Davide Van De Sfroos intervista Il Gazzettino 2005

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Sostanzialmente un anarco-gotico, curioso e dotato di un  senso dell' umorismo assolutamente originale. A quasi quarant'anni Davide Van De Sfroos (all' anagrafe Davide Bernasconi, nato a Monza ma da sempre lariano) dopo il "Laiv" di due anni fa e il successo editoriale dei piccoli racconti de' "Il libro dei pesci", sfodera il suo disco più bello. Se la prima notorietà nazionale di Davide (il cognome artistico indica l' "andare di sfroso", di soppiatto tipico dei contrabbandieri) si deve proprio a una certa "appropriazione territoriale" da parte del partito di Bossi che fece titolare i giornali, il resto è tutta farina dell' ampio sacco di un artista decisamente unico sulla scena internazionale.
 Esce il 25 febbraio "Akuaduulza" (L' "acqua dolce" dei laghi), album "tangenziale" nell' ispirazione musicale, dal suono del Delta della Louisiana ai tamburi africani attraverso invenzioni alla Tom Waits, e "gotico-divertente", la definizione è di Davide stesso, nei testi che, sempre tesi a raccontare le "piccole storie e i fantasmi del lago" questa volta si fanno più ecumenici e riccamente problematici sul senso della vita ("Mi guardo e guardo in prima persona. La prossima tappa sarà forse una laparoscopia... ") preso nell' ottica dell' individuo, sia esso un detenuto che vede la libertà nel vento, un fantasma insoddisfatto della propria vendetta, un malandrino per cui "una visita al bordello vale la pena del rischio di arresto" e via dicendo. L' album andrà in tour dal 25 febbraio nei teatri, partendo dalla vicina Lugano per girare tutta l' Europa. Tappe trivenete il primo aprile a Treviso, teatro Alcuni S. Anna, il 9 a Verona, teatro Nuovo, per chiudere il 14 maggio a Madrid.
 "Indosseremo i costumi molto belli dell' atelier "Lou" che ricordano un po' quelli di Doctor Samedi dei riti woodoo caraibici, ma senza spaventare, anzi. Sono vestiti che non darebbero noia se indossati in uno dei palazzi che si affacciano sul lago. Cominciamo però dalla copertina del cd. Il cancello che vedete è immaginario - spiega - e non si trova da nessuna parte sul lago. E' la porta su un mondo parallelo di fantasia che si basa su storie vere che appartengono a questa gente. Così per tutta la grafica e per le canzoni".  
 "Molte sono nate in cantina - prosegue - dove l' amico e produttore veronese  Alessandro Gioia ha portato tutti i microfoni e accessori del caso e anche un Hammond C3 per fare un certo suono. Un po' come Tom Waits, ma anche come Springsteen che sentiva la necessità di registrare in corridoio, io ho sentito la fisicità e l' unicità di quella cantina, utilizzando una chitarrina souvenir, i giocattoli dei miei figli, ma anche se necessario 12 chitarre bellissime".
  Le canzoni scivolano bene all' ascolto. I generi si mescolano felicemente e un fil rouge corre tra i solchi. "E' sempre stato così nel mio lavoro - spiega - che va alla ricerca di piccole e grandi storie. E' lo stesso approccio che ho quando scrivo racconti. Le brume e i misteri di queste terre e di questa gente sono le mie". Il cd porta una dedica a Paolo Conte. "Non lo conosco personalmente - commenta Davide - e spero di incontrarlo in futuro. Gli farò avere il disco. I miei ispiratori? Celentano di "Chi non lavora... " che cantavo da bambino; Sergio Endrigo de' "L' arca di Noè" e Nicola Di Bari dai testi stranissimi... ". Sorride, e guarda nella direzione della vicina villa di George Clooney: "Lui è uno a posto. Va a giocare con i bambini al campo dell' oratorio e ringrazia sempre tutti per il distrurbo. Gli altri, non so. Da ragazzi si faceva da attrezzisti nei film che giravano da queste parti. Adesso sembra che il Lario possa diventare una succursale di Beverly Hills... ".
Bruno Marzi