Recensione Sense8 Omnia Vincit Amor serie su Netflix finale (forse)

La scena veramente più alternativa e piaciona di questo ”finale di serie” (definito 2x12 o 3x00) per Sense8, è girata a Napoli. L’ innovativa e allo stesso tempo classica nella stesura (buoni e cattivi, amore e odio) proposta di Netflix che dopo due anni e un finalone, appunto, di oltre due ore è venti, vede gli otto protagonisti – i nostri Eroi, insomma – che si godono una pizza napoletana verace – una Margherita quindi – e si capisce benissimo che se la mangiano di gusto veramente, e i ciak ripetuti devono essere stati numerosi. Lana e Lilly Wachowsky, i fratelli/sorelle autori e cineasti dei tre “Matrix” e di “Cloud Atlas”, hanno proiettato nella serie della Netflix, palesemente costosa e realizzata con estrema cura, molte delle loro visioni dinamiche (grande azione ed esecuzioni truculente) così come esistenziali (un pacifismo sui generis e una concezione abbondantemente laica dell’ amore). Il successo che le ventiquattro puntate hanno avuto in tre anni (ma due serie complete e il finalone posposto di 12 mesi) e che l’ hanno reso veramente di culto, in effetti è più che meritato. L’ idea non originalissima è quella di una “comunione” sensitiva, con dislocazione nello spazio, di otto persone che all’ inizio non si conoscono e vivono in continenti diversi. Da un certo punto in poi gli Otto faranno fronte comune a situazioni estreme, peraltro riconducibili ai soliti “villains” (una bieca multinazionale dei cervelli) con retrogusto animistico (un’ antica setta). Allo stesso tempo si aiuteranno vicendevolmente nel risolvere situazioni personali e contingenti. Il montaggio serrato, con le varie dislocazioni fisiche degli Otto, e allo stesso tempo i luoghi in cui sono veramente, è secondo me il punto più alto della creatività registica e artistica del Duo. Insomma: dopo un po’ di puntate si “capisce” veramente quello che succede. Il fil rouge identificativo, anche nella puntatona finale, è espresso dal personaggio di Darryl Hannah, peraltro eccessivamente botulinata. Se vi intristite potete sempre rivedere dieci minuti di “Splash: una sirena a Manhattan”. Dovrebbero bastare. Facciamo venti… Come ai bei vecchi tempi delle Corazzate Potemkine (sarà giusto?) la cosa più importante, alla fine, è il messaggio che i due fratelli/sorelle vogliono dare: un classico e ben scolpito “Peace and Love”. Non a caso il titolo è, citando Virgilio e le “Bucoliche”, “Omnia Vincit Amor”. E alla fine vincerà l’ amore, con tanto di matrimonio (non dico altro, se non che l’ altra location, a parte Napoli, è Parigi… ) accoppiamenti vari e soft orgia quasi sui titoli di coda (ovviamente mentale, perché ogni coppia è nella sua stanza). I fan della serie possono capire di cosa stia parlando. Gli attori, dai visi noti ma dai nomi poco noti, sono tutti molto bravi e affiatati. Si ha l’ impressione che, pizza a parte, cast e produzione siano diventati una chiassosa famiglia. Cito per simpatia (e per la sexy magrezza) la coreana Doona Bae, già vista in "Cloud Atlas"; per bellezza straripante l’ indiana Tina Desai. Da citare un paio di minuti in compagnia di “24mila baci” di Celentano e gli immancabili Depeche Mode, nonché, per la gioia dei pendolari italiani, uno “spottone” di Trenitalia in versione lusso. Unico neo, un senso di incompiutezza della trama, portata a termine frettolosamente e che avrebbe necessitato di un’intera terza serie. Ma Netflix non ha messo in cantiere, cedendo solo alla vox populi che ha voluto a tutti i costi un finale esplicativo.

Nella foto: in viaggio verso Napoli con Celentano in sottofondo