Editoriale Trentotto Avicii e gli Abba: Intrigo a Stoccolma

 

La prima volta che andai in Svezia, anzi a Stoccolma, era ai primi di aprile di molti anni fa, anni Ottanta, per un concerto di Prince in un posto bellissimo: lo stadio di hockey “storico” della Nazionale svedese, con oltre diecimila posti e tutto fatto in legno di tek, credo. Gli svedesi mi sono molto simpatici. Hanno vere e proprie eruzioni di vita per un raggio di sole. Hanno metodo quando si ubriacano: sempre il venerdì sera e fino a sabato. La domenica si “ripijano” per andare a lavorare il lunedì. Sono mediamente belli e biondi, eccetera. Volvo, Ikea e chi più ne ha… Da sempre, però, le statistiche dicono che proprio la Svezia ha il più alto tasso di suicidi al mondo per un grande paese (in testa alla classifica ufficiale c’è la Groenlandia, e dopo la Lituania e la Guyana) assieme, anche se un po’ più indietro, alla Norvegia e alla Danimarca. Tra questi, i giovani sono il dramma nel dramma. Il paese in cui il Primo ministro socialista Palme fu ucciso da una persona rimasta sconosciuta (si parlò di frange estremistiche naziste ferme alla Seconda guerra mondiale) all’ uscita da teatro e senza scorta, i contrasti di un benessere costante da lungo tempo si possono leggere nei tanti, ottimi libri gialli, e tra tutti la saga di Wallander, che abbiamo visto anche in tivù in varie trasposizioni. Questo è il quadro generale in cui si inseriscono due notizie apparentemente slegate tra loro: la morte del ventottenne deejay e arrangiatore Avicii e il ritorno degli Abba prima in studio e poi, probabilmente, in scena. In realtà, si tratta di due facce della stessa medaglia. Il giovane deejay, a me pressoché sconosciuto (ma non amo il genere) se non per la cover di un suo brano fatta da Zucchero (ma per me è un brano di Zucchero) da dieci anni viveva al massimo per successo e denaro, per ansia e sballottamento in giro per il mondo. Anche se, appunto, la sua storia avrebbe potuto diventare un buon incipit per un Giallosvezia, come si dice, in realtà è stata proprio la sua famiglia ad ammettere, tra le righe ma nemmeno tanto, che si sia trattato di un suicidio (il ragazzo era già stato male in precedenza). Il mondo dei Media ha cavalcato la vicenda per giorni, cercando di mitizzare il personaggio per le solite ragioni commercialistiche. Ma Avicii non è Janis, Jimi, Jim o solo, come si dice con rispetto “parlandone da vivo”,quel pirla di Kurt (col fucile? Con moglie e figlia piccola? Ma per favore… ). E così è bastata ieri la notizia della reunion degli Abba (per ora solo in studio e con soli due brani nuovi) per cancellare dalle agende giornalistiche la triste vicenda di Avicii. Perché gli Abba sono “Il Mito” e la gloria del Paese scandinavo. Per ragioni economiche, di immagine e per la storia abbastanza da telenovela delle loro vicende personali. A trentacinque anni dall’ abbandono delle scene, i Quattro, statene certi, torneranno anche in scena. Gli uomini, peraltro non adoni nemmeno all’ epoca, in palestra per fare andare giù le panze, e le signore, peraltro more solito meglio conservate, in beauty farm ad oltranza. E il mito svedese della giovinezza, della salute e del successo avrà una nuova puntata. A cosa serva, dopo la carriera avuta e i soldi guadagnati, poco importa. Gli Abba, molto rivalutati musicalmente – per la struttura delle canzoni, intendo – oggi non possono competere con gli avatar di allora. Saranno qualcosa di differente.Due vicende identiche: due “morti” e resurrezioni annunciate. Due vicende da montare, se si vuole, nelle nostre vicissitudini di tutti i giorni, ma questa volta senza le istruzioni.

 Nella foto: Frida (Anni.Frid Lyngstad) appena dopo la fine degli Abba