Brian Eno e Peter Shwalm live Il Gazzettino 2001

Milano
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Si è concluso sabato scorso al nuovo Auditorium di Roma il tour italiano di Brian Eno e Peter Schwalm: tre date "spalmete" nell' arco di un mese, tra Cagliari, Milano e la Capitale. Il 56enne, appena compiuti, artista di Woodbridge, noto per aver acceso quasi trent' anni fa la "stella" dei Roxy Music, come tastierista e autore, e poi aver contribuito a tour memorabili come lo "Zooropa" degli U2, ha di nuovo ritagliato per sè una vera dimensione concertistica "pop", e questo malgrado le sue dichiarazioni recenti di "saltuarietà" nelle esibizioni, prediligendo invece le "installazioni" multimediali per mostre e spazi prolungati nel tempo.
 Sia come sia l' altra settimana il teatro Dal Verme di Milano, strapieno nei suoi 1400 posti comodi, bello da vedere e dall' acustica eccellente, ha ospitato Eno e Compagnia per la serata di chiusura di "Suoni e Visioni", rassegna cultural-musicale nata quando c' era ancora la "Milano da bere" e rimasta abbastanza piccola da non avere problemi di cartellone e gestione qualunque sia il riferimento politico in Provincia (attualmente comanda Ombretta Colli con Cesare Cadeo assessore).
 Eno e Schwalm, co-autore dell' ultimo cd "Drawn from life" e produttore del nuovo lavoro appena registrato a Londra, si presentano al centro della scena, affiancati e con un nutrito set" di tastiere a disposizione. A corona si dispongono la violinista Nell Catchpole, il chitarrista Leo Abrahams (parente del mitico Mick dei Jethro Tull?), il batterista Christoph Buhse, il bassista Tim Harries e il percussionista Heiko Himmighoffen. Curiosa quindi la scelta di una "ritmica" tedesca, precisa ma poco interpretativa; ma nemmeno tanto, giacché trattasi di show in cui l' elettronica fa comunque la parte del leone.
 Va detto subito che da uno come Eno ci si poteva aspettare qualcosa di diverso: vuoi uno show "techno" molto spinto, astruso ma intrigante, vuoi un' esibizione di pop "anestetico" che dicesse qualcosa di nuovo al settore, come ai tempi dei Roxy Music di "Love is a drug". Alla fine per quasi due ore si sono succedute vere e proprie canzoni, molte cantate dallo stesso Eno in maniera intrigante o filtrate da una moderna versione del Vocoder, che hanno comunque provocato un atteggiamento rispettoso e plaudente del pubblico ma non entusiasta. Tutto abbastanza "dejà entendu", insomma, a partire, guarda caso, da "Intro" che apre lo show nella penombra, con suoni elettronici ripetitivi, tendenti all' ossessivo. Più robotica "Light & cigarettes", nel solco della mitica Yellow Magic Orchestra di Sakamoto.
 Eno si sforza di parlare in italiano grazie a una serie di fogli predisposti su un leggìo: "Milano è la città più elegante del mondo. Adoro ritornarci". "Persis" riporta nell' oscurità di loop ripetitivi, che si scioglie in un "beat" finale con tanto di supporto del violino. "Warnography" mescola varie sensazioni etiche e sonore, con una percussione finale che ricorda il rumore degli elicottteri di "Apocalypse Now". Poi, proseguendo nello show, non mancano citazioni esplicite al beat dei Talking Heads, incursioni se non nei brani almeno nelle atmosfere ai Roxy Music, dei quali secondo noi Eno in questo momento sente una malcelata nostalgia creativa, dopo aver sperimentato per vent' anni tutto e di più ancora.
Bruno Marzi