cronaca dell' intero show perché non l'ho visto. Ma è come se… Pensando anche  a quella sera del 1991, nello stesso stadio che all' epoca si chiamava solo Comunale, e con una sola curva riempita, però da tanta gente, ebbi modo di realizzare la foto che poi diventò la copertina di "Fronte del Palco". Lo so: sorvolo sulla domanda esiziale. Vasco com'è oggi? Ben conservato, direi, e in salute, anche se gli anni "al massimo" qualche segno hanno lasciato, e il viso è più tirato del solito. Vi dico invece come sta Gallina "Gallo" Golinelli, il bassista storico che ha avuto un malore. Niente infarto. Niente "sciopone" insomma, e fra un po' ritornerà sul campo di combattimento.

Sessanta foto in Galleria

Jeff Beck e Tal Wilkenfield "rivedono" il sound alla Bob Marley. Brano ripreso anche dai Dream Theatre. Ma... è Terry Bozzio alla batteria? Magìa.

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EDITORIALE

DAGO NON SARA' MAI MAGGIORENNE

Ho – giustamente – lasciato passare qualche giorno per tornare sui festeggiamenti – meritati – a Dagospia, il sito di informazione e controinformazione – parola desueta ma sempre valida – nato nel maggio del 2000. Anche se non ci frequentiamo certo e non ci sentiamo da lungo tempo, conosco Roberto “Dago” D’Agostino da quarant’anni e passa, da quando non aveva nemmeno un tatuaggio, perlomeno visibile. Era settembre ’75, e lo incontrai a Roma non so a quale festa o circostanza, ovvero quando fui invitato al matrimonio di Cicalone Venditti con Simonetta Izzo. E poi quando abitai quasi un anno a Roma in via del Seminario, allora casa “porto di mare” di Patty Pravo. Lo trovai simpatico e intelligente, assolutamente non romano ma romanesco, con la battuta prontissima e una cultura musicale grande così. Insomma, vedevo me in versione più grande di qualche anno, non chiuso nel sarcofago di lusso di Vercelli ma affacciato su un mondo di potere e contropotere, quello romano e della Rai, che poi alla fine rifiutai per mancanza di coraggio e provincialismo. Era tutta gente simpatica. Il bravissimo Paolo Zaccagnini, omone di “Ecce Bombo!” di Moretti e poi bravo giornalista, oggi allegro pensionato in Irlanda. Il piacione Carlo Massarini, prossimo a diventare “Mister Fantasy” e amico di caciara con il di sopra menzionato Venditti, nonché possessore all’ epoca di una Cinquecento mitica. Insomma, una generazione di fenomeni molto allegra e disincantata. Dago, che già aveva fatto il deejay giovanissimo al Titan, credo, era piuttosto avanti per l’ epoca. Un po’ come Costantino della Gherardesca oggi, anche se con gusti e appetiti opposti. Insomma, per venire a Dagospia, io lo scopersi al Festival di Sanremo, credo del 2000 (quindi ancora “sperimentale”) quando il collega e amico Riccardo Frezza (con Salvo La Fata noto – © Marzi – come Bibì e Bibò, ovvero i migliori fotografi scandalistici italiani) mi piombò in sala stampa e mi chiese di cercare il sito www. eccetera eccetera, perché avrebbe dovuto pubblicare delle sue foto, all’ epoca ancora in bilico tra la pellicola e il primo digitale. Già dai primi vagiti del sito, Dago riuscì ad ottenere due cose: un numero di contatti che si avvicinava a quello della Città del Vaticano (il top) e… un mucchio di querele. Per queste ultime, Roberto ha sì vinto ma più spesso pagato, rischiando nei primi anni di dover chiudere la baracca. Gli argomenti, il linguaggio, le immagini lo resero subito un soggetto “Odi et amo”, ma comunque molto letto. Dopo la nota malattia, superata benissimo come Nanni Moretti anni prima, il Dago pubblico tutto tatuaggi e look Rasputin ha per contrasto raggiunto la stabilità economica e redazionale (almeno spero) e gli perdono se ogni tanto vedo foto mie – Patty Pravo in particolare – prese chissà dove e tirate fuori nelle più strane circostanze. Per farsi perdonare gli chiederò di passarmi la “striscia” di News per il mio nuovo sito. Un abbraccio forte, vecchia lenza!

Nella foto: una delle prime "cattivissime" dago-notizie di molti anni fa. Peraltro attualissima, cambiando alcuni nomi dei protagonisti 

RECENSIONE SIREN SERIE TV INEDITA PRIMA STAGIONE

Una vera leccornìa per gli amanti del genere soft-horror. Perché questa volta le sirene - e i tritoni – sono creature selvagge e pericolose, e temono ferocemente chi vive sulla terraferma. “Siren” è una serie tv in dieci puntate di produzione canadese, assolutamente inedita in Italia e attualmente in onda su Freeform, il canale via cavo della Disney Usa. Bisogna andare a cercarla online insomma, e ci sono anche i sottotitoli. Bristol Cove, un villaggio di mare che vive di pesca ( e che assomiglia sempre un po’ alla Cabot Cove delle mitica Jessica Fletcher, ma anche alla Haven dell’ omonima serie) è considerato mitologicamente “La casa delle sirene”. A seguito dalla cattura di una di queste creature da parte dei sempre cattivissimi militari (ovviamente più americani che canadesi) la sorella, che per un caso si chiamerà Ryn, viene sulla terraferma per salvarla. Gli inizi sono complicati e ci sarà un bel andirivieni nelle prime puntate, ma l’ amicizia con due giovani biologi marini (gli attori Alex Roe e Fola Evans) ovviamente innamorati (lei è la figlia dello sceriffo) e un po’ di canti appunto “incantatori” permetteranno a Ryn (la minuta, strana e affascinante attrice Eline Powell) di diventare a sua volta molto umana. Le sue sorelle e fratelli diciamo “in cattività” però useranno la violenza nei confronti dei pescatori, e bene e male si mescoleranno in corso d’opera. Siamo ben lontani – e questo è il bello – dagli stereotipi disneiani (ma anche la recente serie Rai non rinnovata) e, se fosse possibile, la visione delle sirene come mistero biologico di un lontano passato sembrerebbe  quasi (ovviamente molto quasi) credibile. La serie in sostanza ha una sua solidità di scrittura, un incalzare degli avvenimenti e una originalità che stupisce sempre un po’ nei casi in cui si rimanda a un soggetto trito e ritrito, nonché succhiato fino al midollo. Non manca l' afflato ecologista di denuncia del disequilibrio tra risorse marine e sfruttamento intensivo da parte dell' uomo. Anche se l’ ultima puntata non è ancora andata in onda (prima visione Usa il 29 marzo, la “Giornata Internazionale delle Sirene”) la serie è già di culto con un gradimento altissimo, addirittura “bulgaro”, del 98 per cento. Sarà anche perché attori e attrici sono tutti giovani e piacenti, e il target di riferimento è young-adult. Speriamo che qualche network “illuminato” di casa nostra riprenda lo show, perché merita. Ed è già stato rinnovato per una seconda stagione.

RECENSIONE EMMA MARRONE LIVE: PREGI E DIFETTI

Emma Marrone non ha un vero repertorio. Questo è il suo più grande limite. E’ sostanzialmente il limite di questa generazione di artisti ultratrentenni, fuoriusciti dai talent, e dalla Maria in particolare, che non possono più contare sulla grande offerta autorale che fino a una ventina di anni fa permetteva di “vestirsi” di canzoni adatte alla propria voce, al proprio stile e – perché no? – alla personale visione della Società e/o della sfera affettiva. Gli iscritti Siae formavano una specie di ricco supermercato del talento, all’ interno del quale in molti trovavano la risposta alla propria fame di fama. Si sono estinti? Qualcosa del genere. Faticando a vivere di canzoni, anche per la contrazione delle vendite, si sono messi a fare altro. E i poveri cantanti di successo prettamente televisivo, accumulando errore ad errore decidono di arrangiarsi in proprio, con risultati spesso imbarazzanti. E dire che Emma, per esperienza e successo, andrebbe annoverata tra le interpreti “mature” del pop italiano. Anche per il successo di pubblico (molti giovanissimi e addirittura bambini) che comunque continua ad avere. Ecco allora il Forum di Assago bello pieno dei “soliti” Diecimila. Metto in conto che quei diecimila, e tanti altri, essendo fan appunto, non tengano in considerazione le mie parole, anzi le possano trovare ingiuste. Ma tant’è. A me tocca l’ ingrato compito di gridare che il Re è nudo… Altro problema della focosa ragazza pugliese è la voce poco “istruita”, sempre un po’ ondeggiante sull’ intonazione, più che altro perché troppo incline a “sparare” la sua consistente vocalità sempre in overclocking. Gli arrangiamenti poi sono un po’ tutti “figli naturali” di qualcos’altro. Come la lunga introduzione allo show con il riff (identico) che è marchio di fabbrica degli U2, tipo “When the Streets Have No Name” per intenderci. I pregi? Emma è una artista “sfacciata”; e prenda questa mia affermazione come un sentito complimento. Ha verve, una indubbia personalità e un potenziale artistico animalesco. Ma nessuno, finora, ha saputo – o voluto – imbrigliare tanta energia. E qui la rabbia si fa più sentita. Con la nostalgia per personaggi come Gianni Sassi, Nanni Ricordi e Ennio Melis, che di una così avrebbero fatto meraviglie.

Nella Galleria foto 94 immagini dello show 

RECENSIONE SECONDAMAREA SLOW

Finalmente, un po’ di sano artigianato. Dodici anni fa due ragazzi milanesi poco più che ventenni si sono trasferiti all’ Isola del Giglio per vivere e fare la loro musica. Sono Ilaria Becchino e Andrea Biscaro, i Secondamarea. Dal 2007, con “Chimera” ispirato a Dino Campana, in poi frequentano i premi Ciampi, De André, Biella Festival e Bianca d’ Aponte e li vincono, così come il Festival Internazionale di Monaco di Baviera. Ricchi pargoli della borghesia un po’ sopra le righe? Non ci risulta, anzi. “Viviamo di musica, di arte, e di quello che ci incuriosisce”, mi spiegano, precisando poi che sono stati solo sfiorati dal delirio del naufragio “… torni sulla nave, cazzo!”, abitando dall’ altra parte dell’ isola. Il loro nuovo album, “Slow” si permette anche un video, “Petrolio”, ben realizzato sulla dinamica di un brano che una volta si sarebbe potuto definire il “singolo”. Il cd, o su quale supporto lo vogliate, è interessante perché parte dalle canzoni e non dagli arrangiamenti, e i testi sono logici nella loro ispirazione ecologista/realista. Tra i titoli, “Slow” è forse il brano più ispirato. Un elogio alla lentezza tra castagne e amore. “Pellegrinaggio” e “Macina” potrebbero essere canzoni dei Nomadi, con quei ritmi e quelle tematiche. Lei, Ilaria, occhi azzurri e pelle già abbronzata (che invidia… ) ha una voce ben impostata naturalmente, e una buona dizione e scansione. Tecniche rarissime nell’ eccesso di scapigliatura roccheggiante dei talent. Lui, Andrea, è il fedele scudiero ma, evidentemente, anche il musicista con una buona istintività armonica e un altrettanto istintivo gusto per un piacevole e largo “terzinato”. In questi giorni sono passati da Milano per un paio di rapidi showcase voce e chitarra in spazi di movida, duellando acusticamente con tram e motociclette, eppure riuscendo a bloccare l’ attenzione del pubblico. Siamo alle solite, insomma. Se esistesse ancora una Discografia italiana, ovvero reali spazi alternativi ma di successo, i Secondamarea sarebbero delle piccole star. Ma forse a loro va meglio così. Meglio una primavera al Giglio piuttosto che un successo cementificato

BM

Altre immagini in Galleria Foto 


E' ONLINE IL SITO DEGLI EURASIA: GLI AREA DEL NUOVO MILLENNIO

E' da poche ore online il sito https://www.eurasiaband.it dove potrete trovare tutte le informazioni sulla band piemontese che sta ricevendo consensi da tutto il mondo. Il loro album "Il mondo a rovescio" li ha consacrati come i legittimi eredi di "quel" sound musicale e sociale "rivoluzionario" che contraddistinse gli inarrivabili Area. Certo inarrivabili, tenendo presente anche la voce di Demetrio Stratos (infatti gli Eurasia tendono a cambiare vocalist sovente... ) ma sicuramente ripercorribili per maestria strumentale e originalità compositiva. Gli Eurasia sono Marco Cavallo alla chitarra, Paolo Cagnoni al basso, Simone Torriano alle tastiere e Diego Marzi (parente?... ) alla batteria. La loro attività live è attualmente limitata  ma la cosa si sta risolvendo. Bene.

IAN FLEMING THUNDERBALL-OPERAZIONE TUONO RECENSIONE LIBRO

Fino alla morte, nell’ agosto del ’64 a soli 56 anni (ebbe modo di seguire gran parte della realizzazione del film “Si vive solo due volte”) Ian Fleming, ossia il “vero” James Bond, collaborò con Albert Chubby Broccoli per le sceneggiature di film tratti dai suoi libri. E proprio l’ ultimo, “You Only Live Twice”, con i suoi astronauti e la famosa rampa costruita negli studi di Pinewood, è quello che si discosta di più dai libri (nello specifico, c’era un castello e la foresta con le piante avvelenate per i suicidi; e un Bond che quasi muore e ci mette un anno a riprendersi) pur con l’ autorizzazione dell’ autore, che era tutto sommato favorevole alle modernità, capendo che Bond sarebbe stato immortale e succube della tecnologia. In questo senso, pur se di difficile reperibilità in nuove edizioni, diventa esiziale leggere i libri, sia perché sono ben scritti e veloci (meno di 300 pagine, sempre) sia perché appunto spesso differenti e non poco rispetto ai film. Così, per l’ ennesima volta, a 52 anni di distanza, ho riletto volentieri “Operazione tuono” (Garzanti, 1965. 850 lire… Versione originale uscita nel 1961) che, ambientato tra la campagna inglese e Nassau, è buona sintesi di tradizione e innovazione. Va subito detto che alcuni personaggi noti dal film, come la splendida Luciana Paluzzi, la Fiona Volpe killer della Spectre che ama e ammazza con il medesimo aplomb, nel libro non esistono, e lo stesso killer Vargas viene nominato solo una volta. L’inizio con Bond che uccide “La vedova” alias killer della Spectre, è solo la scusa filmica per far vedere di nuovo l’ Aston Martin di “Goldfinger”, la slitta a getto che fa volare le persone (cioè il suo inventore nel film) e intuire che Bond questa volta ha subito danni alla schiena per un “attizzatoio nelle mani di una vedova”. Anche la storia della sostituzione con plastica facciale del maggiore Dervall della Nato (l’ attore Paul Stassino) in realtà nel libro si rivela come una semplice corruzione per denaro di Giuseppe Petacchi, pilota e viveur italiano, fratello di Dominetta (Domino) Vitali/Petacchi, amante di Emilio Largo. Ultima discrepanza, nella storia la Spectre non ha un vero capo, e i “numeri” vengono cambiati a rotazione. Così Largo ha il numero 1, mentre Ernst Stavro Blofeld ha il numero 2. Il resto si svolge più o meno come da copione (è il caso di dirlo). In alcuni casi la precisione comprende anche i dialoghi, sovrapponibili a quelli dei film. La riunione a Parigi della Spectre, il tavolo a trazione e la “cottura” del Conte Lippe, così come l’ avventura di 007 con l’avvenente e simpatica infermiera e la sfida con Largo al Casinò di Nassau. Il Disco Volante è come da film, ma non si divide in due, e non si schianta. La residenza di Palmyra non viene approfondita (e non ci sono squali affamati nella piscina) mentre la storia di copertura per la missione di Largo è quella di una caccia al tesoro. Non manca il clima caraibico ben impresso, e la naturale eleganza implicita del principale personaggio. Anche se il finale della storia è ben noto, il libro riserva alcune piccole sorprese. Per cui vi lascio la curiosità di scoprirlo.

RECENSIONE RON LUCIO! TOUR ESORDIO A MILANO

Dopo la ripresa di un inedito di Lucio Dalla, vincendo il premio della critica, all' ultimo Festival di Sanremo, e poi aver realizzato l' album "Lucio!", completamente dedicato al suo grande mentore bolognese, Rosalino Cellamare in arte Ron ha trasposto le sue idee e le canzoni di Dalla in un concerto-racconto, che ha esordito con successo e commozione al teatro Dal Verme di Milano, ripreso a Roma adesso e poi, dopo alcune date al centro-sud nel mese di maggio, dovrebbe essere messo in standby fino all' autunno, in previsione di un lungo tour teatrale. L'idea è bella e rigorosa; l' aplomb di Ron nel proporre arrangiamenti nuovi ma che non stravolgono le canzoni, anzi, aggiunge quel po' di magìa che a quel farfallone di Dalla avrebbe fatto sicuramente piacere. Un videowall (qualche intoppo all' esordio) ripropone immagini inedite ed edite, stralci di interviste a Pupi Avati, Arbore, Vecchioni, e via dicendo. Ron ci mette il carico alternando le canzoni a brevi ricordi. Un bel mix che è concerto con uno spruzzo di teatro. Cinquanta immagini in galleria.

RECENSIONE ROMEO SANTOS LIVE A RHO-EXPO. CANTANDO SOTTO MOLTA PIOGGIA

Guardali, caro Salvini con o senza felpa. Guardali bene i quasi quindicimila che, pazienti, hanno atteso sotto un vero nubifragio l’inizio del concerto di Romeo Santos, superstar latina nato a New York ma di origine sudamericana. Guardali bene perché sono quelli che non “rubano il lavoro” agli italiani, anzi fanno quelli che i nostri baldi giovani non prendono in considerazione. Non “violentano le nostre donne” ma a volte sono i nostri ragazzi a corteggiarle. Non rubano o si mettono nelle gang di strada, perché ogni santa mattina (sono molto credenti) si alzano presto per andare a lavorare. Stasera si portano appresso i loro bambini, le loro zie e sorelle grasse, oppure sono sexy e seminude per cercare lo sguardo del loro idolo. Esattamente come le ragazzine italiane con il tamarro del momento. Sono come noi, insomma, anzi “sono” noi. E pagano il biglietto, anche caro, per assistere allo show di un’ artista che, mutatis mutandis, potrebbe essere l’ equivalente del nostro Ramazzotti, che peraltro amano anche loro. Eccoli, con le bandiere della Repubblica Dominicana, dell’ Honduras, dell’ Equador, e via dicendo. Questa sera sono orgogliosi della loro superstar pop. E pensare che la location dell’ ex teatro dell’ Expo (quello dove il resident show è stato per un anno il Cirque du Soleil) è apparentemente comoda, essendo collegata a metro, Fs, autostrade e altro, ma all’ atto pratico è una sfacchinata, perché l’ intera zona è per metà area “cimiteriale” dell’ Expo e per metà cantiere, e non si può arrivare se non passando vari controlli e facendo chilometri a piedi. Ma questa sera non conta. E allora prendiamo il freddo, l’ acqua (ma il palco è copertissimo) e gli accidenti di rito, e attendiamo le dieci di sera perché alla fine lo show del Golden Tour 2018 abbia inizio. Lui è come deve essere. Canta bene, si muove bene, ha una band che ricorda spesso le sonorità del primo Santana. Canta i vecchi e nuovi successi, che non conosco e che, con il mio spagnolo da Mallorca e isole vicine, fatico a capire. Ma loro, i Quindicimila, sanno ogni parola, ogni riff. E anche l’ acqua dal cielo, pietosamente, ad un certo punto si fa meno intensa. E questi nostri concittadini figli degli Incas (sono buoni, ma non farli incazzare, Salvini) per questa sera si sono ritrovati senza padroni, senza nemici, senza Salvini insomma.

Nella Galleria Foto ben ottanta immagini dello show

EDITORIALE

QUANTICO, L'ITALIA E BERLUSCONI

Succede che guardi per lavoro la prima puntata della terza serie di Quantico, la spy story con la former (e che “former”… ) Miss Mondo Pryanka Chopra nel ruolo della protagonista Alex Parrish, che passa da recluta a super agente Fbi in un baleno, e salva il Mondo un paio di volte; e, malgrado ciò, all’ inizio della prima delle nuove 12 puntate in programma, tecnicamente è ancora latitante per una serie di accuse federali. Succede che si nasconda in Italia, ma ci torniamo dopo. Succede che la sua migliore amica Shelby (Johanna Braddy) che nel frattempo si è sposata con l’ ex di Alex, il belloccio Ryan Booth (Jake McLauglin) proprio per causa sua (una super arma, what else?) sia prigioniera a New York di una “cattivissima” chiamata La Vedova che, mentre la tortura, ammette di sapere parlare italiano dai tempi in cui “Faceva affari con Berlusconi”, definito un attimo dopo “verme”. Ho riprodotto i due fotogrammi incriminati con tanto di traduzione, e mi chiedo, ma se lo chiedono anche i fan, se e come verrà tradotto questo passaggio in italiano. La serie inizia infatti tra pochi giorni su Sky. Sia chiaro che non sono un fan dell’ ex Cavaliere, e nemmeno pendo dalle immagini di Sorrentino, malgrado l’ evidenza di certe situazioni che hanno anche già avuto riscontri giudiziari per alcune persone. Ciò premesso, mi trovo nella posizione di difendere (intendiamoci, non ha certo bisogno di me, in questo senso) l’ onorabilità del dottor Berlusconi da quello che, a tutti gli effetti, sembra uno “script” raffazzonato di un autore distratto, o poco controllato dagli onnipresenti avvocati delle Case di produzione. Una cadute di stile, tra l’ altro ininfluente per la storia. La verità è che, more solito, quando entra l’ Italia protagonista in qualche modo di vicende americane, la tentazione del luogo comune è sempre in agguato, e l’ ignoranza degli autori è palese. Ecco allora Alex che vendemmia a Montepulciano, ha un compagno con una figlia piccola che sembra il classico vedovo benestante proprietario terriero (non è Sting ma l’ attore Andrea Bosca; lo stesso co-protagonista in Rai di Il Capitano Maria, con la Incontrada). Succedono delle cose, e lui deve scappare con la figlia, mentre Alex ne ammazza cinque o sei. Con quale macchina scappa? Una Giulietta anni Sessanta… Il taxi che riporterà poi Alex in Toscana è, come normale, una Toyota Prius ecologica? Niente affatto: è una vecchia 128 scassata. Nel mercatino di Montepulciano, sullo sfondo non manca uno sfaccendato anziano che suona la chitarra (Boh… ) mentre una signora vende braccialettini indiani fatti a mano. Vedo già la giusta protesta dell’ Associazione Venditori Abusivi pachistani… E via dicendo. L’unica cosa (che perderemo nel doppiaggio) è il discreto italiano di Pryanka/Alex. Quella che ha preso la cosa più seriamente. E nella speranza che il Berlusca faccia causa e mi dia una percentuale…

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Recensione The 100 serie tv quinta stagione

Ricorderete: l’ idea iniziale era molto buona. L’ Umanità, dopo il solito olocausto nucleare, si salva in una grande stazione spaziale, che per cinquantasette anni ruota attorno alla martoriata Terra. Varie vicissitudini portano cento ragazzi – appunto – a tornare sulla superficie facendo un po’ da cavia. Poi arrivano i sopravvissuti, vagamente mutanti, le dodici tribù, altri survivors dentro una montagna, un tentativo maldestro di mondo parallelo dentro un mega computer. Il tutto sotto l’ egida di un gruppo di bravi e noti attori; in particolare Eliza Taylor che è l’ eroina Clarke, Paige Turco che è sua madre Abby Griffin. Zach McGowan (il Vane di Black Sails) è Roan, mentre Henry Ian Cusick è Marcus Kane, il capo della Comunità. Tanti i giovani attori, tra i quali cito Lindsey Morgan nel ruolo di Raven, l’ “aggiustatutto”. Ergo: la serie piace molto ai giovanissimi, per via di ragazze e ragazzi bellocci, amorini e un paio di solide storie lesbo. La quinta stagione (mi sa anche l’ ultima) di “The 100”, dai libri di Kass Morgan, è alla seconda puntata di tredici, ma già si capisce, a grandi linee, dove la storia andrà a parare. Già da un po’ la dicotomia tra tecnologia e imbarbarimento, sociologicamente sempre intrigante, ha lasciato il posto a una specie di Mad Max perenne e impolverato, ma senza Tina Turner che canta “We Don’t Need Another Hero”. Mentre mille sopravvissuti da sei anni stanno chiusi in un bunker sotterraneo, per via di una pioggia acida e radioattiva, Clarke è rimasta fuori (ha una mutazione genetica che la rende immune) e trova dapprima un’oasi verde dove la Natura è rifiorita e poi una bimba selvaggia che crescerà con lei. La grande trovata consiste invece nell’ atterraggio di una grande astronave piena di galeotti, tutti vivi e vegeti, che nessuno – ohibò! – della stazione spaziale aveva notato in orbita nei famosi cinquantasette anni. La citazione da Star Trek “Botany Bay” e dal successivo film “L’ira di Khan” (dove Khan era il grandissimo Ricardo Montalbàn) è evidente. E’ facile immaginare cosa succederà: botte da orbi per almeno sette o otto puntate. Io amo la fantascienza e un po’ meno le saghe apocalittiche, che pare continuino invece a spaventare e intrigare il pubblico Usa. Per cui vedrò la quinta serie “per vedere come va a finire” ma mi farò una ragione se prevarrà la noia, cosa probabile. Dico questo ancora piacevolmente scosso per il finale di stagione di “Homeland”, magnifico. Dove una realtà fittizia ma mooolto attendibile la vince su una fantasia poco fantastica.

BM


Recensione The Expanse Terza stagione SyFy e Netflix

Che cos’è la protomateria? Roba aliena e pericolosa, sembrerebbe. Dopo averla scoperta nelle periferia del Sistema Solare, nel frattempo ampiamente colonizzato, con Terra, Marte e Cintura (presumibilmente degli asteroidi) che si guardano in cagnesco, sempre pronti a tirare fuori i missiloni, c’è chi ovviamente vuole farne cattivo uso, con cavie umane, bambini in particolare, trasformati in soggetti tipo Alien duri a crepare. Ci sono i politici, che ovviamente danno sempre il meglio di sé, ma ci sono anche gli eroi, volontari e involontari. Quella che ci piace di più è la super soldata marziana Bobbie Drapers, interpretata dalla brava Frankie Adams, che ha una tuta talmente potente che quella di Iron Man le fa una pippa. Intrigante e in via di chiarimento la posizione della diplomatica terrestre Chrisjen Avasarala, ben proposta – una menzione per gli abiti – da Shohreh Aghdashloo, che noi ovviamente chiameremo Gina… La terza serie di The Expanse, ripartita l’11 aprile negli Usa, riprende da dove erano rimasti i nostri Eroi, l’ equipaggio della nave da combattimento Rocinante (che nel frattempo dovrà cambiare nome e nascondersi) e appunto altri personaggi che nel corso delle due prime stagioni si sono dati sia lo status di traditori sia quello di eroi. Il tutto, realizzato splendidamente con la post produzione al computer, ruota all’ interno di una saga abbastanza credibile, diciamo duecento anni avanti nel tempo, in cui tutti vogliono menare tutti. I marziani si sentono fregati dalla madre Terra (ma hanno un esercito da sballo) e i ribelli della Cintura vorrebbero contare di più. Razzismo futuribile, insomma. La serie nasce dal serissimo e pluripremiato primo capitolo della saga “La distesa”, il candidato al Premio Hugo “Leviatan-Il Risveglio” (Fanucci editore in Italia) scritto con lo pseudonimo di James S. A. Corey da Daniel Abraham e Ty Franck. Il consiglio quasi obbligatorio è di vedere tutto dalla prima serie di dieci puntate, più le tredici della seconda, proprio mentre la terza stagione di tredici episodi ha appena preso il via. La faccenda della protomateria ha degli antefatti, delle conseguenze e dei coup de théâtre che non conviene tralasciare. L’ inizio della terza serie è infatti pressoché riassuntivo, con i dieciminuti del finale di puntata molto in stile Battlestar Galactica sparatutto. La serie ci piace perché veramente fantasiosa e allo stesso tempo ben realizzata. Ripeto di partire dalla prima puntata della prima stagione. Va cercata, in inglese (e sottotitoli dei buoni samaritani) ma vale la pena.




Dentro la mostra Immagini di Musica a Verbania

Ecco la mia mostra a Villa Giulia a Verbania. L'intero percorso, con tanto di dark room dedicata a Bowie, lo potete seguire nella sezione "Le mie mostre" testé aggiornata. La mostra continua ad avere successo di pubblico e ottime risposte sul livello della proposta. Fate ancora in tempo perché si va avanti fino a domenica 22, con il gran show finale alle 18. Giornate estive e gente che fa il bagno...


Vincenzo Zitello e la sua arpa stereo (nel senso che ne suona due) sarà in concerto per Amnesty a Villa Giulia di Verbania, all' interno della mostra "Immagini di Musica". Sabato 21 aprile alle ore 21. Ingresso a offerta libera


GIANNA NANNINI LIVE AL FORUM DI MILANO

La serata inizia subito bene. Casualmente incontro e saluto Francesca Schiavone, ovvero la tennista italiana più forte di sempre. Due battute simpatiche (spero) senza bisogno della seconda di servizio. Le strappo la conferma che la sua carriera agonistica continua ancora. Spero che ci faccia divertire con nuovi exploit. L' età è una convenzione. In proposito l' altra artista della serata, Scaramacai Gianna Nannini, è lussuosamente assisa su un trono bianco e dorato. da cui si muove quasi subito, attenta a non combinare ulteriori disastri al ginocchio della gamba sinistra bloccato dal tutore metallico modello Terminator. La vicenda è nota. Da tempo non si rompeva nulla durante uno show. E' successo una settimana fa e il ginocchio ha fatto strani rumori. Ma lei non demorde, e non delude - anzi! - un pubblico molto affettuoso che la accompagna cantando sia i nuovi sia i vecchi successi. La Gianna è ancora una rockstar con il pedigree intatto. Ogni ruga del viso abbronzato, fieramente esposta, ricorda una battaglia. Presumibilmente vinta. Un po' di foto fresche in galleria


VIDEO BELLO FRESCO

 Ieri la Cbs è entrata nella linea di produzione della Tesla Model 3 e ha parlato con il capo Elon Musk (quello che vuole andare su Marte e fa atterrare i razzi in verticale come nei B movie degli anni Cinquanta. La Nasa non ci era mai riuscita). Diamogli fiducia...


CENTO IMMAGINI DI PATTY PRAVO DAL 1977 IN POI

Le trovate nella pagina apposita. Molte sono inedite.

SADE SMOOTH OPERATOR A MONTREUX JAZZ NEL 1984

Sade Adu è ancora in attività permanente effettiva. E mi dicono che con il passare del tempo (59 anni per la fanciulla di origine nigeriana) non abbia perso fascino e sia migliorata vocalmente. perché all' epoca il suo difficile repertorio non le perdonava nulla. La ricordo simpatica per un' intervista, che prima o poi troverò. Il video è tratto dallo show del 1984 a Montreux Jazz.

Hap & Leonard recensione serie tv Terza stagione

Prodotta da Sundance, questa serie noir ma non troppo segue la cronologia della parallela serie di libri creata da Joe R. Landsdale, un scrittore a dir poco eclettico, che passa dai fumetti al pulp ed è esperto di arti marziali. Vista e piaciuta già nelle due prime stagioni, questa terza serie, basata sul libro “Il Mambo degli Orsi” del 1995, si dimostra ancora più efficace perché, riguardo al profondo Sud americano e alle grandi questioni del razzismo e della grande “palude” che ha votato prima i Bush e ora Trump, come si dice sa andare al nocciolo della questione. Hap, un perfetto James Purefoy, e Leonard, Michael Kenneth Williams, sono due amici, praticamente più che fratelli. Il primo è bianco e di animo buono, e dalla prima serie si sa che è stato in prigione per colpe non sue. Ripara macchine e ama le donne, specialmente nere ma non fa differenze. Leonard è un omone nero reduce dal Vietnam con tanto di stella al merito, ed è un gay decisamente atipico. I due, sostanzialmente, lottano a modo loro contro le ingiustizie e magari cercano anche di guadagnarci qualcosa, in una maniera o nell’ altra. La terza serie è ambientata nel 1989, tra diavoli che stipulano patti ai “crossroads” con musicisti blues che vengono impiccati dal Ku Klux Klan locale. Una amica ed ex di Hap, una avvocatessa nera e molto bella che si chiama Florida Grange, l’ attrice Tiffany Mack, si ficca in un guaio andando in una cittadina, appunto, iper razzista, e fa troppe domande sulla morte di un musicista nero e sulla sua famosa ultima canzone “maledetta”. Ad un certo punto si pensa che sia morta. Hap e Leonard la vanno a cercare e ovviamente ne passano di tutti i colori. Attualmente, con la puntata quattro in uscita, siamo a questo punto della storia, che vede molti visi famosi del cinema e dalla tv tra i comprimari. Tra questi, nel ruolo di Bacon, cuoco e chitarrista blues che la sa lunga, un bravissimo, e non potrebbe essere altrimenti, Lou Gossett Jr. Le storie che coinvolgono i due amici hanno spesso risvolti grotteschi, a volte pulp, specialmente la seconda stagione, ma hanno trovato un ritmo e una trasposizione tivù di gran classe. Consiglio vivamente di partire dalla prima stagione. In Italia Amazon Prime Video la trasmette da gennaio.


VIDEO

The Police Chronicles

Come ha fatto Sting a comprarsi castelli, ville e vigneti in Toscana? Nasce tutto da questa canzone, "Fallout", uscita come singolo nel 1977, composta e registrata praticamente da solo da Stewart Copeland (ancora lungi da diventare "Klark Kent") con l' aiuto di Harry Padovani, primo chitarrista della band, prima dell' arrivo dell' ex turnista Andy Summers. Il disco era prodotto dalla Illegal Records di Miles Copeland, fratello di Stewart e primo manager dalla band. La versione 1979 ha una linea melodica modificata da Sting e resa più aggressiva.

The Crazy World of Arthur Brown Fire

E' il 1968. Questo brano, completamente fuori di melone (come il video originale) va al primo posto in classifica in tutto il Mondo, Italia compresa. E non dite che è l' inno dei piromani, per favore... Sapete già di Vincent Crane, co-autore e tastierista.

L'immenso Rory Gallagher al Rockpalast '77

Uno dei dischi fondamentali dei primi anni Settanta è certamente "Taste Live!", registrato a Montreux. Il chitarrista irlandese Rory Gallagher ci insegna cos'è il rock blues. Prematuramente scomparso per problemi renali.

Keith Emerson & Nice live alla tv svizzera 1968

Prima di formare l' anno successivo Emerson, Lake and Palmer, il grande pianista e tastierista inglese proveniva dal trio dei Nice, che però in questo video sono in quattro... Questa è la sua versione di "America", da West Side Story. Il primo programma musicale a colori della tv emmenthal. Strepitosi i primi minuti di presentazione...

                    ARTE E DINTORNI

Una foto al giorno, più o meno

Frank Sinatra live!

Il 4 maggio la Universal pubblica un singolare cofanetto dedicato a tre live di Frank Sinatra e intitolato "Standing Room Only". SI tratta  in gran parte di materiale inedito e completamente rimasterizzato. L' idea è quella di coprire tre decadi di concerti nella lunghissima carriera del cantante e attore italo-americano. Di particolare pregio è il primo cd registrato al The Sands di Las Vegas nel 1966 con l' orchestra di Count Basie. Inedito anche lo show del 1974 alla Spectrum Arena di Filadelfia, mentre solo parzialmente edito il terzo cd, registrato nel 1987 alla Dallas Reunion Arena. Le mie due foto coprono appunto gli anni attorno alla metà Ottanta, e i concerti di Palermo, Genova e Milano, questi anche con Sammy Davis Jr. e Liza Minnelli


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