Enya intervista Gioia 1998

Tornerà come ospite al Festival di Sanremo, a febbraio, esattamente nove anni dopo il grande esordio di “Orinoco flow”, la canzone che le decretò un successo planetario, superiore, per volume di vendite, anche a quello degli U2. La bella e dolce irlandese di lingua gaelica Enya, 37 anni portati con grazia, continua il suo viaggio pittico nella musica, intesa come quadro vivente dell’ esistenza: un clima fiabesco che ha anticipato la “New Age”. Oggi fa “punto e a capo” dopo dieci anni di carriera come solista, e 40 milioni di dischi venduti (in Italia un milione e mezzo), con un cd-raccolta, più i due inediti “Only if... “ e, appunto, “Paint the sky with stars”, titolo del disco, da settimane in testa alle classifiche italiane. L’ album, con i brani riveduti e corretti, è curato come sempre con il produttore Nicky Ryan, che assieme alla moglie Roma, autrice dei testi, completa un efficente mini-staff. Restia a concedersi per le interviste, Enya torna sempre con grande piacere in Italia.
Perchè un “Best of... “ adesso?
<Non ho intenzione di cambiare Casa discografica o stile musicale. Le ragioni sono normalmente queste, vero? So che molti artisti in crisi di idee si affidano a questo “trucco” per meglio impostare la carriera futura, ma non è il mio caso. Questo disco mi è costato molto lavoro, giacchè ho ripreso e rivisto tutto il vecchio materiale, alla luce di una tecnologia che è progredita. In più ho avuto il piacere di tornare in studio per le due nuove canzoni>.
Come definisce oggi la sua musica?
<Una tavolozza di colori, per dipingere quadri sonori che arrivino a colpire l’ anima. per questo motivo i miei dischi hanno un lunghissimo periodo di gestazione. E’ una questione di rispetto per me e per il pubblico>.
E’ vero che i suoi fan sono un po’ “particolari”?
<In un certo senso sì. Sono persone che confessano di non aver mai scritto prima non solo a un cantante o a un musicista, ma nemmeno al giornale della loro città! Avevano però il bisogno di comunicare con me e esprimere il loro affetto. Sono cose che toccano profondamente... >.
Lei ha firmato numerose “colonne sonore” per film di successo, ma quella a cui tiene di più è “The Celts”, da un documentario della Bbc. Perchè?
<Perchè inizialmente non doveva nemmeno diventare un disco! E poi anche perchè, facendo a meno delle parole, conduce in una dimensione musicale molto profonda. Io mi porto il bagaglio della tradizione gaelica, dai tempi in cui cantavo con i Clannad, prima di intraprendere un’ altra strada artistica. Ancora oggi, quando chiamo casa mia a Gweedore, con i miei parlo gaelico. Non è un fatto nazionalistico ma culturale>.
Cosa ricorda del suo incontro con il Papa, per il quale ha cantato due anni fa?
<Un senso di grande affetto. Ho visitato il Vaticano più volte come turista, ma quella circostanza fu emozionante. Un’ esperienza meravigliosa!>.
Perchè i suoi concerti sono rarissimi?
<Me lo chiedono in tanti, a partire dai discografici e dal mio produttore. La vera ragione è che non trovo il tempo! Vorrei che un mio concerto fosse una cosa molto speciale, curata in ogni più piccolo particolare... Prometto che, prima o poi, sicuramente accadrà!>. BRUNO MARZI