Editoriale Quarantasei Critico Musicale? Ma mi faccia il piacere...

Contrariamente all’ incipit della poesia “Invidia” di Evtuscenko (che comunque trae in inganno) io non sono e non sono mai stato invidioso dei miei colleghi di lavoro, fossero giornalisti, fotografi autori televisivi o conduttori radiofonici. Perché questi sono i mestieri che ho fatto, spesso in logico connubio tra loro. E non sono nemmeno invidioso, per così dire “difendendomi” alla mia età, del look o delle stranezze che ostentano gli attuali operatori nel mio mondo professionale, quello della musica e dell’ arte, avendo altresì dato a suo tempo. Mi ritrovo allora un po’ spiazzato, specialmente nel momento attuale di congiuntura gravissima per la categoria, nel venire a conoscenza di un’ iniziativa futura rivolta – leggo – a creare un’ “associazione dei Giornalisti e critici italiani di Musica legata ai linguaggi Popolari”. Il tutto avviene e avverrà al Mei di Faenza, il benemerito Meeting delle Etichette Indipendenti creato molti anni da Giordano Sangiorgi e che già l’anno scorso ha organizzato tavole rotonde sul nostro presunto mestiere. Ho chiesto a loro la bozza dello statuto e, gentilmente, me l’hanno inviata. In sostanza, lo status di giornalista musicale, addirittura “critico” sembra qualcosa di semplice e scontato. Bastano due anni di pubblicazioni, magari anche gratis. Di conseguenza all’ Associazione potranno aderire tutti: dall’ illustre o presunta tale “firma” di quotidiano nazionale all’ oscuro blogger specializzato in canti ottocenteschi della Valsugana, ma non di tutta la Valsugana, ovviamente. Qualcuno dirà: “Ma come ti permetti di criticare – appunto – questa lodevole iniziativa?”. La prima risposta è la più semplice: evitare un marasma di presuntuosi disoccupati. A meno che gli stessi “critici” non abbiano un secondo lavoro per esempio come responsabile dei fidi in banca. Mi immagino già il dialogo con il malcapitato cliente. “Sa cosa sono le launeddas?”. “Ma, veramente qui in Trentino… “. Richiesta cassata. Procedendo a vista, bisogna ricordare che la categoria di “critico” non è qualcosa di appuntabile come una medaglietta in vermeil, ma uno status giuridico aziendale che, appunto, al giornalista-critico, di cinema per esempio, consente di non rispettare gli orari redazionali, essere appunto pagato quando va a vedere un’anteprima, e di conseguenza usufruire anche in trasferta di tutti i diritti del redattore al desk, con in più una serie di privilegi economici. In tutta Italia ce ne saranno al massimo dieci. Essendo io stesso critico – ma va? – nei confronti dell’ indifferenza dell’ Ordine dei Giornalisti verso le problematiche drammatiche dei non assunti (i gloriosi tesserini verdi) arroccandosi invece sugli enormi privilegi economici acquisiti, sarei il primo a supportare, su un ipotetico pianeta Agorà (o qualcosa del genere) il proliferare di cazzute categorie di professionisti delle cultura, nate non sotto un cavolo ma all’ ombra di esperienze, pratica e certa capacità professionale. Il fatto è che l’ associazionismo tra deboli non funziona. Come direbbero giustamente i veri sindacalisti, non c’è una piattaforma programmatica, un carnet di richieste, una serie di lotte per difendere alcuni diritti e crearne dei nuovi. L’idea di questa Associazione funzionerà, inizialmente, per la grande quantità di reclutati, ma poi di fronte alla certa mancanza di risultati pratici a favore della categoria, le fila si scolleranno gradualmente ma anche velocemente. Perché lo dico? Perché è già successo. Attorno al 1993, su iniziativa anche del sottoscritto, e comunque di un gruppo iniziale di giornalisti tutti molto qualificati e molto attivi nel panorama dell’ editoria nazionale, tutti con eccellenti rapporti sia con la discografia sia con gli artisti, nacque a Milano il “Gruppo Giornalisti Musicali”, sotto l’egida dell’ Ordine e del Sindacato, con uno statuto redatto da fior di notai e finalità molto chiare: migliorare i rapporti tecnici con gli uffici stampa per esempio, affinché, come succedeva e succede, non si accavallassero gli impegni. Far sì che chi doveva veramente lavorare a un’ evento (giornalisti, fotografi, radio) potesse farlo al meglio e con uguale trattamento. Alla seconda riunione, al Circolo della Stampa di Milano, eravamo in centocinquanta. Peccato però che alla fine molti tra gli iscritti continuassero a fare affari “pro domo sua” con manager e discografici, e via dicendo. Risultato: tre o quattro anni dopo ci fu una splendida cena di scioglimento per la quale il tesoriere spese ogni lira rimasta in cassa. E’ ovvio che nel nostro ambiente occorra una rivoluzione in primis emotiva, ma perché funzioni deve partire dal basso. E poi, se proprio vi va di sorridere, andate su Google e digitate Gruppo Giornalisti Musicali; e poi guardate qual è il primo titolo che esce…