Michael Jackson in Italy testo instant book fotografico Musica e Dischi 2009

Questo è il resoconto per immagini delle tre tournée di Michael Jackson che hanno toccato l’ Italia. Il talento e il successo di Jacko ai massimi livelli. Le immagini sono quelle già viste talvolta dai fans su pubblicazioni di vario gusto e importanza, ma inedite come corpus e guida per un libro “attuale”, vivo e brillante. Certamente non commemorativo. E , se permettete, con quel marchio di qualità che Musica e Dischi garantisce da sempre. Lascio ad altri la solita, raffazzonata mescolanza di foto di agenzia su vita (breve), miracoli (artistici) e morte (quella solo nella cruda cronaca della CNN) di un Mito contemporaneo. Per me seguire Michael Jackson è stata una parte importante e professionalmente motivante di un’ avventura che continua tra viaggi e serate insonni. E’ il mio lavoro di giornalista (ricordate per esempio Ciao 2001?) ma in primis di fotografo rock, da sempre abituato a vivere gli eventi della musica popolare da una angolazione particolare: quella che “per tre sole canzoni” – ma quanto importanti! – mi ha fatto trovare spesso in una situazione di “incontro ravvicinato” con la Storia della musica. Il libro non è volutamente montato in ordine cronologico. Per comodità inizio a raccontarvi dello show che aprì la tranche europea del “Bad tour” il 23 maggio 1988 allo stadio Flaminio di Roma; poi di quello del “Dangerous tour” allo stadio Brianteo di Monza il 6 luglio 1992 e dell’ ahinoi tour d’ addio di “Hi-Story” al Meazza di Milano il 18 giugno 1997. In più, a corollario e completamento, anche come omaggio ai numerosi fan club italiani, ho pensato di aggiungere le immagini forse semplici e didascaliche del 15 giugno 1995, con la festa di Radio Deejay, e un emozionato Marco Biondi a fare da padrone di casa, per l’ inaugurazione al parco Aquatica di Milano della grande statua in vetroresina raffigurante il Re del Pop; una tangibile, vagamente pacchiana sì ma stupendamente esagerata iperbole del suo Mito. Manca solo la “passerella” ai Telegatti del 5 maggio 1997 al teatro Nazionale di Milano per ricevere il premio da Luciano Pavarotti. Pippo Baudo, presentatore della serata con Milly Carlucci, fece buon viso, avendo tentato più volte, e in periodi differenti, di portare Michael ospite al Festival di Sanremo. Pazienza. Nel 1988 a Roma si arriva senza autovelox e correlate ipocrisie. La “febbre” per l’ evento monta già dai giorni precedenti. Il promoter David Zard inaugura la sua idea sperimentale (e non ancora replicata a tutt’ oggi) dei biglietti elettronici “sicuri”, tipo carta di credito. Si mormora di una presenza di Jacko in sala stampa, e invece arriva, con tanto di sigarone, il manager Frank DiLeo. Col senno del poi, assieme a Quincy Jones è stato l’ unico a non tradire la fiducia di Michael. E ovviamente è stato sostituito nel tour successivo da personaggi meno carismatici. Entro un po’ in confidenza con il grande Quincy e azzardo il domandone sulle abitudini sessuali (non che mi fregasse qualcosa ma era il quizzone del momento) del timido Jacko. Risposta lapidaria: . Esplicita conferma sul fatto che fu proprio Diana Ross, che non ha mai smentito, delizia (prima) e croce (poi) della sua iniziazione sessuale. Fine della sezione gossip. Jackson invece arriva in un furgone anonimo, celato alla vista del pubblico da un telone nero, e si chiude in camerino. Lo show è quello che conosciamo bene. E’ forse l’ apice della sua carriera, come performer e come compositore. La pelle – si nota benissimo – è ancora scura, e i lineamenti comprensibili. Il colore dei costumi è l’ argento e il nero. Lo stile militaresco riprende un po’ “The Wall” dei Pink Floyd. I primi tre brani: “Wanna Be Startin’ Somethin’”, “Things I Do for You”, e “Off the Wall”. Lascio il Flaminio sulle note dei “bis” con destinazione Milano; anzi Vercelli (città rock per eccellenza). Monza, allora. Lo stadio Brianteo non è mai stato così pieno. Non di certo per le vicende calcistiche della squadra cittadina. Recentemente affollato per i festival rock, e per il resto abbandonato al suo destino, come capita a tante cose in questo strano Paese. Lo show basato su “Dangerous” è anche quell del “pride to be American… “, con sfoggio di parate paramilitari (una costante) e un costume di scena che, inizialmente nero, poi si trasforma in body giallo-oro e ancora in blusa argentata e cangiante. Spazio subito ai ballerini. Il viso è già glabbro, ma regge. I capelli sono in versione “post Pepsi Cola”. E i fans sanno di cosa parlo. “Jam”, ancora “Wanna Be Startin’ Somethin’” e “Human Nature”. Tre brani, appunto, e poi ci sbattono fuori. Niente volo con i razzi sulla schiena, in stile James Bond di “Thunderball” e poi ripreso alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984 (stessa persona, cioè l’ inventore del macchinario, a volare). Noi non l’ abbiamo visto e non ci sono foto. Qualcuna sì rubata dalla tribuna stampa, tanto per dare l’ idea della folla e del palco nella sua totalità. A proposito, cari manager e discografici gelosi delle varie “esclusive” a scopo meramente economico, guardate che la storia della musica, come cose più importanti ovviamente, non si fa con le immagini non scattate (la prossima volta vi racconto la storia del minuto di foto a Diana Ross nel concerto di Firenze e del rullino che non c’ era… ). Milano, stadio Meazza; tra uno Springsteen e l’ altro… Paola e Chiara mi sono simpatiche e cito la loro presenza come “supporto” prima dell’ evento. Le foto ci sono ma – mi scuseranno – romperebbeo il continuum… “Extraterrestre portami via”, cantava, e canta tuttora, l’ Eugenio. E lui, il Jacko, arriva in una capsula spaziale, tutto d’ oro vestito, scortato da una specie di guardia pretoriana tra “Rollerball” (quello vero con James Caan) e la nuova serie di “Galactica”. L’ inizio è sempre a favore dei balletti; l’ energia è ancora intonsa. I lineamenti meno. Il capello è liscio e vagamente improbabile, ma lo spettacolo è di serie A. Le solite tre canzoni “Scream”, “They Don’t Care About Us” e “In the Closet”. Fine. E poi, come si sa, alcune apprizioni a Mtv, cronaca spicciola di vita americana (terra di avvocati e di genitori o troppo ingenui o troppo furbi) e di autodistruzione. Per noi Michael Jackson è rimasto quello fantasmagorico ancora ben saldo sul palco del Meazza. Aveva solo 37 anni; era sulle scene da più di trenta. Per i maniaci della fotografia aggiungo spunti interessanti. Ovviamente fino al 2000/2001 siamo in epoca di immagine analogica e rullini, messa a fuoco manuale e poi a metà anni Novanta automatica. Le fotocamere sono tutte Canon, dalle varie AE Program motorizzate, alla mitica e splendida T90 fino alla EOS 50e con “eye control” (il sensore è già l’ attualissimo CMOS in uso sulle digitali). Le ottiche sono Canon 35mm f. 2.8; 200mm 2.8 ma anche un superbo Tokina 300mm 2.8 con duplicatore dedicato. Poi arrivano i vari zoom Canon antesignani dell’ attuale 70/200. La pellicola (negli anni Settanta viaggiavo a Ektachrome 160 tungsteno e poi daylight) è sempre la brillante Fujichrome 100 (poi chiamata Velvia, Sensia, Trivia, Pippa, Pluta… ) “tirata” in laboratorio di due “stop” e quindi considerata a 400 Asa. Mai di più. Altro che la pacchia di oggi a 1600, 3200… Lo “scarto”, personalmente, è sempre stato attorno al 40/50 per cento. Jackson ha sempre avuto palchi molto luminosi. Pure troppo, al punto di dover fare delle scelte di velocità e diframma “di compromesso” (altro che monitor lcd… ). Se ho dimenticato qualcosa, me lo farete presente al prossimo concerto. Io sono quello coi capelli bianchi attaccato al palco. In genere, sorrido.

Bruno Marzi

Nota: il libro fotografico è stato realizzato in quattro giorni...