Lucio Battisti story parte prima Notizia Oggi 1998

LUCIO BATTISTI:

UN MITO IN BIANCO E NERO.

UN ARTISTA A COLORI.

Prima parte: capolinea privato di un uomo pubblico.

Il cordoglio enorme e indistinguibile degli italiani per la scomparsa a soli 55 anni di Lucio Battisti - , ha detto qualcuno telefonando a Radiorai - dovrebbe far capire a molti che forse il modo in cui viviamo normalmente non ci rappresenti realmente. Gli stilemi che seguiamo, chi più chi meno, la maniera con cui il marketing, e gli oscuri ma sorridenti personaggi che lo governano, ci condiziona la quotidianità e la koinè della socialità, così come della conflittualità urbana, in un momento di dolore collettivo ci appaiono falsi e indecenti. La musica è un potente catalizzatore delle coscienze e, la scorsa settimana, ha saputo scalfire profonde corazze di “fanciullini” di ogni età. Ha riunito fazioni opposte, ha ripreso afflati di memoria ciclistica (Togliatti e Bartali) nel nome di un bouquet di canzoni. Dietro al sudario di Battisti, insomma, si sono accodati tutti, e quasi tutti senza secondi fini; con il ricordo di una canzone “fondamentale”, di un momento di tenerezza, di una speranza. Di una esistenza in cui non contavano ancora i politicismi, il conto in banca, i seni rifatti, le vacanze autoabbronzanti, le sonorità “house”, le ammucchiate idiote da un milione di persone, le notizie dello sport lette prima e al posto di quelle politiche. Esagerazioni? Tu chiamale, se vuoi, emozioni. E basta. Battisti se ne è andato come ha vissuto: da misogino, altruista solo su “vinile”, piuttosto che sul moderno cd. Per il resto, con le sue fobìe, con l’ autoisolamento parossistico, con il rifiuto di socialità e amicizia, ha concluso l’ esistenza, ci sia consentito, da borghese piccolo piccolo. Per noi, e forse anche per se stesso, è rimasto giovane perchè la sua è stata l’ epopea della televisione in bianco e nero, della frugalità emotiva, di alchimie artistiche quasi illogiche: solo lui, poeta puro e innovativo del pentagramma “pop” italiano - il primo a slegarsi, nei Sessanta, dalla moda delle “cover” inglesi e americane - capace di sublimare il buon artigianato, ma non di più, di Giulio Rapetti “Mogol”, autore di testi “a richiesta” prima, catalizzatore del genio battistiano poi. Cercheremo, allora, di parlare in maniera originale del musicista di Poggio Bustone per quello che sappiamo e ci hanno raccontato, dando a ogni episodio (il mito, la storia, i ricordi) il proprio umore. L’ hanno detto in molti, in questi giorni, ma rimane comunque vero che Lucio Battisti, con Modugno e Tony Dallara, ma anche Ernesto Bonino per certi versi, ha saputo rivoluzionare la canzone itaaliana, succube degli stornellatori di matrice melodrammatica. Come ci ha detto recenteemente il giovane e bravo Gianluca Grignani: <Se non fossimo degli ipocriti, ammetteremmo che il 95 per cento della musica italiana d’ oggi deve molto a Battisti>. Lucio ha saputo unire il rock vero (tali erano i musicisti che sceglieva in studio: Ivan Graziani, Alberto Radius, Franz Di Cioccio) all’ uso spartano della melodia classica. Ha sventrato la tradizione del “giro armonico” interrompendolo, mutilandolo, piegandolo alle sue necessità. Alla stessa maniera, nella “Canzone del Sole”, ha lavorato in maniera deliziosa utilizzando quattro soli accordi. Ritmicamente, poi, è stato molto generoso, sapendo dare a ogni canzone unità pur nella voluta frammentazione delle “frasi” musicali. A tutto ciò arrivò grazie al fatto di essere in primis chitarrista, cioè fautore di uno strumento ancora minoritario nei primi Sessanta, poi essenziale nei successivi sviluppi del rock and roll. Battisti seppe intuire tutto ciò prima e Emeglio degli altri. Riuscì a visualizzare, con tecnica decisamente pittica, la sua musica ancora prima di comporla; ancor prima, come diceva Mogol, <... che fossero aggiunte quelle parole che la musica conteneva già>. Checchè se ne pensi, di “talenti” musicali il Mondo è pieno. La grande magìa posseduta da Lucio Battisti stava nella capacità di comunicare facilmente con il pubblico. Non andò una sola volta in classifica con una canzone o più, ma mille volte con cento canzoni. Un esagerato, un “cavaliere elettrico” della comunicazione che ha saputo e voluto sparire, anche a sè stesso, appena concluso l’ ultimo solco dell’ ultima canzone.

Bruno Marzi

 


Nella foto: Lucio Battisti, autorizzato archivio Cavassi