Editoriale Trentasei Il sommo artigianato di Vincenzo Zitello

 Vi ho già detto dell' amicizia di lunga data e della reciproca simpatia con Vincenzo Zitello. E così, quando ieri pomeriggio gli sono andato incontro mentre parcheggiava la macchina apostrofandolo: "Ma è lei il Dick Heckstall-Smith dell' arpa?" (per via del fatto che ne suona due assieme, così come faceva il sassofonista dei Colosseum) mi è venuto incontro sorridendo, magro e allampanato, look nero da concerto "serio" (per Emergency) e ci siamo stretti in un virile abbraccio. E abbiamo parlato degli amici, tra i quali uno, famoso, non riesce ad uscire da un incidente banale quanto pernicioso, e sta malino. E di quell' altro, Alan Stivell, intervistato più volte, che con Vincenzo ha un lungo cammino di vicinanza. "E' stato a casa mia di recente - mi ha spiegato - e sta benissimo! Tre anni fa ha avuto un leggero attacco cardiaco ma è tutto a posto. Mangiava troppo formaggio, specialmente prima dei concerti... ". Formaggi francesi, ovviamente. Vincenzo Zitello, che poi si è esibito in trio e da solo sia con un'arpa sia con due (ma io ad un certo punto ho dovuto rientrare a casa. Oggi, domenica, è il pesante ultimo giorno di mostra a Verbania) è da lungo tempo uno degli artisti più, interessanti, prolifici, genialmente talentuosi del panorama musicale europeo (direi mondiale, ma l' arpa celtica è una nostra specialità). Virtuoso dello strumento, è sempre stato anche sensibile affabulatore, ricercatore minuzioso di storie e leggende, amplificatore di un romanticismo celtico scevro di orpelli e per questo forse più coinvolgente. Ogni suo show (e ne fa moltissimi) è un capitolo a se stante. Non compare nelle classifiche ufficiali di vendita, ma in quelle specializzate. I suoi dischi sono anche oggetti molto belli, eppure non è sbagliato parlare nel suo caso di vera superstar. Con un po' di magìa.