Africa O-ye! recensione libro Il Gazzettino 1994

Milano
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La musica africana ci arriva per metafore, oppure tramite le felici ritmiche delle band che, stanziali a Parigi, invadono periodicamente le classifiche del mondo. Non si capisce bene da dove vengano, quali siano le loro radici musicali e culturali, quali siano le loro idee. La nuova cultura inter-razziale che rappresenta l'immediato futuro potrebbe trovarci impreparati.
 "Africa O-ye!", di Graeme Ewens, con una introduzione di Manu Dibango, è un libro che risponde a molte domande in maniera semplice e chiara. Lo pubblica in Italia, a due anni dalla prima edizione inglese della Guinness, Calderini di Bologna: 280 pagine zeppe di fotografie a 48mila lire. A compendio, ricordiamo che, l' anno scorso, la Polygram ha pubblicato una completa collana di "video", assolutamente inediti, di molti, tra i musicisti citati nel volume.
 Gli undici capitoli del libro parlano dell' origine dei suoni, delle trasmigrazioni sud e nordamericane, nonché della "diaspora" caraibica, che tanti ritmi e suoni ci ha regalato. Si sottolinea anche, per quanto riguarda il Mediterraneo, la preponderanza dell' Islam, fino ad arrivare agli artisti del Maghreb, del Sahel e allo sviluppo del suono "Ya rai!".
Le culture si mescolano: lo Swahili e il contesto coloniale, la rumba e la makossa, ma anche il suono della protesta politica che, in Miriam Makeba e "Pata-pata", ha la più grande affermazione commerciale. Il libro, poi, non celebra solo un elenco di musicisti dai nomi impossibili da pronunciare, o i tanti "Cheb", cioè "cantante", algerini o tunisini, ma valuta anche le ripercussioni sul business della musica africana nel mondo. Questo ci fa capire, andando oltre il fatto musicale, quanto una cultura apparentemente lontana possa "stimolarci".
 Abbiamo accennato ai successi francesi, alla grande famiglia del sound nero americano.  un fatto, però, che gran parte della musica occidentale sia stata influenzata, in tempi recenti, dalle semplici ed efficaci miscele ritmico-melodiche africane. Un nome per tutti è quello di Paul Simon. Non è poco.
Bruno Marzi