L' ultra baraccone dei Negramaro (ma non è colpa loro)

Una volta si diceva: "Big in Japan!". Nel senso che qualsiasi artista straniero arrivasse nel Sol Levante negli anni Settanta e Ottanta aveva un sicuro successo e molto denaro. In realtà non era proprio così, perché per esempio i Deep Purple realizzarono il loro fantastico album "live" al Budokan di Tokyo. I tedeschi (giornataccia... ) Alphaville intitolarono "Big in Japan" il loro (unico) successo planetario. Insomma, basta trovare il proprio Giappone, magari in Italia, e si può vivere felici. Giuliano Sangiorgi e la sua simbiosi Negramaro lo sanno bene. Nati come una vera band, e tornati ad esserlo in questo "Amore che torni" tour negli stadi (pieni) i ragazzi salentini non ci credono nemmeno loro di essere al centro di un "carrozzone" di tubi lahyer, luci, fumi e colonne di amplificatori, nonché megaschermi, come mai si è visto da noi. Mettendo fuori quota gli show di Vasco a Modena e il primo Campovolo di Ligabue, se parliamo invece di un tour con una struttura che si monta e smonta diuturnamente, penso proprio che il grande palco allestito al Meazza abbia pochi rivali. Non me ne voglia Sangiorgi, che mi è sempre stato simpatico (sentimento credo ricambiato) nelle numerose interviste del passato. Ma la mostruosità de quo, con due strutture ai lati che nessuno (comuni mortali) ha capito cosa rappresentino, e camminamenti a croce in mezzo allo stadio, è qualcosa che va al di là di qualsiasi valutazione architettonica. E' un fatto certo che se Le Corbusier nascesse oggi, farebbe il costruttore di palchi per grandi concerti. Qui l' immaginazione è veramente al potere. La ragione è semplice. Lo spettatore è sì un fan devoto, ma se non ci fosse tutto il "Carrozzone" nessun promoter potrebbe giustificare i folli prezzi dei biglietti. Perché alla fine dei conti è quello che si porta a casa col telefonino, e che va su Youtube, che conta. Mai il bravo Sangiorgi, che ha sempre una gestualità originale, si è trovato così disperso nello spazio, lui e la sua famiglia Robinson salentina, come in questa circostanza. Per non parlare dei musicisti, disposti su alti parallelepipedi luminosi e videodotati, a una altezza di almeno dieci metri. Il vecchio e mai sopito trompe l' oeil, insomma. E la musica? Ah, già... Il repertorio dei Negramaro è ben noto e proficuo, anche se questa volta, almeno all' inizio, è stato presentato un po' come un "pastone" di brani interlacciati. E, a un certo punto, è pure saltato l' audio. Sangiorgi in versione live rimane bravo, ma il grido potente e modulato a volte eccede in una specie di romanza rock. Da citare il ricordo di Dolores, che non è quella di Westworld. In conclusione, e non sottacendo che il pubblico della band è forse il migliore d' Italia in assoluto (vedi foto) non ho capito bene cosa ho visto e ascoltato. Ma qualcosa deve essere successo.