Danilo Rea intervista Playboy giugno 2016

                                                            

Di Bruno Marzi

E’ la superstar del jazz italiano. Pianista dalla capacità di improvvisazione sublime. Sempre con la valigia pronta per girare il Mondo. Ci ha raccontato che , recentemente, in Giappone ha riempito, lui solo al piano, un’ arena da cinquemila posti, mentre la tv lo mandava in onda con un’ audience di sette milioni di persone. Danilo Rea, classe 1957, nato a Vicenza ma romano da sempre, diplomato con il massimo dei voti a Santa Cecilia, aveva nel destino il grande solismo classico, alla Rubinstein o alla Benedetti Michelangeli per intenderci. Lo dicevano i suoi insegnanti, così come, qualche anno prima, quelli di Keith Emerson alla Royal Academy di Londra. E’ andata diversamente, per entrambi. Per il musicista inglese è stato il rock e l’ organo Hammond prima del sintetizzatore. Per Danilo, l’ ascolto in tenera età di Modugno da una parte e di Oscar Peterson e Compagnia, dall’ altra. Non basterebbero cinquanta righe di testo per ricordare solo parzialmente i nomi degli artisti pop e jazz con cui ha lavorato in studio e dal vivo. A tutti ha aggiunto la pazzia buona dell’ improvvisazione jazz nelle loro melodie. Oggi Danilo prosegue una serie di concerti “solo” per presentare il nuovo album dedicato a Beatles e Rolling Stones “Something in Our Way”. Contemporaneamente non si interrompe l’ attività concertistica jazz/fusion con Gino Paoli iniziata tre anni fa. I Due sono di nuovo in studio di registrazione per un nuovo album. E, lui non lo può dire per un accordo di riservatezza ma lo diciamo noi, allo stesso tempo sta terminando le sessioni di lavoro del nuovo disco che rimette assieme Mina e Celentano.

PLAYBOY: Si sente un po’ una superstar del jazz italiano?

REA: Ma no… Sono sempre lo stesso. Ma quale star? Io sono al servizio del pubblico, sempre. Cerco di fare del mio meglio. Studio, percorro nuove strade e, quando improvviso, attendo sempre che arrivi l’ ispirazione giusta.

PLAYBOY: Lei è amatissimo dagli artisti pop italiani. Non solo Mina, ma a De Andrè ha dedicato un disco, e la Mannoia si illumina quando duetta con lei. Si è chiesto il perché di tanto affetto?

REA: Amo suonare le canzoni. Nei miei spettacoli è sempre stato così, e all’ inizio qualche critico ha storto il naso. Con i tanti artisti pop con cui ho lavorato ho sempre dato il massimo. Non c’è niente di più difficile di comporre una melodia semplice e poi arricchirla con l’ improvvisazione. Pensi alla semplicità strutturale della “Quinta” di Beethoven e a quanto l’ improvvisazione dei temi la rendano eccezionale.

PLAYBOY: I cantanti e cantautori italiani spesso sono scorbutici. Sono sempre state rose e fiori?

REA: Ho moltissimi amici tra di loro, e rimpiango quelli scomparsi, a partire da De Andrè e Modugno. In realtà, il mio esordio con Mina fu particolare. Mi mando letteralmente “affanculo”!

PLAYBOY: Adesso ce la deve raccontare…

REA: Fu la prima volta che lavorai con lei. Ero un pivello di 22, 23 anni chiamato a sostituire un prestigioso collega. Ero ovviamente spaventatissimo per la grandezza del personaggio. Allo stesso tempo volevo fare del mio meglio, da vero professionista. Noi musicisti eravamo nello studio PDU di Lugano. Lei come al solito cantava dalla regìa. Alla fine di una canzone, tramite l’ interfono dissi al tecnico: “Per favore, mi abbassi un po’ la voce in cuffia che mi dà fastidio?”. E a quel punto sentì Mina prorompere in un sonoro “Ma va affanculo!”. Lesa maestà, insomma.

PLAYBOY : Come andò a finire?

REA: In una grandissima amicizia che dura tuttora. Pensi che quando nacque mia figlia Oona, che adesso ha 24 anni (Bravissima cantante jazz. Ndr) fu Mina la prima a chiamarmi per farmi gli auguri e sapere se tutto andava bene. Poi mi regalò una copertina ricamata con il nome di mia figlia e la data di nascita. Sa, quelle con le pecorelle…

PLAYBOY: Tutto questo suonare per altri, “salvare” – lo diciamo noi – anche canzoni non eccelse con invenzioni melodiche e di arrangiamento originali, ha però forse rallentato la sua carriera solista, anche se lei ha sempre suonato jazz in varie formazioni, con amici come Roberto Gatto, Enzo Pietropaoli, Paolo Fresu e con i “grandi” jazzisti americani. E’ così?

REA: La verità è che ho fatto il mio primo album solista a quarant’anni. Ma poi ho recuperato sul passato… Adesso frequento luoghi nuovi, pubblico nuovo. L’ improvvisazione musicale è diventata per me una fonte di studio e creatività, e mi permette di confrontarmi con la grande musica.

PLAYBOY: Ecco allora il disco su Beatles e Rolling Stones, quindi?

REA: Ormai le loro canzoni sono assurte, giustamente, a grande importanza nell’ alta programmazione musicale. Nei miei spettacoli li ho citati spesso, anche se la scoperta degli Stones è stata più tardiva ma per certi versi “esplosiva”, come nel caso di un brano molto rock come “Jumpin’ Jack Flash” che faccio nel disco. Beatles e Rolling Stones hanno un suono talmente particolare, talmente personale e riconoscibile, come riconoscere Miles Davis, Coltrane o Peterson da due “battute”. Ho cercato di fare mia questa musica, a volte facilmente e a volte con difficoltà. Se la melodia mi emozione, ci lavoro. Prendo esempio da Mina, che quando canta un brano di qualsiasi parte del Mondo lo fa subito suo.

PLAYBOY: Come vede la musica italiana, oggi?

REA: In fase interlocutoria. I grandi gruppi rock degli anni Settanta hanno avuto momenti molto alti. Oggi è un problema. Manca l’ interpretazione. Le scuole di musica sfornano molte fotocopie. Io insegno Improvvisazione Jazz a Santa Cecilia, e ai miei allievi chiedo sempre di osare.

PLAYBOY: Banalizzando, ha un senso oggi parlare di jazz, pop, classica alla vecchia maniera strutturata in campi ben definiti?

REA: Anche la parola “jazz”oggi può suonare fuorviante. Bisognerebbe trovare qualcosa di più attuale. Oggi c’è un grande appoggio ritmico di cui tenere conto, e l’ improvvisazione ha recuperato la dimensione di aiuto alla composizione che aveva nei grandi musicisti classici. Per un po’ il jazz è stato sinonimo di virtuosismo, e va benissimo.

PLAYBOY : In che senso deve cambiare, secondo lei?

REA : Deve essere uno spunto per ripartire verso nuove costruzioni musicali. Ripeto: improvvisare è la cosa più difficile e allo stesso tempo la porta per creare nuove e originali costruzioni musicali. Le emozioni sono incontrollabili. Quando vado in studio per i miei dischi chiedo sempre che venga acceso il registratore e… dimenticato. Dopo un’ oretta c’è sicuramente qualcosa di buono.

PLAYBOY: Questo atteggiamento sicuramente coraggioso la espone a critiche?

REA: E’ successo in passato, quando alla fine del Secolo scorso sono stato criticato per qualche apertura. Il rap era visto male. Elton John, per fare un esempio, in certi ambienti non era considerato autore di grandi canzoni. Io invece lo trovavo geniale. Occorre avere una visione allargata e tollerante. Per esempio, recentemente ho composto le musiche del nuovo film di Veltroni, e sono tutte stra-melodiche. Mi sono messo al servizio del film al mio meglio.

PLAYBOY: E la musica classica? E’ sempre nelle sue corde?

REA: Certamente. Non so se farò felici i miei vecchi insegnanti, ma ho in programma un concerto da solista con orchestra sinfonica. Reinterpretando a mio modo, però.

Alla fine si mette in posa accanto al pianoforte per le foto del servizio. Non resiste, e riproduce perfettamente il rumore della macchina fotografica alla tastiera. Si chiama “orecchio assoluto”.

Bruno Marzi