Earth, Wind and Fire & Barry White live a MIlano Il Gazzettino 1999

Milano
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L' atteso match soul-funky ha un vincitore per k.o.tecnico. Di fronte a 10mila spettatori di fascia adulta-benestante, arbitra unica della sottesa sfida musicale, gli Earth, Wind and Fire hanno schiantato Barry White con un "no contest" condiviso da gran parte dei presenti. Ancora attualissimi i primi, fautori di un sound sfavillante, eseguito con maestria tecnica stellare; un po' appannato il secondo, sostenuto da ben 45 persone in scena, tra band e "archi", sempre impeccabile negli arrangiamenti ma a nostro giudizio incapace di esprimere il groove vocale che in passato lo ha sempre distinto, e che oggi in alcuni momenti era più un borbottare. Gli applausi non sono mancati, però, per l' enorme texano 55enne dalla voce cavernosa.
 La cronaca. Si comincia alle 21.15, in lieve ritardo a causa dell' afflusso simultaneo di pubblico "dell' ultima ora". Viene acclamato, tra il pubblico, Rocky Roberts, mito degli anni Sessanta e fautore del Rhythm'n blues a Canzonissima. Attenta Irene Grandi, presenzialisti Andrea Pezzi e Claudia Pandolfi (25 anni compiuti ieri. Auguri!); disponibili gli sportivi, a partire da Leonardo, per proseguire con numerosi interisti. Pubblico raffinato in genere, età tra i 35 e i 55, modelle come se piovesse e distinte coppie con abbronzatura fuori stagione di rigore e voglia di ballare anche in giacca e cravatta. le luci si spengono e la festa comincia.
 Gli Earth, Wind and Fire sono coloratissimi e funky. Abbiamo contato 16 persone in scena, comprese tre coreografice ballerine, i bravissimi "fiati", i percussionisti-polistrumentisti e, ovviamente, i leader Philiph Baley e Verdine White. Per l' assenza di Maurice White, in piena ripresa da problemi cardiaci di media entità, qualcuno ha scritto di "line up in tono minore", dimenticando che la vera importanza del capofamiglia jazzista è sempre stata quella di caratterizzare la band dal punto di vista compositivo e stilistico. Le canzoni sono quelle giuste, appunto. Straordinario il rientro del vocalist Philiph Baley, a suo agio dal terzo brano in poi, e alle fine capace di incantare con il suo falsetto di potenza lirica.
 Settantadue minuti di show, sia per il primo sia per il secondo "act" in scaletta, permettono di gustare in apertura "Shining star" e "Sing a song". Costumi sfavillanti e tutine il lamè sono gli unici orpelli consentiti a mo' di scenografia. Il resto è puro funky anni Settanta, ripetiamo a nostro avviso assolutamente attuale, nonchè tornato di moda anche nelle discoteche di tendenza. Tra i brani, "Let's groove" vede un gigionesco ma tecnicamente solidissimo duetto di basso tra Verdine e uno dei percussionisti-polistrumentisti. "Reasons" permette a Beley di "esagerare" sul languido ritmo soul, mentre la platea, rapita, si zittisce e se la gode. Finale mitico per "Fantasy", "Boogie wonderland" e "September". Sacrosanto il bis di "That's the way of the World". Pubblico in delirio.
 Mezz' ora di pausa, e la macchinosa struttura tecnica di Barry White prende forma e vita. Lui arriva infagottato in un giaccone lungo e nero poco prima delle 23. L' aplomb "lasvegasiano" (perdonateci l' orrido neologismo) è tutto nella scenografia scura, negli abiti da sera neri che avvolgono i musicisti, compresa la brava chitarrista ritmica di prima fila. Barry inizia con "What am I gonna do", seguita da "You see the trouble" e "Only love".
 Si sa: lo show di Barry White è praticamente il medesimo da sempre, con qualche brano nuovo in più e qualche mito in meno (non esegue "Love theme"), ma l' impressione è di una performance eccessivamente ingessata, se non caricaturale. White si appoggia sull' orchestra, e non viceversa, come una formula vincente voleva dal punto di vista discografico. Funziona invece "Just the way you are" di Billy Joel, così come il sacrosanto finale di "My first, my last... " e "Let the music play". Di buona musica, ben eseguita, si è trattato, ad ogni buon contro.
Bruno Marzi

nella foto: Philip Bailey and EWF a Milano nel 2013. Soon la foto originale