Indeepandance concerto poerformance a Milano Il Gazzettino 2008

Milano
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Grande folla di invitati e tanti applausi per l' anteprima, venerdì sera, di "Indeepandance", la mega installazione/opera musicale in scena fino a domenica 14 all' Arena di Milano. La curiosità era tanta, e tante le aspettative. Alla fine il "cubone" luminoso ideato dai creativi Masbedo e dai loro tecnici ha sì rischiarato la notte milanese in maniera suggestiva, ma a scapito di un discorso multimediale, musica e parole in testa, che ci è apparso confuso e rivedibile. Ci è sfuggita, insomma, la cifra artistica del progetto, e anche seguire la storia delineata in 13 "quadri" ci è sembrato cervellotico. La causa, a nostro parere, per assurdo sta proprio in una mancanza di coraggio estremo sia musicale sia narrativo. L' operazione insomma non è eclatante (nel senso di stordire lo spettatore) ma di maniera. Un compitino ben fatto e nulla più.
 E dire che le premesse c' erano tutte. Vittorio Cosma è un signor musicista, capace di esaltarsi sia con la Taranta salentina sia con frequentazioni virtuose come quella con Stewart Copeland nel progetto Gizmo. E poi ha il buon Dna della Pfm nelle vene. La sua sonorizzazione di "Indeepandance" ricorda troppo altre cose, da "Albedo 0.39" di Vangelis in certi punti "romantici" (il mare dell' islanda) ovvero i Pink Floyd di "Wish You We here" quando sui grandi schermi compaiono lontane galassie dai colori spettacolari, e tutti si aspettano da un momento all' altro il famoso riff di chitarra di Gilmour.
 Non manca un pizzico di "Tubolar Bells" di Mike Oldfield che pervade altri momenti dello show. Esteticamente bello e curato, insomma, ma non emozionante. Sui di Aldo Nove non ci esprimiamo per scarsa competenza, anche se il ridondare di frasi multilingue sui quattro schermi (compare anche il nome di Carla Bruni)  ha una cadenza futurista, quasi Marinettiana (complice anche l' effetto bianco e nero). In tutto questo lo spettatore ha due angoli di visuale. Il primo è interno al cubo (questo sì molto affabulante) con il collo che si torce da uno schermo all' altro, ma con una sensazione, studiatissima ed efficace, di "bolla di sopravvivenza", con le persone ammassate ma con un discreto spazio vitale e di movimento.
 La visuale che preferiamo è però quella esterna, seduti sulle panchine che delimitano l' ingresso, con il cubo luminoso che assume un tipo di "effetto trompe l' oeil" simile, anche se in scala ridotta, a quello offerto dalla piscina olimpionica cangiante di Pechino. Dal punto di vista operativo, gli artisti stanno su una pedana quadrata al centro, tra terminali di computer e mixer audio, che ha l' effetto di un "master control" da base spaziale. Tanto tuonò, insomma, che piovve. In maniera discontinua e poco tonificante. Ci viene in mente l' innarrivabile e sublime "grandeur" di Jean Michel Jarre (Mot Saint-Michel, Docks di Londra, piramidi di Giza, Grande Muraglia, eccetera). A volte si fa fatica a capire se i soldi, pubblici e privati, siano stati spesi bene o male. Rivedibile.
Bruno Marzi