Recensione The 100 serie tv Quinta stagione

Ricorderete: l’ idea iniziale era molto buona. L’ Umanità, dopo il solito olocausto nucleare, si salva in una grande stazione spaziale, che per cinquantasette anni ruota attorno alla martoriata Terra. Varie vicissitudini portano cento ragazzi – appunto – a tornare sulla superficie facendo un po’ da cavia. Poi arrivano i sopravvissuti, vagamente mutanti, le dodici tribù, altri survivors dentro una montagna, un tentativo maldestro di mondo parallelo dentro un mega computer. Il tutto sotto l’ egida di un gruppo di bravi e noti attori; in particolare Eliza Taylor che è l’ eroina Clarke, Paige Turco che è sua madre Abby Griffin. Zach McGowan (il Vane di Black Sails) è Roan, mentre Henry Ian Cusick è Marcus Kane, il capo della Comunità. Tanti i giovani attori, tra i quali cito Lindsey Morgan nel ruolo di Raven, l’ “aggiustatutto”. Ergo: la serie piace molto ai giovanissimi, per via di ragazze e ragazzi bellocci, amorini e un paio di solide storie lesbo. La quinta stagione (mi sa anche l’ ultima) di “The 100”, dai libri di Kass Morgan, è alla seconda puntata di tredici, ma già si capisce, a grandi linee, dove la storia andrà a parare. Già da un po’ la dicotomia tra tecnologia e imbarbarimento, sociologicamente sempre intrigante, ha lasciato il posto a una specie di Mad Max perenne e impolverato, ma senza Tina Turner che canta “We Don’t Need Another Hero”. Mentre mille sopravvissuti da sei anni stanno chiusi in un bunker sotterraneo, per via di una pioggia acida e radioattiva, Clarke è rimasta fuori (ha una mutazione genetica che la rende immune) e trova dapprima un’oasi verde dove la Natura è rifiorita e poi una bimba selvaggia che crescerà con lei. La grande trovata consiste invece nell’ atterraggio di una grande astronave piena di galeotti, tutti vivi e vegeti, che nessuno – ohibò! – della stazione spaziale aveva notato in orbita nei famosi cinquantasette anni. La citazione da Star Trek “Botany Bay” e dal successivo film “L’ira di Khan” (dove Khan era il grandissimo Ricardo Montalbàn) è evidente. E’ facile immaginare cosa succederà: botte da orbi per almeno sette o otto puntate. Io amo la fantascienza e un po’ meno le saghe apocalittiche, che pare continuino invece a spaventare e intrigare il pubblico Usa. Per cui vedrò la quinta serie “per vedere come va a finire” ma mi farò una ragione se prevarrà la noia, cosa probabile. Dico questo ancora piacevolmente scosso per il finale di stagione di “Homeland”, magnifico. Dove una realtà fittizia ma mooolto attendibile la vince su una fantasia poco fantastica.

BM