Bruce Springsteen live Genova Marassi Il Gazzettino 1999

Genova

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Lo show di Springsteen, l’ unico italiano negli stadi, inizia Venerdì sera alle 20.07, con oltre mezz’ ora di ritardo sull’ orario previsto a causa di un ingorgo generale ai caselli autostradali, per la contemporanea presenza in Riviera del Popolo del week-end mescolato al Popolo del Boss. Sarebbe reato di lesa maestà perdersi l’ imperioso “attacco” di “My love will not let you down” che apre lo show, o le robuste note di “Promised land” che la segue. Uno spettacolo di Bruce Springteen con la E-Street Band è una specie di pranzo di nozze, dove si dice sempre che si gusterà “un po’ di tutto” ma con moderazione, e poi ci si abbuffa in maniera trimalcionesca. Anche il Boss è notoriamente un “ingordo” della vita, al punto di trovarsi bene in scena solo tra i vecchi amici, la seconda moglie di origine italiana, come la mamma, e, appunto parenti vari in gita-premio per tre giorni alla “pensione” Villa d’ Este di Cernobbio.

Lo stadio di “Ferraris” di Marassi, incastonato tra scempi edilizi e il carcere della città, è un rosso manufatto simbolo di tolleranza tra la gente del rock e quella del calcio, con un “grazie” particolare degli organizzatori al presidente del Genoa, l’ ex calciatore e deputato Mauro, squadra impegnata oggi in casa per l’ ultima di campionato nelle migliori condizioni tecniche possibili, con un prato perfetto e zero danni alle cose. Unico compromesso accettato da Springsteen è stato quello di una limitata agibilità della struttura, 35mila persone, con un singolare “effetto mezzo pieno- mezzo vuoto” nell’ insieme. Venerdì sera, all’ appello del cinquantenne Bruce mancavano tre o quattromila spettatori, per raggiungere un “tutto esaurito” tutto sommato nemmeno previsto, con biglietti di tribuna, i primi a sparire, a quasi 100mila lire con la prevendita. Molti i bagarini, più del solito, ma affari magri, con la concorrenza delle “casse” aperte ampiamente pubblicizzata.

E i “vip”? Roberto Bettega, presidente della Juventus, si è dimostrato veramente un superfan del Boss. Dopo essersi visto i concerti primaverili nei palasport (tutti quanti) ha portato amici (molti calciatrori e alcuni dei Moratti) e famiglia allo show, impegnandosi in commenti e spiegazioni ai vicini di poltrona. Abbiamo visto anche la bianca chioma di Franco Mussida. Il chitarrista della Pfm si è dichiarato “entusiasta per la compattezza del suono, complice un batterista eccezzionale!”. Nell’ insieme, il pubblico di Marassi è stato giocoforza “adulto”, vuoi per la forte spesa di biglietto e trasferta (i costi di produzione per un solo show sono molto alti) vuoi per la concomitanza con l’ ultimo giorno di scuola e gli scrutini.

Tutti in pista, comunque, come già detto sulle note di “My love will not let you down”, seguita da una ritrovata “Promised land”. “Scaletta” completamente stravolta rispetto solo allo show tedesco di due giorni prima, con i fan in sollucchero per la continua scoperta di novità negli arrangiamenti. Bruce Springsteen, capelli di nuovo lunghi come ai bei tempi e camicia color carta da zucchero con le maniche arrotolate d’ ordinanza, come promesso mesi fa è tornato nella sua amatissima Italia, in gran forma e con famiglia al seguito: la moglie Patti Scialfa sul palco, cori e chitarra come sempre, con figli, baby sitter, mamma Adele e zia a fare il tifo sul lato sinistro del palco, e poi in scena a ballare un’ improvvisata tarantella, accompagnate , come ha detto Bruce scherzando, dai “Tre Fisarmonicisti” 8e non i Tre Tenori) Bittan, Tallente e Lofgren.

Succede anche questo in una calda notte genovese di canti e balli collettivi, in cui la vocazione cosmopolita e pacifica della sua anima antica fa buon peso, e durante la quale anche l’ ortodossia di un suono sempre fedele a sè stesso si concede fughe folk e momenti introspettivi. Ventidue canzoni in tutto, per due ore e cinquanta minuti esatti passate in scena senza risparmio. Meglio che in passato, o comunque in maniera diversa. “Two hearts” serve a “scaldare” bene la band, mentre “Darkness in the edge of town” è il primo “rito” di canto collettivo, con “Darlington county” e “Mansion on the hill” che precedono la sempre più bisbigliata e struggente “The river”, con tutto lo stadio a sussurrare con Bruce il ritornello.

Lo show, prosegue con “Youngadown”, “Murder incorporated”, “Badlands”e “Out in the street”; si volge verso il finale con “10th avenue freeze out”, “Loose ends”, “You cant’ look... “, “Working on the highway” e una bellissima versione di “The ghost of Tom Joad”. Preceduta da una tiratissima “Jungleland”, il Boss tocca il vertice artistico e comunicativo con il lungo soliloquio “rap-non rap” di “Light of the day” che precede i bis. “Bobby Jean”, “Hungry heart”, “Born to run” e “Thunder road” fanno tremare Marassi. L’ inedita “... Land of hope and dream” viene cantata, una strofa a testa, da tutti i musicisti. Un ultimo saluto, e un “arrivederci”. Prima o poi, da qualche parte.

Bruno Marzi