Ligabue intervista sul barcone Stop 1997

GUASTALLA. Maggio
Raccontava sempre le storie del Grande Fiume. Giovannino Guareschi, nel suo ciclo “Mondo piccolo”, partiva sempre dalle radici della sua cultura, dal quel grande fiume Po che nei suoi seicento e passa chilometri raccoglie le leggende e i costumi della gente che vive sulle sue rive. <A guardarlo così - spiega Luciano Ligabue - il fiume sembra ancora bellissimo; e lo è. Ma è anche talmente inquinato che ci puoi camminare sopra! Io, da bambino, ho ancora fatto in tempo a farci il bagno. Adesso ne uscirei ustionato!>. E’ lo stesso fiume che percorriamo su un barcone utilizzato per feste e matrimoni. Si mangia parmigiano reggiano e tortelli di zucca; si beve Lambrusco doc. Passiamo sulle rive su cui si attardava l’ altro Ligabue, il grande pittore naif che <andava a spiare le lavandaie>.
Come Guccini, De Andrè, Vecchioni, Ruggeri e, recentemente, anche Vasco Rossi con “Diario di bordo”, finito in vetta alle classifiche di vendita, un altro tra i nostri più famosi cantautori si dà alla narrativa, anche se, come dice lui, <per una volta soltanto. Sono e voglio restare un musicista!>. E lo resta, infatti. Dopo il grande successo di “Buon compleanno Elvis” (un milione di copie), e della canzone “Certi giorni” (“Premio Tenco” 1996), Luciano è già di nuovo al lavoro. E’ appena uscito un doppio cd dal vivo, “Su e giù dal palco”, e lo attendono quattro (forse cinque) concerti negli stadi: il 28 giugno a Milano, il primo luglio ad Udine, il 3 a Firenze e il 5 a Roma.
Tornando ai racconti del Grande Fiume, se sono cambiati i tempi, per fortuna ci sono ancora storie da raccontare, belle e brutte, romantiche e dure come i giorni che viviamo. Ligabue, 37 anni compiuti da poco, è sì l’ idolo dei giovani ma è anche un uomo nato a due passi dai luoghi che raccontiamo. E, di storie, anche se dei giorni nostri, ne ha sentite tante. Come il Guareschi del primo Dopoguerra, quello di Don Camillo e Peppone, portati sullo schermo in cinque indimenticabili film da Fernandel e Gino Cervi (il primo francese di Marsiglia, il secondo emiliano doc), anche il Ligabue di fine Millennio ha deciso di raccogliere in un libro le storie del Grande Fiume.
Viene presentato in questi giorni alla Fiera del Libro di Torino “Fuori e dentro il borgo” (Baldini & Castoldi. 180 pagine a 22mila lire). Sono 43 racconti brevi, scitti con leggerezza e con uno stile che unisce la lingua italiana alle espressioni dialettali. Ligabue, che esordisce come scrittore, ci fa ritrovare lo spirito narrativo diretto e raffinato che Guareschi con maestrìa proponeva ai suoi lettori. Allora c’ erano le rivalità politiche, gli antichi valori della cultura contadina, i “quadretti” con personaggi che sembravano usciti dalle favole. C’ era la signora Gina, l’ anziana maestra del borgo, che decise di morire “quando era giunta l’ ora”; c’ erano le mille sfaccettature dei due protagonisti, in perenne lite ideologica ma sempre pronti ad aiutarsi, offrendo “quadretti” di grande umanità, buoni ancora oggi per generazioni menno avvezze alle favole con lieto fine. Tra Brescello a Correggio, il borgo di Ligabue, non passano molti chilometri, tra l’ altro.
Spiega Luciano: <Ho scritto questi racconti di getto, in due mesi. Non mi sentivo pronto per un romanzo vero e proprio. In più ho cercato, per quanto possibile, che la mia attività di cantautore non venisse confusa con questa uscita letteraria. In questo senso con la Baldini & Castoldi ho certezze di serietà e impegno>.
Le piace il paragone con Guareschi?
<Forse c’ è qualcosa... Nello stile mi ritrovo con il primo Stefano Benni, credo. Nelle situazioni, nei personaggi, invece, il paragone può calzare. Abbiamo radici e sentimenti in comune, anche se i tempi sono molto cambiati. Il furore per la politica ha lasciato il passo ai simboli del consumismo. Una volta non c’ era la droga come fenomeno diffuso... >.
Cosa la distingue dagli altri cantautori che hanno scritto libri?
<Seppur brevi, i miei sono veri racconti e riflessioni, concentrati su un mondo e su un territorio ben preciso, che è allo stesso tempo paese e città. Paese nei modi e nel senso dei sentimenti, città nei desideri e nella presunzione. Guccini sta seguendo un percorso. E’ partito da Pàvana, un piccolo centro di montagna, con “Cronache epifaniche”, per arrivare ala città, a Bologna, scrivendo a due mani con il giallista Loriano macchiavelli, quello del “Comissario Sarti”. Vasco, invece, scrive epigrammi, sensazioni del momento. Io sono arrivato a scrivere dopo essere stato a lungo un accanito lettore, e dopo aver scoperto nel mio stesso paese un grande scrittore come Pier Vittorio Tondelli, il nostro Kerouac, morto tre piani sopra casa mia>.
Nel mondo letterario di Ligabue trova posto Savana, un reduce della Seconda guerra mondiale che “le spara sempre grosse”, ma che, “a onor di cronaca, ha preso veramente una medaglia al Valor militare”. Ci sono gli amanti discreti di via Cairoli, la ragazza del circo Tatiana, il cinefilo matto Bonanza, il violento Cosmo, ma anche il tecnico del palco Ruspa, che vorebbe fare il pornodivo; e tanti altri.
Come sono nati i racconti?
<Sono storie vere, o quasi, raccolte nel bar sottocasa, durante le lunghe chiaccherate notturne estive. Io voglio bene a Coreggio, anche se sono visto da qualcuno come “quello che, invece di lavorare, acranti, ma anche il ricordo delle prime radio “libere”, del rock come scelta di vita. Diventano protagonisti anche gli addetti al palco, i camionisti che lo trasportano, e molti altri ancora>.
Molto divertente, in questo senso, è l’ episodio “Pork party”, che racconta di una festa coi musicisti e gli amici (<per scommessa>, ricorda il “Liga”) a base di enormi mortadelle e insaccati vari. E il cibo emiliano, infatti, è un altro dei motivi ricorrenti anche in Guareschi (il famoso episodio del furto delle galline di Don Camillo finito in Pretura). Non manca nemmeno Pavarotti (“Lucianino e Lucianone”), del quale Ligabue fu ospite l’ anno scorso nel concerto di Modena.
Per gli appassionati c’ è anche il ricordo di una gita a Parigi sulla tomba del cantante dei Doors Jim Morrison, l’ avventura di un gruppo rock costretto a suonare il “liscio” in una balera, le idiosincrasie per l’ “ennesima risposta all’ ennesima domanda dell’ ennesimo giornalista”, lo stupore per la folla alla serata finale del Festivalbar dell’ anno scorso, in piazza del Plebiscito a Napoli. Ci sono i ricordi degli esordi musicali, la consapevolezza della grande fortuna di essere famoso, accanto ai dolori tipici delle persone “normali”: un figlio mai nato, un amico, collega giornalista, morto di leucemia, la fratellanza con il manager degli esordi finita in mezzo agli avvocati e alle menzogne.
<Ho passato momenti duri in un recente passato. Nel libro non nascondo niente. Non mancano però gli episodi felici. Per quanto riguarda gli affetti, voglio ricordare mia moglie, il mio amico e produttore “Maio” Majoli, che mi trascinò per la prima volta sul palco dieci anni fa, i ragazzi della band, mio fratello che cura anche il “fan club” e ha un suo gruppo “demenziale”. E poi ci metto tutti i ragazzi, che incontrerò nei concerti del mese prossimo. E il borgo, dove vivo ancora. Perchè, consapevole che domani tutto questo potrebbe terminare, preferisco tenere i piedi bene per terra. E’ bello tornare a casa, tutte le sere. O quando è possibile>.
BRUNO MARZI