Francesco De Gregori live a Monza Villa Reale Il Gazzettino 1999

Monza
NOSTRO SERVIZIO
E' proprio un Francesco De Gregori "prendere o lasciare" quello che si presenta al numeroso pubblico (2500 persone) per l' esordio del tour estivo, nel grande spazio all' ingresso di Villa Reale, e che lo porterà, sicuramente con uguale esito di affezionate presenze, l' 11 luglio nel Castello Scaligero di Villafranca (Vr). Forse nessuno del suo entourage gli fa presente che, ultimamente, il suo idolo Bob Dylan è diventato "buono", e così, tanto per gradire, De Gregori impedisce alle telecamere Rai e Mediaset, nonchè ai fotografi, di fare il loro mestiere di informazione, e poi attacca un concerto inappuntabile dal punto di vista tecnico (brava la band, con i nuovi Raymond Doumbè Moulongo al basso e Mokhtar Samba alla batteria, già con la Makeba e Youssou 'N Dour, con Paolo Giovenchi, il bluesman "Slep" e Guido Guglielminetti alle chitarre) ma di una freddezza a volte imbarazzante.
 Il "pubblico pagante", avvolto in una dolce serata d' estate, non chiede altro se non di partecipare, cantando in coro i più grandi successi del "Principe". La cosa riesce, e brevemente, solo per "La donna cannone"; per il resto, Francesco scivola su arrangiamenti che non hanno più la divertente brillantezza di quelli "country" dei passati tour, implicitamente ispirati dal fratello Luigi Grechi, autore tra l' altro della stupenda "Il bandito e il campione". Non c'è nemmeno la riuscita "elargizione ad Alessandro Haber di "La valigia dell' attore", così come manca all' appello quasi interamente "Bufalo Bill", il disco in assoluto più bello e riuscito per l' intera produzione del 48enne cantautore romano.
 La gente, quindi, si distrae, e applaude con convinzione solo nei momenti "topici", richiamata sul finale dalla presenza in scena di Fabio Fazio (chissà mai perchè), con Fiorella Mannoia ospite dietro le quinte. In soldoni, il "suono" dello show è spezzettato, arzigogolato sugli stilemi del Dylan più criptico, abile un tempo a rendere irriconoscibili le sue più belle canzoni, ma che, vivaddio, ha da tempo passato quel periodo oscuro, cosa che invece sembra non riuscire a De Gregori, dopo le convincenti, spensierate prove dei passati tour. Un "male oscuro" creativo sembra avvolgere la produzione di Francesco, da tempo poco convincente, a nostro giudizio, e spesso scusata dalla critica.
 E dire che l' inizio, con una interpretazione classica per chitarra e voce di "Pezzi di vetro" (da "Rimmel), sembra foriero di ben altre avventure. Segue "Powder finger", dal repertorio di Neil Young, e l' anonima "Compagno di viaggio". Meglio "Sangue su sangue", ma comunque troppo lunga e dispersiva la versione presentata, così come per "Festival" e "Penthatlon", che preannunciano una "Alice" con i ritornelli spezzettati da "riff" di chitarra elettrica assolutamente forzosi e che spiazzano il pubblico. "Ninetta e la colonia" e "Atlantide" introducono un nuovo momento acustico, con "Battere e levare" e una "La donna cannone" gradita all' inizio, ma poi malcelata dietro i suoni roccheggianti della band.
 "Generale" (un po' troppo "urlata" alla Dylan) e "Rimmel" portano a "Il futuro", seconda novità inscaletta, tratta dal repertorio di Leonard Cohen. "Titanic", "Cose", "Adelante" e "Sotto le stelle del Messico a trapanar", introducono "Buonanotte fiorellino", troppo veloce per essere cantata dal pubblico, e "Non dire che non è così". Il "bis", guarda caso, è proprio "Bufalo Bill", a cui fa seguito, dietro garbata "provocazione" di Fabio Fazio, l' inno generazionale di "Pablo". Diciamo che, se l' intento di De Gregori era quello di spiazzare pubblico e critica, il risultato è stato ampiamente ottenuto.
Bruno Marzi

Nella foto: Luca Carboni, i fratelli De Gregori e Michele Mondella. Non è mia ma dell' ufficio stampa. Due motivi: sottolineare che a quello show non feci foto e ricordare il caro Michele Mondella scomparso a gennaio 2018