Editoriale Trentasette Cattedrali per un Giorno

 

Il 24 aprile il tribunale di Reggio Calabria ha emesso sentenza di primo grado sui fatti che nel 2012 portarono alla morte di Matteo Armellini, il giovane romano travolto dalla struttura durante il montaggio del palco che avrebbe ospitato Laura Pausini nel locale palasport. Da subito si capì che qualche aspetto tecnico era stato sottovalutato, ma perizie e controperizie hanno portato alla conclusione che fu omicidio colposo. Ci sarà modo e tempo nell' appello per modificare la sentenza. Penso per esempio al capo di F&P, il management, Ferdinando Salzano che ha avuto una condanna di poco superiore all' anno, ma che ovviamente non vedo come persona superficiale sulla sicurezza e sulla scelta dei tecnici. Matteo Armellini era quello che in gergo tecnico si definisce "trigger", cioè esperto e abilitato a salire sulle strutture con un' imbracatura di sicurezza (che evidentemente o non c'era in quel momento della costruzione o non è bastata) per operare sulla struttura. Riporto l' articolo a firma di Alessia Candìto pubblicato ieri da La Repubblica. Mi riservo di chiedere anche un parere all' amico architetto Cesare Molinari con il quale ho realizzato anni fa il libro "On the Stage", che proprio di palchi rock parla. L'immagine è del palco di Vasco Rossi a Modena. Tanto per far capire la complessità e l' alta ingegneria che sta dietro queste "Cattedrali per un giorno" fatte per stupire. La musica, di certo, non cambia.

Da "La Repubblica" del 24 aprile 2018

Quello che ha ucciso Matteo Armellini, il rigger romano morto nel 2012, schiacciato dal palco che stava montando per il concerto di Laura Pausini a Reggio Calabria, non è stato un incidente ma un omicidio. Così ha deciso il giudice della città calabrese dello stretto che oggi pomeriggio ha condannato a pene che vanno dai 3 anni e 6 mesi a 1 anno e 6 mesi organizzatori, progettisti e responsabili delle varie ditte coinvolte nell’evento, più l’ex dirigente comunale Marcello Cammera. Al Palacalafiore, il palazzetto dello sport scelto per l’evento, quella struttura – ha sempre sostenuto la Procura e ha confermato oggi il tribunale - non si doveva né poteva montare, prima e durante la costruzione ci sono state omissioni, imperizie e mancati controlli. Matteo era un operaio esperto, montava palchi da anni, ma quando l’enorme struttura che stava è crollata sulle gradinate, le pesanti colonne metalliche cui era agganciato lo hanno travolto e per lui non c’è stato nulla da fare. Non avrebbe potuto fare nulla per evitarlo, nulla avrebbero potuto fare i suoi colleghi. Le carenze erano strutturali. E chi ha organizzato a vario titolo ne era cosciente. Per questo il giudice ha condannato l’ingegnere Franco Faggiotto, progettista del palco, e Sandro Scalise a 3 anni e 6 mesi, Ferdinando Salzano, rappresentante legale della F&P group, committente esclusiva dei lavori di allestimento del palco, a 1 anno e 8 mesi, e Pasquale Aumenta, patron della Italstage che ha materialmente montato la struttura, a 1 anno e 6 mesi. Medesima pena è andata a Marcello Cammera, responsabile del settore progettazione ed esecuzione dei Lavori pubblici fino all’arresto per concorso esterno in associazione mafiosa, che per la procura non avrebbe mai dovuto far montare quel palco al Palacalafiore o avrebbe dovuto bloccarlo, segnalando il pericolo crolli. Cadono invece sotto la mannaia della prescrizione le accuse mosse a Gianfranco Perri, coordinatore della progettazione nominato dalla Sm Musica, estensore del piano di sicurezza, mentre incassa un’assoluzione Maurizio Senese, patron della Esse Emme Musica che aveva organizzato il concerto. “Giustizia è fatta, non ci speravo più, giustizia è fatta” ripete quasi ossessivamente la madre di Matteo , prima di scoppiare in lacrime. La sua è stata una battaglia lunga sei anni. Indignata, ha rifiutato il sontuoso assegno da 350mila euro che gli imputati le hanno sventolato sotto il naso per chiudere subito il procedimento. Quando il processo ha rallentato, arenandosi fra trasferimenti di giudici e pm, la madre di Matteo non si è arresa, ha scritto lettere al presidente della Repubblica, ha promosso una petizione per la sicurezza sul lavoro che ha raccolto oltre 133 mila firme ed è stata consegnata al ministro, ha continuato a chiedere giustizia per il suo Matteo. Come per tutti i ragazzi che ogni giorno si arrampicano ad altezze impossibili per montare i palchi

Alessia Candìto