Lady Oscar Gaga con l'infoiato Bradley e una vecchia storia che fa sempre la sua porca bella figura

Ci sono quelli che vanno al cinema solo dopo aver letto una recensione positiva, quelli che stanno a sentire gli amici al bar ("Na curtlà... ", una coltellata, dicevano nel mio a Vercelli gli intellettuali che preferivano la Fenech e i pierini) e poi quelli che vanno perché gli sembra cosa buona e giusta. Io mi sono limitato al "punto uno" ma senza pregiudizi e stamattina ho letto Maurizio Porro sul Corriere che parlava di "A Star is Born" di e con Bradley Cooper e Lady Gaga, e devo dire che ho capito poco o nulla, a parte il fatto che la Germanotta alla fine non è male e Cooper in una scena si  fa la pipì addosso ai Grammy Awards. E poi che il film nella seconda parte e un po' lungo e lento. Rispetto molto Porro, persona reattiva, ma per un fatto generazionale più propenso a celebrare, nella stessa storia, Fredric March e Janet Gaynor nel '37 e nemmeno tanto la Streisand (country con Kristofferson) nel comunque lontano 1977 di "E' nata una stella". Allora ripartiamo da zero. Questa è una versione rock. Lo si capisce bene all' inizio e non fosse altro perché il film è prodotto da Live Nation, ovvero il più grosso "commerciante" di musica live al Mondo, e credo anche management di Lady Gaga. La storia è nota. Lui, rockstar ubriacona ma ancora in sella, scopre casualmente lei, Ally, in un localino (nel nostro caso la Germanotta unica donna tra la drag queen) a cantare veramente "La vie en rose". Da lì in poi lei ascende nella carriera e, costretta da business della musica, "diventa un po' Lady Gaga" verso metà film, ma in realtà il bello è che la Germanotta prevale sul suo stesso personaggio, eccome. Il finale strappa lacrime vede lui soccombere ai suoi vizi e lei finire il film con una ultra canzone, con orchestra e lacrime. Citazione a parte per Sam Elliott, con quella faccia un po' così, nella parte del fratello-manager di lui. Cooper realizza una regìa nevrotica al punto giusto nelle parti musicali, lasciandosi consigliare dai più esperti nelle parti melense ma necessarie allo script. La fotografia è di altissima qualità. Nella parte del rocker Jackson Maine, Bradley ci mette impegno, canta e suona chitarra e pianoforte non male, e sembra proprio che sia lui a farlo. Lady Gaga-Ally è straripante per talento ed espressività. Per tutto il film, struccata al punto da mettere in risalto la pelle molto bella, è quella che a me personalmente piacerebbe sempre vedere e sentire. Cioè una cantautrice della madonna, che non a caso nella sua stanzetta presso la casa paterna ha la copertina di "Tapestry" di Carole King appesa al muro. La recitazione (parlo di lei. Lui è un vecchio marpione dagli occhi azzurri, che salvano sempre... ) è molto istintiva, da "non attrice" più brava di quelle scafate. La capacità espressiva, colta dai numerosi piani molto stretti sul viso, è quasi imbarazzante. Nasocrazia, insomma. Le scene di sofferenza (Stanislasky) sembrano proprio vissute personalmente. Funzionerà molto anche l' album colonna sonora, perché il materiale non è stellare ma molto buono. Sono certo - e lo dico adesso - che la Germanotta sarà nella Cinquina per gli Oscar. Due cose, per finire. Il formato dell' immagine al cinema è leggermente troppo stretto, con tutto vagamente allungato. Forse è una mia impressione, o forse no. In galleria foto vi metto le immagini live di Lady Gaga realizzate a Torino, l' ultima volta che il management ce le ha fatte fare. Probabilmente l' avevano chiesto alla Germanotta ma non al suo avatar permaloso.