Editoriale Undici Chitarre e Vinile: stessa musica

  La Gibson in crisi e la Sony che torna a stampare in vinile dopo una “pausa” di 29 anni. Sembrerebbero due notizie agli antipodi. More solito, la verità “strilla” meno sui giornali, quindi viene parzialmente accantonata. Infatti è in crisi la Gibson Company, che comprende molteplici attività esterne alle chitarre (avete presente quando Parmalat faceva speculazione finanziaria?) mentre il ramo ultracentenario partito dai mandolini del signor Gibson nel 1895, fino alle chitarre-mito prodotte dagli anni Cinquanta, è in attivo ma non riesce a controbilanciare la passività generale dell’ azienda statunitense. Lo dico solo perché tutti i giornali hanno ovviamente titolato sulla tesi della crisi delle chitarre, con tanto di elenco degli artisti legati a quello strumento, ma che nella realtà non ci sarebbe. Chi tra i giovani che si avvicinano alla musica e alla chitarra non vorrebbe avere una Gibson o una Fender? Di certo, non potendo permettersene una “vintage”, la scelta alla fine cadrebbe su un nuovo modello. Il vinile, poi, è tornato in auge per due motivi fondamentali, che poi sono uno solo: il suono digitale, compresso o meno, ha stancato. La dinamica di un disco in vinile, a costi medio-bassi, è molto più coinvolgente. La seconda motivazione è la crisi di vendite generale dell’ “oggetto disco” in cd, del downloading selvaggio a basso costo o gratuito. Un album 33 giri fa arredamento, con le grandi immagini di copertina (per fortuna, ne so qualcosa) e implica una serie di azioni e coinvolgimenti fisico-emotivi che lo fanno apprezzare ancora di più. Un album lo si va a cercare su uno scaffale, lo si apre con cura, lo si guarda, e poi si posa la puntina del giradischi sul primo solco. Una specie di Rito del Tè laico. Un album solitamente si ascolta in compagnia, socializzando e scambiandosi opinioni. Non mi illudo, però: i numeri del vinile, peraltro significativi e in aumento, saranno sempre marginali, implicando anche il possesso di un corredo hardware adeguato. Anche le chitarre, acustiche o elettriche, hanno subito mode con corsi e ricorsi. Leo Fender, ad esempio, vendette l’ azienda proprio alla Sony, anche se a certe condizioni, ma poi ne uscì del tutto per creare la Music Man, che per un certo periodo produsse ottimi strumenti, specialmente i bassi a quattro e cinque corde. Poi è toccata alle chitarre “customizzate”, cioè personalizzate, e a quella artigianali (i più bravi a farle, tra l’ altro, sono in Italia). Di recente molte aziende di elettronica hanno rimesso in catalogo i giradischi a puntina con il famoso piatto in ferro, la cinghia di trasmissione e la luce stroboscopica per regolare la velocità di rotazione ai famosi 33 giri e un quarto. In più, molti hanno aggiunto un collegamento usb per copiare la musica su file. Una specie di compromesso storicistico. Insomma, gli strumenti musicali e i dischi sono un po’ come il pane: un bene di prima necessità che non conoscerà mai crisi.

Nella foto: Pino Daniele live negli anni Ottanta con una Gibson Firebird