Editoriale Ventisette Ghiaccio Bollente e Bistecche

 Ho scoperto che in Italia, ma forse nel Mondo, non esiste una stagione per i concorsi canori. C’è sempre una possibilità. Un oratorio con un prete gagliardo segretamente fan di Vasco, qualche pseudo manager di provincia che “con un piccolo contributo spese”, quelli più “seri” nel senso che alla fine un pass per Sanremo o altro in tivù arriva, anche se non ne passa uno su mille, come da canzone, ma in certi casi uno su diecimila. Come per un concorso pubblico. Io stesso la scorsa estate ho presieduto la giuria di Area Sanremo, prima selezione, su invito della cara Anna Bischi Graziani. Selezione vera per il Festival. Abbiamo deciso di promuoverli tutti. Devo dire che, moltissimi anni fa, attorno al Pleistocene, è successo anche a me di essere concorrente. Avrò avuto cinque anni circa, e i palcoscenici dove esibirmi erano molto casalinghi. Avendo però in famiglia un padre che da giovane aveva cantato nel coro del Comunale di Reggio Emilia, girando mezza Europa, e una madre che suonava bene il pianoforte, il mio destino avrebbe potuto veramente essere nell’ empireo musicale. Da quella volta appunto che mi iscrissero, credo fu mio nonno Cesare che era un burlone, al concorso canoro della parrocchia di San Salvatore. C’erano gli orchestrali, e io mi ero preparato registrando un floppy. Un floppy era un vero e proprio disco 45 giri, abbastanza molliccio, che, pagando qualche centinaio di lire, si registrava in cabine molto simili a quelle in cui ancora oggi si fanno le orribili fototessere. In un gracchiare indistinto (dopo una ventina di volte che lo ascoltavi lo buttavi via) sentivi la tua acerba voce che dava il suo meglio. Uno status symbol, in Prima elementare. La canzone in questione era “Ghiaccio bollente” di Tony Dallara. Un metallaro, insomma. Anzi, come si diceva allora, un urlatore. Insomma, successe che un paio d’ ore prima della performance in gara andai a sbattere un occhio contro lo spigolo di marmo del tavolo da cucina di mia nonna. Le lacrime erano più da incazzato che per il dolore. Mia nonna intervenne con una taumaturgica bistecca sull’ occhio, ma il cerchio nero rimase. Stoicamente mi esibì così (c’è la foto e ve la mostrerò prima o poi) e arrivai secondo. Perché un artista di razza non vince mai. Arriva secondo, o ultimo. Questo ricordo, con molti altri, è indelebile nelle mia memoria, assieme ad altri momenti sereni di quel periodo, in cui, non come oggi, si riusciva ad essere bambini veramente. Trovo che l’ editoriale arrivi just in time con l’ entrata nel vivo dei programmi tivù “Amici” e “The Voice of Italy”. Ormai, salvo rari casi in cui è la passione a smuovere le persone, la pletora di brava gente di tutte le età che si iscrive alle selezioni cerca solo un attimo di comunanza mediatica. Come per Facebook e quant’altro. Essere attori, in un modo o nell’ altro, della commedia della vita. Poco importa se dentro di te sai che come cantante sei un cane o una “signorina cane” (l’ altro termine è sguaiato) e che ti sei conciato come un abat jour o un porta matite seguendo la moda del momento. In realtà, un po’ come a Sanremo, anche in questi programmi la musica e i cantanti sono comprimari. Comprimari agli onnipotenti giudici (cara Cristina Scabbia, tu quoque?) e alle diatribe da lavandare d’antàn. E così nascono i personaggi che ci meritiamo come i Maneskin in Damiano (dall’ X Factor ultimo venturo) che riempiono i club in tour con soli quattro o cinque pezzi veri e poi cover. Li andrò a sentire, per carità, e poi vi dirò. Io sono ancora fermo alla mia bistecca sull’ occhio e al secondo e ultimo concorso canoro a 17 anni, in quel di Casale Monferrato (cantammo in duo “Sarà così” della Nuova Idea. Io anche alla batteria e lui alla chitarra) per far piacere a un mio caro amico, Massimo, morto poi a 55 anni di mesotelioma (leggi: Eternit). Sua figlia mi chiede sempre di “quella volta che…”. Vedi foto.