Lenny Kravitz premio e concerto a Milano Il Gazzettino 2008

Milano
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Pare che l' idea di gratificare le star del pop e del rock con onorificenze comunali funzioni. E così, dopo Marc Anthony con Jennifer Lopez recentemente ricevuti in Comune, lunedì è toccato a Lenny Kravitz ricevere dalle mani dell' "assesore al rock" Giovanni Terzi (il benemerito a cui si deve la "lotta dura" contro gli integralisti anti-concerti di San Siro) il "sigillo di Milano", precedentemente conferito a Ennio Morricone e ai Rolling Stones. Poche parole di rito, con molta confusione di fotografi, un microfono che non va e che lo stesso Kravitz aggiusta, e la motivazione "a favore dei diritti umani e contro l' ingiustizia sociale". Un po' come quando le miss dicono che vogliono "la pace nel Mondo". Sic transeat mundi.
 Questo è il prologo dello show milanese di Kravitz che ha fatto seguito alla performance a "Pistoia Blues". Il "Love Revolution" tour 2008, basato sul quasi omonimo disco (It's Time for A Love Revolution") del musicista statunitense, ha portato all' Arena napoleonica oltre 5mila persone, nell' àmbito del rinato Festival Jazz meneghino, anche se, sulla falsariga dell' omonimo e celeberrimo festival di Montreux, anche qui le "contaminazioni" risultano numerose e variegate, con Sigur Ros, lo stesso Kravitz e a seguire Paul Simon. Il tutto sotto la ricca égida del Festival "Mi-To".
 Steso un velo pietoso sull' ospite Martina Topley Bird, a noi parsa lagnosa e ben poco sicura con la voce, per non dire di peggio, buone notizie arrivano invece dal rocker statunitense, che sale in scena alle 21.30 precise con le idee molto più chiare rispetto al recente passato (leggi: lo show all' Arena di Verona di due anni orsono). L' inizio è per la grintosa "Bring It On", primo singolo tratto dal nuovo cd, a cui fa seguito l' altrettanto lisergica "Always On the Run". Meglio tardi che mai, Kravitz sembra essersi definitivamente staccato dal "cordone ombelicale" dell' imperituro e ingombrante suono hendrixiano da sempre propugnato.
 Il palco è sobrio, eccezion fatta per la scelta di pretendere che tutte le cromature (aste e microfoni, chitarre e amplificatori e la stessa batteria) siano dorate. Kravitz sfoggia una Gibson "a freccia" da parata. Non toglie mai gli occhiali neri e porta una grande stella di Davide sul petto. La band è corposa, con percussioni e sezione "fiati" molto presente negli arrangiamenti. "Die In" e "Fields of Joy" sono contaminate da suoni molto "rock vintage". L' afflato psichedelico, altra componente topica per l' ex fidanzato di Vanessa Paradis (attualmente "single" dichiarato, per chi fosse interessato all' argomento) non viene comunque meno, anche in brani meno chiassosi come "It Ain't Over", "Be" o "Blues for Sister Someone".
 Pochi brani ma molto lunghi. Il nuovo singolo "I'll Be Waiting" precede "We Are We Runnig". La cover dei Guess Who "American Woman" ormai è un must nello show di Kravitz. Il finale è per "Fly "Away" e "Let Love Rule". Nell' attesa che finalmente l' amore universale prenda il sopravvento, Lenny saluta il pubblico milanese con "Are You Gonna to My Way?". Conclusione. Chissà perché (forse è solo invidia) abbiamo sempre considerato Kravitz bravo sì ma un po' "fasullo", ovvero adagiato su un comodo e comunque lucrativo passato. Sembrerebbe che le cose stiano cambiando, dopo nove album e diciotto anni di, tutto sommato, onorata carriera. Meglio tardi che mai.
Bruno Marzi