Eventi Pop Rai autore della puntata sui musical Testo di presentazione 2004

Puntata sul “musical”. Canovaccio di massima e storiografia.

Di Bruno Marzi

 

E’ il tardo pomeriggio di un giorno qualunque, magari un lunedì. Un pullman si riempie di persone di ogni ceto sociale, vestite di una sobria, comoda eleganza. Basta un’ oretta di viaggio per raggiungere la Grande Città e godersi il musical del momento. Il tutto ben organizzato e a costo contenuto. Una voglia di evasione placida, civile e gratificante. Ecco il segreto. L’ Italia è in preda a una vera e propria “febbre” da Musical. Attualmente più di venticinque Compagnie maggiori sono in attività con altrettanti spettacoli, e altri, come “Chicago” e “Vacanze Romane”, sono ai nastri di partenza. Non solo le “piazze” di Roma e Milano, notoriamente leader, ma anche quelle di Trieste, Genova, Bologna, Bari e Napoli registrano grandi incassi. Le “scuole” di Garinei e Giovannini, Massimo Romeo Piparo, Saverio Marconi hanno fatto proseliti. Una nuova categoria di giovani artisti è nata alla stregua di tale successo, e i “casting” (fu record per “Pinocchio” con oltre settecento partecipanti) sono sempre affollati da artisti di sempre maggiore talento. Molti i “siti” Internet sull’ argomento; molte le Compagnie semiprofessionistiche che scelgono il musical al posto della prosa per esordire.

Attraverso immagini di attualità e repertorio, interviste ai protagonisti in scena e dietro le quinte, analizzeremo dinamicamente un fenomeno che ha origini Settecentesche, che si sviluppa con filoni paralleli ma differenti in Inghilterra e nel Regno Asburgico, e poi a metà dell’ Ottocento, emigra con successo negli Stati Uniti, con il Grotesque e il Vaudeville (forse “voix de ville”) anche se il grande momento “spartiacque” avviene nel 1907, con la prima rappresentazione americana della “Vedova allegra” di Lehar, a traino della grande tradizione operistica e melodrammatica italiana e mitteleuropea, e in contemporanea con l’ arrivo del celeberrimo Zigfield, che cominciò a mettere in scena le sue “Folies” di chiara derivazione parigina. Il passo successivo arriva grazie all’ introduzione del sonoro al cinema alla fine degli anni Venti, che in qualche maniera fa superare al nascente musical di doppia matrice, Broadway e Hollywood, il momento terribile della Depressione.

Dal “Cantante di blues” in poi sarà un continuo interagire tra i due generi, con autori come Berlin e Gershwin, “Porgy and Bess”, Ginger e Fred con le grandi coreografie, la stessa nascente Disney a cartoni animati con “Fantasia”, e poi nel primo Dopoguerra la modernità di “Oklahoma”, “Il Re ed Io” nel ’51 con il giovanissimo Yul Brinner, che poi lo porterà al cinema, e sempre a metà degli anni Cinquanta, dal Pigmalione di Shaw a sua volta tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, con “My fair lady”, e la novità stilistica della canzone “recitata” da Rex Harrison che come cantante non era un granchè costringendo così gli autori a nuovi cimenti, “The sound of music” con Julie Andrews, che poi diventerà “Tutti assieme appassionatamente” e poi nel ’58 la “botta” modernistica di “West Side story”, liberamente dal “Romeo e Giulietta” di Shakespeare e inizialmente previsto come lotta tra americani di origine ebrea e italiana e poi attualizzato con le “bande” di nativi e portoricani. Modernità visiva, nelle coreografie, nella dinamica dei balletti, nei personaggi. E nel finale, tragico ma capace di evocare le emozioni più profonde dello spettatore.

Il cinema riprende e amplifica gli spettacoli che, da parte loro, tengono cartellone per centinaia di repliche. Sul grande schermo il fenomeno è ibrido: basti pensare alla Monroe che canta circondata da boys il suo amore per i diamanti, o le favole musicali di “Mary Poppins” con la Andrews, che per la contemporaneità dell’ impegno dovette rinunciare a “My fair lady” che aveva fatto con successo in teatro, e via discorrendo. Siamo agli anni Sessanta, che si chiudono con l’ ulteriore balzo in avanti di “Hair”, la politica, il rock e le scene di nudo, e nuovi autori come Tim Rice, e di conseguenza, in piena stagione di “power flower” si risveglia l’ Inghilterra con Andrew Lloyd Webber, con l’ epica religiosa-illuministica di “Jesus Christ Superstar” ma anche grazie all’ opera rock “Tommy” degli Who, a cui seguirà “Quadrophenia” e, dieci anni dopo “The Wall” dei Pink Floyd. Broadway “resiste” e rilancia con “Cats”, “A chorus line”, “Chicago” e torna a parlare di disagio e diversità con “Rents”, spettacolo che attualizza il melodramma italiano della “Boheme” di Puccini, ultimo “grande” novecentesco che, a ben vedere, ragionava già in termini filmici e di interazione tra i generi. Un discorso a parte meritano spettacoli come “La piccola bottega degli orrori” e in particolare “The Rocky Horror Show”, spettacolo teatrale che nella sua trasposizione cinematografica diverrà un “cult” interattivo, con gli spettatori traslati sullo schermo, truccati come gli attori (a Milano durò dieci anni al cinema Mexico, ora multisala). L’ ultimo, vero “balzo in avanti” arriva da “Saturday’s Night Fever” e dalla musica dance, mentre il mitico Zero Moster prende in giro sé stesso nel film visionario e divertente che racconta l’ allestimento di un musical su Hitler: “Per favore non toccate le vecchiette”. Bisogna però attendere l’ esperimento-collage del visionario “Moulin Rouge”, attualmente in arrivo nella versione teatrale, per avere un nuovo stimolo, partendo sempre dal vecchio “libretto” operistico con la storia della mercenaria e malata Mimì.

E l’ Italia, allora? La tradizione, anche se meno vivace all’ inizio per motivi storici e culturali (il fascismo e la mentalità cattolica) ha radici analoghe a quelle anglosassoni, partendo ovviamente dall’ Opera, dal melodramma e, è il caso di ricordarlo, dalla canzone “sceneggiata” napoletana, e ovviamente dall’ avanspettacolo, ripresa autarchica del Vaudeville che ebbe la sua apoteosi nel bel film con la Vitti e Sordi ”Polvere di stelle”. Vanno ricordate anche le scelte ibride, come “Gli uomini che mascalzoni” con De Sica che canta “Parlami d’ amore Mariu’” e un certo lavoro radiofonico dei Cetra che preconizzava l’ unione tra musica e immagini.

Il Dopoguerra è il regno incontrastato di due giornalisti, Garinei e Giovannini, che si legano così alla grande tradizione degli autori in coppia e producono a raffica una serie di titoli celeberrimi. Anche in questo caso spartiacque fu “Attanasio cavallo vanesio”, “Buonanotte Bettina”, “Enrico ‘61”, “Rinaldo in campo” (la famosa scena con Modugno assieme a Franchi e Ingrassia: “Siamo rimasti in tre… “) fino a “Rugantino”, nelle vaie edizioni, e all’ ultimo “Aggiungi un posto a tavola” (Dorelli lo portò anche a Londra con attori inglesi ma poi ebbe un incidente, messo sotto da un taxi) a cui seguì, nel ’77, la rapida morte di Pietro Giovannini. Da ricordare anche la qualità e il successo di Sandro Massimini con i suoi ricchi spettacoli di operetta. Come dire: un ritorno alle origini.

Se al cinema gli anni Sessanta proponevano il lucroso genere dei film-compilation di canzoni, con Gianni Morandi protagonista in divisa (storica la scena nelle docce con “Sei vuoi uscire una domenica… “) assieme agli altri divi del momento, occorre ricordare il lavoro contradditorio ma stimolante di Celentano, dalla prima apparizione nel ’59 ne’ “I ragazzi del juke-box” fino al vero e proprio musical “Joan Lui” (la scena iniziale con l’ arrivo degli elicotteri) fallimento al botteghino ma molto rivalutato dalla Critica recente.

Gli anni Sessanta offrono due interessanti esperimenti: quello teatrale e filmico di Tito Schipa Jr. con “Orfeo 9”, che riprende un certo stile che poi farà la fortuna di Carmelo Bene in “Nostra Signora dei Turchi” e quello musicale-teatrale dei napoletani Osanna con “Palepoli”, vero e proprio musical “denuncia” sul degrado della città. Fa storia a sé, specialmente dal punto di vista del Costume, la versione italiana di “Hair” in cartellone per un paio di anni e fino al 1970, che aveva nel cast (misto americano-italiano) nomi allora sconosciuti come Renato Zero, Loredana Bertè e Teo Teocoli. La scena di nudo integrale alla fine del primo atto scandalizza i benpensanti ma contribuisce a riempire i teatri…

Gli anni Settanta sono bui per antonomasia. Il teatro è in declino e solo il “Sistina” di Roma, malgrado qualche “flop”, tiene banco. A metà degli anni Ottanta il regista Gabriele Salvatores mette in scena, e poi su film con Gianna Nannini protagonista, il “Sogno di una notte d’ estate” (così è ribattezzato) da Shakespeare. A Bologna ci provano con un “Giulio Cesare” in musical che però fallisce ben presto. Anni Ottanta/Novanta. A Roma e dintorni nasce la Compagnia della Rancia di Saverio Marconi, a Milano il giovanissimo Valeriano Longoni rigenera il teatro di famiglia, lo “Smeraldo”, in cui nel ’68 suono Hendrix, e si mette a ragionare in grande sul teatro e il musical. L’ attuale marito di Lorella Cuccarini Silvio Testi fiuta l’ aria e decide che è il momento di fare sul serio.

“Grease” trionfa prima a Milano e poi a Roma. La Cuccarini richiama per il nome e il successo televisivo, ma in teatro si conferma grandissima. Giampiero Ingrassia si dimostra degno erede della tradizione di famiglia, mentre un autoironico Mal conosce una nuova stagione di notorietà. Il resto è storia recente. Il secondo passaggio epocale è quello di “Notre Dame de Paris”, spettacolo-monstre portato dalla Francia su musiche di Cocciante e libretto, originariamente di Luc Plamondon, sontuosamente tradotto da Pasquale Panella. L’ impresario Davide Zard, una storia nel rock con Rolling Stones e Madonna ma anche il primo Angelo Branduardi, investe molto in immagine e denaro. Lo show fa numeri record, ed è ancora in scena in grandi spazi dopo tre anni. Altro spettacolo traslato dalla scena francese, i “Dieci Comandamenti” invece convincono meno, e stanno in scena pochissimo.

Più luci che ombre, ma anche attraverso il sostanziale fallimento di qualche pretestuoso show, come nel caso della versione italiana di “Rent”, prodotto dalla moglie di Pavarotti Nicoletta Mantovani, arriviamo al Duemila e a “Pinocchio”, con la regìa dell’ esperto Marconi e le musiche dei Pooh. Si tratta finalmente di una produzione autoctona, a quanto pare destinata all’ esportazione, e non solo nei Paesi di lingua latina. Partito in sordina (errore dei Pooh nel mettere in circolazione il cd con la loro versione dei brani prima dell’ esordio in scena) lo spettacolo ha via via conquistato il pubblico, merito anche dei protagonisti, da Manuel Frattini-Pinocchio, alle cantanti di estrazione “sanremese” Arianna, la Fata Turchina, e Lena Biolcati. Per avere una nuova produzione autoctona bisogna atendere Roma, che risponde con “Vacanze romane”, liberamente tratto dal celebre film ma non traslato, con protagonisti Massimo Ghini e Serena Autieri; quest’ ultima “nata” artisticamente col musical, come Olivia Cinquemani, famosa per la sua “Evita” qualche anno fa, e Maria Laura Baccarini, attualmente in partenza con “Chicago”, dal musical di Bob Fosse più che dal film, assieme a Luca Barbareschi e Lorenza Mario. L’ interazione con il teatro e la musica leggera è sempre più forte. Una volta i nomi in cartellone erano quelli di Gianrico Tedeschi, Delia Scala, Panelli e Valori, Rascel, gli stessi Modugno e Manfredi-Rugantino. Oggi, oltre ai già citati, troviamo Gianluca Guidi, tra poco in “Promesse promesse” di Simon e la regìa del padre Johnny Dorelli, ma anche cantanti puri come Rossana Casale, Amii Steward, e la stessa Lola Ponce-Esmeralda di “Notre Dame de Paris”.

In conclusione, nel nostro paese, ma non solo, il musical ha saputo indirettamente dare una mano al teatro di prosa, “riabituando” il pubblico alla poltrona-salotto di teatri prestigiosi, come il Manzoni, il Nuovo, lo Smeraldo e il Nazionale di Milano e il Sistina a Roma; nonché a recuperare spazi alternativi adattati, visti i costi altissimi degli allestimenti, come i grandi palasport e le arene estive, ovvero a costruire teatri ex novo, come nel caso dei Pooh a Milano. Il tutto per elargire un sorriso, un’ emozione e magari un brivido. Come si diceva una volta, con bella sintesi, “lo spettacolo di evasione” per eccellenza gode ottima salute.

Bruno Marzi

Nella foto esclusiva Manuel Frattini Pinocchio al trucco per Eventi Pop