Dream Theater live MIlano Il Gazzettino 2004

Milano
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Termina stasera il breve ma a dir poco massiccio, ennesimo tour italiano dei Dream Theater, band amatissima da noi e capace di reinventare il genere "progressive" tanto in voga negli anni Settanta "sporcandolo" nel grande mare salmastro del metal, con una audace operazione musicale e di immagine già riuscita benissimo ai canadesi Rush. Passato giovedì sera dal Forum di Assago forte di circa novemila presenze, ieri sera a Bologna con eguale fortuna e stasera al Palalottomatica di Roma, il "Train of thought" World tour 2004, dal titolo del sedicesimo album in carriera pubblicato lo scorso mese di novembre, vanta un originale record: quello della durata dello show, diviso in due tempi per un  totale di 210 minuti, o tre ore e mezza che dir si voglia.
 Il pubblico è ovviamente ultre preparato per questo vero e proprio "Signore degli Anelli del rock", simile sia per durata sia per intensità emotiva. E sembra che, come sempre, per i Dream Theater l' anello del potere da gettare nel fuoco sia nella metafora musicale il  cattivo rock, quello mal suonato e peggio proposto. Per loro, invece da "As I am" ai bis di "Hallowed by thy name" degli Iron Maiden e "Metropolis" è tutto un susseguirsi di performance tecniche, melange di suoni e immagini sui tre grandi videowall che fanno da sfondo al palco. Massiccio il cantante lungochiomato James LaBrie, Mike Portnoy fa capolino da un imponente set di batteria e percussioni varie, il bassista John Myung è il più defilato mentre il chitarrista John Petrucci è seguito con grande attenzione dagli appassionati del virtuosisme tecnico e dagli aspiranti musicisti.
 La convocazione del pubblico è per le 20.30 precise ma, complice l' immancabile intasamento della tangenziale milanese, sono molti quelli che entrano in sala a show abbondantemente iniziato. Il preambolo è storiografico. Il grande schermo centrale mostra una carrellata di immagini e suoni da tutti gli album, e tour, degli anni precendenti (l' ultima volta in Italia risale al 2002). La band entra alla spicciolata nella penombra. I Dream Theater sciorinano il loro più recente vocabolario musicale, fatto di suoni più duri e coinvolgenti, volumi più alti per un, se possibile, ancora maggiore coinvolgimento della platea. E' anche il biglietto da visita del recente album, sebbene la band riesca nell' impresa di citare brani da quasi tutti i lavori discografici del passato. Il pubblico ovviamente va in brodo di giuggiole, rispondendo con grande intensità emotiva agli input che arrivano dal grande palcoscenico.
 Efficace poi il collegamento musica-immagini, come nel caso di "Beyond this life" sulla violenza e l' assassinio nelle grandi metropoli. Alla fine contiamo diciannove brani, meglio "leggibili" come vere e proprie suite. Immancabile l' assolo di batteria del sempre eccellente e preciso Mike Portnoy. I brano sono quelli più noti, come i finali "Erotomania", "Voices", "The silent man" e "In the name of God" che precede i bis, per una "scaletta" che cambia ogni sera. Trionfo annunciato.
Bruno Marzi